
Leggo sul libro di antologia del figlio numero uno (terza media) le pagine dedicate allo studio della poesia. Non di qualche poesia, ma della Poesia, dell’ars poetica in generale (e gia’ quest’astrattezza in terza media mi indispone). Si parla del linguaggio poetico in generale, e delle sue strutture: inversione, iperbato, paragone, metafora, sinestesia, ossimoro e metonimia. Piu’ avanti scopro l’anafora e l’epifora. Infine, si parla di simbolismo, connotazione e denotazione. Segue esercizio. Gliel’avrei dovuta anche risentire, stasera, ma non ce l’ho fatta. La settimana scorsa, in classe del figlio medesmo, e’ stato rubato un cellulare (di un ragazzo da qualche altro ragazzo, descritto nella denuncia ai carabinieri come “ignoto malfattore”; mio figlio sta in classe con ignoti malfattori). Nella stessa settimana, fuori scuola un ragazzo di una classe parallela e’ stato intimidito, aggredito, “bullato” e minacciato da parte di altri ragazzi della scuola (et voila’, ariecco i carabinieri a scuola la seconda volta). Ora, c’e’ qualcuno sano di mente che pensa che in una situazione di questo genere parlare di iperbato, anafora ed epifora abbia senso alcuno? Ma c’e’ di peggio. Chi vi scrive, modestamente, ha fatto il liceo classico in anni in cui a fare il liceo classico ci si faceva un discreto mazzo, e si e’ maturato con 60 sessantesimi (all’epoca c’erano i sessantesimi). Ora, non avevo mai – dico mai – sentito parlare di iperbato, anafora ed epifora nella mia intera esistenza, fino ad ora; le altre cose, in parte. Denotazione e connotazione mi parvero un concetto difficile che studiai da solo leggendo “Elementi di Semiologia” di Roland Barthes quando ero piu’ grandicello (poi lessi “Il piacere del testo” e misi da parte gli “Elementi”…). Qualcuno mi spiega che senso ha spiegare “la poesia” in questo modo in terza media, se non quello di allontanare dallo studio e dal piacere della lettura – si, anche della poesia – il maggior numero possibile di ragazzi? Questo anche senza entrare nel contesto della classe, che nonostante quello che e’ successo la settimana scorsa non sta bene, ma nemmeno malissimo. Se poi teniamo conto anche di quello, addio. Stavo per dire: e’ come cercare di spiegare cos’e’ la velocita’ e l’accelerazione in terza media a Scienze partendo dalla derivata come limite del rapporto incrementale. In realta’ e’ molto peggio di cosi’. Un fisico o un matematico che lavora sa cosa sono le derivate e gli altri strumenti matematici e li usa consapevolmente. Un poeta – soprattutto un grande poeta – non si sveglia la mattina e dice “to’, oggi scrivo un iperbato, che figo”. Un poeta scrive perche’ e’ spinto dall’esigenza interiore a scrivere, qualcosa di piu’ forte di lui, che gli fara’ scrivere se necessario iperbati, anafore ed epifore anche senza che lui le abbia mai studiate prima in vita sua. L’analisi la fa il critico un secolo dopo. Il fatto di essere vissuti prima dello strutturalismo non ha reso Samuel Coleridge, William Blake, Walt Whitman, Dylan Thomas meno poeti, o poeti meno consapevoli della loro arte.
P.S. – Leggo su wikipedia italiana che l’iperbato e’ affine all’anastrofe e simile all’epifrasi. Nonostante gli esempi non ho ancora capito cos’e’.
Pubblicato originariamente su www.zetavu.it il giorno 21 ottobre 2008.
Alberto Berretti si è laureato in Fisica nel 1981 e ha studiato e lavorato a Parigi, New York e Losanna.
Insegna presso la Facoltà di Ingegneria della II Università di Roma, ed ha scritto insieme a Vittorio Zambardino Internet: Avvisi ai Naviganti (pubblicato da Donzelli) nell’ormai lontano 1995, quando scrivere un libro su Internet era considerato qualcosa di stravagante.
E’ tra i pionieri della rete, avendo un indirizzo di posta elettronica dal 1985. Al liceo stava di banco dietro a Fabrizio Centofanti.

Appunto. E’ esattamente così. Come nella nota di Berretti. A forza di dar martellate 1) ai contesti 2) ai testi 3) alla critica (intendo la lettura critica) cosa rimane? Un paio di nozioncelle rabberciate e sintetizzate a partire dai compendi dei compendi, di qualche sfigato che ha studiato linguistica direi una venticinquina di anni fa. In altre parole è rimasto il fumo, la “coloritura” , solo l’etichetta della cassetta (ovviamente senza gli attrezzi), con in più il sussiego dei manuali scolastici scritti dagli “esperti”, che non si abbassano nemmeno a proporti degli esempi…Loro infatti danno “le strutture”… Però non finisce qui, perché c’è anche la quinta colonna, cioè un manipolo di sedicenti insegnanti (non tutti ancora fortunatamente) che lodano le magnifiche sorti e progressive del manuale “tecnico” con cui si dovrebbe imparare a leggere o a far poesia. Probabilmente è gente che legge i cruciverba o l’elenco del telefono (e non solo in bagno) e si diverte pure. Nel pomeriggio “i sedicenti” spesso fanno anche progetti nelle altre scuole sulla pedagogia della poesia (quando non li chiamano direttamente gli enti locali). La scuola stitica è una realtà. E non c’è lassativo che tenga. Ridateci almeno Guglielmino o Salinari, per favore.
sì che si può studiare la retorica, ma non come una cosa disgiunta dalla poesia, o dalla prosa. se ne può trarre anche una certa soddisfazione intellettuale, senza intaccare per niente il piacere della lettura del testo poetico. un poeta non si alza al mattino e dice to’ oggi scrivo un iperbato, ma perché, invece di dire una cosa normale come
“e il fiume appare chiaro nella valle” dice con anastrofe ed iperbato “e chiàro nella vàlle il fiùme appàre”? l’anastrofe per noi italiani è la posizione invertita del verbo, per es., posto alla fine, per i latini il verbo nel mezzo della frase. l’iperbato è l’allontanamento di vocaboli che dovrebbero nella norma stare vicini: sostantivo-aggettivo, predicato-parte nominale etc. saper riconoscere l’artificio non uccide la poesia, anzi, le garantisce la sua giusta collocazione come cosa “creativa”, scarto dalla norma linguistica e così via. se ne legge, semmai, troppo poca, non la si fa imparare a memoria, cosa utile e suggestiva insieme, quando i ragazzini sono piccoli. non si spinge i bambini a scrivere essi stessi, loro che sono così vicini al fare poetico. con le regole (le regole vengono dopo la poesia) si può giocare e creare. tutto sta nel non affidare loro un peso esorbitante rispetto all’educazione alla lettura e all’ascolto. io, per esempio, trovo odiosa la parafrasi: però la devo fare perché i ragazzi capiscano, almeno fino a che non entrano nel ritmo di un poeta, nel suo linguaggio. la sfrutto per dimostrare la differenza tra la normalità e la “follia” poetica. dobbiamo insomma fare un mucchio di lavoro di retroguardia che non è sempre bello, ma che ha un suo fondamento. ma schiacciare tutto su norme e definizioni va da sè che accoppa la voglia di leggere.
grazie Lucy, meno male
Roberto
La parola è la materia della poesia, e la retorica è semplicemente l’insieme delle tecniche di intervento sulla parola. Se insegni poesia seriamente, casomai le figure retoriche – al massimo sei o sette, non di più, che sono quelle che bastano – insegnerai a riconoscerle DOPO, dopo che hai spiegato ben altre cose, e ti divertirai insieme ai tuoi allievi a trovarle leggendo i testi, e poi li incoraggerai a usarle per esprimere qualcosa che IN ALTRO MODO NON SI POTREBBE ESPRIMERE, in un linguaggio fatto di immagini e di associazioni aperte e profonde, e di musicalità. Questo è il nocciolo della questione: il nocciolo ma anche la polpa, e già che ci siamo anche la buccia e il profumo. Il resto è fuffa della peggiore, è conservatorismo arido e castrato.
Uh, come mi surriscaldo quando leggo certe cose!
Anna Lamberti-Bocconi, conduttrice di laboratori di poesia.
“Ragazzo di Atene / sii fedele / a te stesso e al mistero: / tutto il resto è tradimento” (Emily Dickinson)
Politici e pubblicitari la retorica e la pragmatica della comunicazione le studiano, uh se le studiano.
Posto che le nostre finalità sono o dovrebbero essere diverse (ad es. la fedeltà a noi stessi e al mistero, come giustamente ricordato), vogliamo proprio lasciare le nostre armi nelle mani del nemico,
magari per certi postumi crociani di cui non ci rendiamo ben conto?
Grazie dello spunto e un caro saluto,
Roberto
Certo che la retorica va insegnata! Ma solo all’interno di un discorso sulla poesia come cosa viva. Ossia: va insegnata la poesia come cosa viva.
Se no il “nemico”, come dice Roberto, ha già vinto.
E poi ripensandoci… questo modo di concepire il tutto (se volete lo spirito,l’organismo, l’opera) solo come sommatoria delle sue parti, è una tipica eredità del cognitivismo-funzionalismo, per cui distinguendo all’infinito avremo infiniti atomi di poesia, salsiccia, narrativa, e golosità varie. Bè…è roba di trent’anni fa. Parecchio maleodorante pure….Ma si sa, dentro la scuola c’è un canale privilegiato attraverso il quale arriva il peggio. Pilloline di poesia, pilloline di matematica, tavor di scienze, e ovvio, clisteri di letteratura.
roberto, a questo proposito, i libri per me essenzali per “capire” sono proprio i libri di retorica. un bel mattonazzo come “trattato dell’argomentazione” di perelman – olbrechts-tyteca (che solo a dirli sti nomi mi si intorcinano la lingua e il cervello) ti mostra, per esempio, come la retorica e la dialettica vanno possedute per comunicare e per “difendersi”. andrebbero insegnate ai politici che sbraitano in tv, tanto per cominciare: meglio però se le imparano i cittadini, in modo da superare in finezza l’arroganza e l’ignoranza di quei cotali.
Mi pare che ora si sia inquadrato l’argomento. D’accordissimo con Lucy e Anna, un po’ meno con Alex, ma io non insegno e non so l’odore che possano prendere nell’ambiente della scuola certe robe.
Certo, diairesis e sunagoghé (per prendere le cose un po’ più alla lontana e dall’alto)le hanno inventate più di trent’anni fa, ma chiaramente occorre mano leggera per smontare e rimontare il giocattolo senza romperlo. Posto ovviamente che si consideri l’operazione legittima, e non si ritenga che l’atto stesso di compierla snaturi per sempre l’oggetto.
Un caro saluto,
Roberto
Insegnare poesia? come “pretendere” di insegnare il jazz. L’arte è un viaggio in divenire nel proprio vissuto e nessuno ti deve dire quale treno prendere o a quale stazione devi scendere. tutto qui.
Marco
marco saya: la sua è solo una boutade. finché si pensa che la poesia non possa essere “insegnata” (insegnare, detto così, sembra cosa alquanto vile) si fa un torto alla poesia: la si relega ingenuamente ancora a quel tragico destino che ne fa il prodotto del “genio”. una bubbola romantica, culturalmente devastante. a noi, cui il destino ha dato di NON essere poeti, serve studiare, imparare, capire.
Certo che si può insegnare la poesia.
Ai poeti.
Un caro saluto,
Roberto
Mettiamo che una persona abbia orecchio e sensibilità per la musica e abbia voglia di suonare: gli farà male, lo impoverirà prendere lezioni? Idem per la pittura. Per il teatro. Per la danza. E per la poesia no???
Che un soggetto possieda per natura 100 o 10 di talento, le lezioni lo aiuteranno a metterlo a frutto al meglio. Non si può insegnare il talento, ma sì la tecnica, e la storia di una tradizione. E poi si può incoraggiare l’affinamento dell’orecchio. Infine, si può compiere insieme un fondamentale lavoro di introspezione finalizzato a riconoscere e valorizzare il suono delle corde profonde, quello che poi andrà messo in forma per l’opera.
E sì che mi sembrano cose tanto ovvie! Evidentemente la mia insalata è troppo condita, il mio canarino canta come un pazzo e quanto a me, credevo di avere la testa calda e invece avevo su il colbacco! 🙂
@ Lucy: più che una bubbola, direi un bubbone…
Ai poeti si può forse insegnare a scrivere meglio la loro poesia, ai non poeti si può sicuramente insegnare a leggerla meglio.
Chi… o “che cosa” siano i poeti, meno male che non dobbiamo deciderlo noi 🙂
Un caro saluto,
Roberto
Caro RRT: ma te la canti e te la suoni da solo con ‘sta storia dei poeti e dei non poeti! Attenzione, ci dev’essere qualcosa sotto…
Ma sì, insegnare e imparare poesia si può! Lasciatelo dire a una “principiante” che ha avuto la fortuna di incontrare una “maestra di poesia” che l’introduce in questo mondo di “iniziati”, in cui certi termini ti pare che non riuscirai a memorizzarli e a capirli neanche a morire, ma ti piace lo stesso (come nuotare) e ci provi! E’ tutta un’altra cosa muoversi al buio per tentativi e avere qualche strumento, qualche “ausilio”, da chi la tua stessa strada l’ha già fatta in passato, o la sta facendo.
Perchè non insegnare a far poesia ai bambini e ai ragazzi, come si insegnano le tecniche di altre arti?
Il confine tra lettore e “poeta” può essere sottile.
Leggere è un passo, “capire” un altro e provare a “far poesia” un altro ancora. Mai però fissare dei paletti.
Un caro saluto a te e grazie cara Anna!
Cara ALB,
è nella natura di questo mezzo che più o meno tutti se la cantino e se la suonino da soli in pubblico, senza solitamente generare troppo scandalo.
Comunque fra qualche ora finisce il carnevale e comincia la quaresima per cui staremo sicuramente tutti più abbottonati, io per primo.
Quanto al qualcosa che sta sotto o dietro l’angolo, è sempre possibile che ci sia, il difficile a volte è andare a vedere e riuscire a tornare indietro a riferire.
Un caro saluto,
Roberto
Non mi trovate d’accordo, grazie agli “insegnamenti” la poesia muore ogni giorno di più, sempre più omologata, un esercizio per chi, lo ripeto, non vive l’arte sulla propria pelle. Come le scuole di scrittura di una Maraini, tanto per fare un esempio, solo uno sporco business che uccide la parola.
@ Roberto RT: guarda che scherzavo, volevo solo dire – e magari mi sbaglio anche – che sei l’unico in questo thread che ha ipotizzato la distinzione tra poeti e non poeti.
@ Marco: mah… ti inviterei una volta ai miei laboratori e cambieresti idea, sono sicura.
@ Paola: ciao, a presto!
E chi lo dice che l’arte non si vive sulla propria pelle?
L’arte autentica (piccola o grande che sia), è qualcosa che non si può non vivere sulla propria “pelle” e anche più in profondità, fino alle “viscere”.
Il mercato e l’interesse toccano ogni cosa umana, ma sappiamo che per alcuni, arte fa davvero rima con vita. Quelle sono le persone che amiamo incontrare e dalle quali possiamo imparare.
Ciao
Dubito Paola che un ragioniere o “coverista” o mestierante della scrittura possa vivere l’arte sulla propria pelle. Cara Anna, già alcuni anni fa qualcuno mi aveva proposto di tenere (non seguire) dei seminari sulla “mia concezione di scrittura”. Questo non esclude e non dubito che i tuoi laboratori possano essere stimolanti, creativi, e di educazione vera alla poesia. 😉
con il che, marco s., ammette che la si possa insegnare.
eh, la buona vecchia torre d’avorio, noi ignoriamo questo male che s’apprende in voi!
a certi poeti – e scrittori – chiusi nella torre d’avorio chiedo gentilmente di non buttare giù la treccia.
Carissima Lucy, le persone che mi conoscono “live” sanno benissimo che non appartengo alle torri d’avorio, o caste/castine, “luoghi di ipocrisia” che combatto da anni. Riguardo all’insegnamento, come nella musica, semplicemente c’è modo e modo di insegnare a “solfeggiare”…
certo che se, ad esempio, solfeggio alla vecchia maniera scandendo una misura di 4/4, ad esempio, in do-o-o-o-o-o-o-o non insegno (o insegno alla vecchia maniera). Ma se scandisco nel ritmo la battuta pensando che sia eseguita contemporaneamente al momento in cui la leggo allora la lezione/insegnamento cambia drasticamente e diventa un do-o, reiterato 4 volte e tutto in battere. (naturalmente ho semplificato)
allora legga quello che s’è detto e non si esprima in modo tale da voler escludere a priori l’insegnamento della poesia e/o dando una visione – peraltro piuttosto trita – dell'”arte vissuta sulla propria pelle”. ogni “professione” si vive sulla propria pelle.
non è vero che “ogni professione si vive sulla propria pelle”, questa è retorica, demagogia spicciola (sono tutti dei sublimati?), forse l’operaio di un qualsiasi cantiere edile ne sa molto più di noi a tal proposito.
demagogia no, etimologia.
la sua pretesa di distanza è invece un dejà-vu noiosissimo. e io mi batto per coprire quella distanza.
io invece mi batto per allontanare la vicinanza dell’omologato di cui lei mi sembra un perfetto esempio.
e lei un perfetto e-sempio.
Credo che la Poesia non possa essere insegnata.
Credo che il Poeta, se tale è, troverà nel suo genio creativo, la strada da percorrere, e saprà affilare, nella sua personalissima officina, gli strumenti necessari che lo condurranno a una maggiore ricerca del suo essere e farsi poesia. In breve, troverà da solo, a volte in modo inconsapevole, la riconoscibilità di uno stile che lo distingueranno dagli altri poeti. Gli strumenti tecnici che possono venire da una scuola di scrittura,Anna,non conosco la tua e non posso dire, di solito uniformano i partecipanti tanto che sarà difficile riconoscere i versi di uno piuttosto che di un altro.
Quante poesie leggiamo, e molte sembrano uguali a se stesse, obbedienti a un dettato scolastico che mal si addice alla Poesia.
La Poesia necessita di libertà d’espressione, di genio, intuito e la tecnica, se c’è, è implicita in tutto questo.
Si può trasmettere l’amore per la poesia come per tutte le altre forme d’arte, musica, pittura,scultura. Si può trasmettere l’amore per la lettura, e qui mi riferisco ai ragazzi, perchè leggere, leggere e leggere mi sembrano le basi necessarie senza le quali qualunque palazzo prima o poi crolla.
Certamente i poeti, se non si chiudono nel narcisismo del proprio io, sapranno evolversi e maturare col confronto con altri poeti, senza per questo rinunciare alla libertà della loro personalissima espressione.
jolanda
mi pare che qui si prenda un po’ un sentiero laterale alla questione posta inizialmente. per poesia “insegnata” si intendeva quello che si insegna per riconoscere la poesia. l’equilibrio delle proposte stava nell’attribuire un senso ad un lavoro tecnico “sulla” poesia da parte di non poeti, specie senza per questo uccidere quel quid che rende la poesia tale. poi si è passati a discutere se si può insegnare ad essere poeti. credo che alb abbia espresso un parere condivisibile. se poi nelle scuole di poesia o di scrittura approdano delle persone senza talento, non è colpa delle scuole. questo è vero per ogni forma d’arte. di cento ragazzi che si iscrivono all’artistico, di molti meno che entrano all’accademia quanti saranno pittori e scultori di valore? una percentuale bassissima. non ci sono automatismi né in un senso né in un altro. dire però che la poesia non può essere affinata con l’esercizio e fatta emergere dove c’è e non sapeva di esserci mi sembra non corrispondere al vero. con roberto r.t., checché volesse dire, concordo nel riconoscere che molti poeti di oggi (troppi!) dovrebbero imparare a fare poesia, anche se hanno già pubblicato e anche con qualche bella recensione. a volte si leggono delle cosacce veramente deprimenti.
“se poi nelle scuole di poesia o di scrittura approdano delle persone senza talento, non è colpa delle scuole. questo è vero per ogni forma d’arte. di cento ragazzi che si iscrivono all’artistico, di molti meno che entrano all’accademia quanti saranno pittori e scultori di valore?”
Lucy non sono i “ragazzi” ma gli insegnanti inadatti e incapaci e ce ne sono tanti quante le cosacce deprimenti che leggi.
Cara Jolanda, credo che già scrivere “la Poesia” con la P maiuscola sia fuorviante. Purtroppo sono esausta per poter argomentare di più, ma l’argomento è interessantissimo, quindi sicuramente a risentirci.
PS: non ha bisogno di maiuscole, è una cosa già assoluta; se può dividersi in maiuscole o minuscole, è già sparita.
ergo vieppiù: la poesia si può insegnare.
Cara Anna, io posso scrivere con la minuscola il mio nome e quello di molti altri, ma se scrivo Leopardi, Neruda e molti molti ancora, uso la maiuscola.
Penso comunque che il confronto non possa fare altro che bene.
un caro saluto
jolanda
Per esempio: ma quelli che vanno a lezione di musica devono essere tutti Mozart o Beethoven? Cioè, quella è Musica, ma se ci vado io è “musica”? Allora non ci devo andare? Si può insegnare la Musica, la musica, o niente? Se è troppo grande non si può insegnare, se è troppo piccola non vale la pena? Oppure uno prende la chitarra e strimpella da solo, quello che viene viene, al limite suo cuggino gli insegna il giro di do?
Scusate, dopo una giornata di Ufficio, a fare Polizze Auto, vi giuro che mi confondo…
🙂
Penso, Anna, che sia importante ascoltarla la musica prima di buttarsi su uno strumento, gli inglesi dicono che quando assimili la tecnica dell'”ear training” puoi “imparare” da solo. E’chiaro, a mio modesto avviso, che l’impostazione della mano sinistra e della destra qualcuno è meglio che te la dia, ma solo quella ;-))) Ma un musicista con la M come Hendrix, tanto per capirci, non ha mai avuto bisogno di studiare e come lui tanti altri. e poi c’è, come insegnamento, la musica d’assieme, una simbiosi tra musicisti omogenei che parlano le stesse note, insomma il discorso è assai complesso…
Non immaginavo tutti questi commenti in poche ore, soprattutto per un “reprint” di un pezzo apparso su un altro blog diverso tempo fa. Post peraltro scritto da un matematico, persona dunque lontana dal mondo della letteratura quanto piu’ possibile.
In realta’ nel pezzo in questione dicevo due cose, mescolate insieme spinto dalla contingenza di una vicenda scolastica. Ma si tratta pur sempre di cose diverse.
La prima e’ questione di estetica: la poesia – la letteratura, o addirittura l’arte in generale – e’ il frutto di una attivita’ consapevole e “studiata” o viene spontaneamente? Io do’ una risposta secondo il mio modo di sentire, ma e’ chiaro che epoche diverse hanno dato tendenzialmente risposte diverse. Personalmente penso quello che ho scritto li’, e cioe’ che lo scrivere sia il frutto di una necessita’ interiore. Nel post peraltro ripetevo quasi con le stesse parole alcune cose che – cito a memoria, potrei essere impreciso – dice Proust nel “Tempo ritrovato”. Illustri scrittori italiani di oggi sono agli antipodi esatti da questo ideale: non faccio nomi, divertitevi voi 🙂
La seconda e’ questione di opportunita’ didattica. Qui non mi pare che ci sia nemmeno l’ombra del dubbio, indipendentemente dalle proprie posizioni in materia di estetica. C’e’ bisogno di avvicinare con tutti i mezzi i ragazzi alle lettere, non respingerli con la pedanteria.
“Un poeta scrive perche’ e’ spinto dall’esigenza interiore a scrivere, qualcosa di piu’ forte di lui, che gli fara’ scrivere se necessario iperbati, anafore ed epifore anche senza che lui le abbia mai studiate prima in vita sua. L’analisi la fa il critico un secolo dopo.”
Sono lieta che l’autore del post esprima il dubbio se la poesia (e la letteratura) “venga spontaneamente” o sia un atto “studiato”. Ma è un matematico. Ho trovato un atteggiamento ben diverso tra quelli che qualcuno (mi pare Biondillo, ma non ricordo con precisione) definì tempo fa gli “scrittici”, ovvero “scrittori critici”: autori su cui sono innestati “arti critici” fatti non tanto di “nervi” emotivi, quanto di (spesso pesanti) “muscoli” di erudizione anche in campo linguistico, nonché sociologico, filosofico, storico politico e (al momento non mi viene altro).
Trovo quindi questo post di grande interesse. Mi conforta un po’ nel mio amore per gli scrittori e i poeti “outsider” che in quest’epoca di “perfetti consapevoli” sentivo frustrato.
ib
C’è veramente bisogno di un santo che protegga i poeti e gli scrittori “outsider”! Tra velleità e disperazione (si fa per dire) sono davvero fragili ed esposti. Il massimo che possono fare è scrivere qualche brutta pagina o poesia, fare un po’ di “polvere” …A chi mai possono dar fastidio? Cosa gli può succedere? Di smettere o continuare a scrivere nella assoluta indifferenza dei più. Ma la dispensa di un po’ d’amore non fa male certo. E nemmeno acquisire un po’ di consapevolezza (anche tecnica), sempre nella speranza di far parte di quell’orchestra jazz, in cui ognuno suona il suo strumento, più o meno dalla nascita.
Non volevo essere frainteso. Nessuno qua vuole buttar via la retorica, la linguistica e le varie tecniche essenziali da sempre al fare poesia. Senza i formalisti russi non avremmo certo capito l’oggetto che amiamo. Non mi appartiene un modo di vedere crociano o idealista. Mi viene invece in mente, se dico stupidaggini correggetemi, la lettura di Gadamer e dell’ermeneutica, per i quali se l’opera è un gioco e ogni gioco ha le sue regole, è altrettanto vero che il giocare, la realtà del gioco cioè, non corrisponde mai alla somma delle sue regole. Appunto lo spirito del gioco è quello che s’impara “giocando il gioco” non mettendo assieme le regole. La scuola dovrebbe fare questo e non lo fa, perché semplicemente non lo sa fare. Povate a giocare a basket solo conoscendo i fondamentali, non ne verrà mai fuori una partita, ma solo un addestramento più o meno virtuosistico. Allora per concludere è meglio cominciare dall’insieme, dal gioco che dalle semplici parti. Ci si appassiona al tutto, alla casetta del Lego, non al mattoncino.
Nei corsi di scrittura poetica “belli”, si fa perlappunto così.
No, no, Alex, avevo capito.
Non respingo la preparazione, purché in primo piano resti la poesia. Infatti, anche non conoscere il mattoncino ma solo la casetta porta (eventualmente) all’eccesso opposto, velleitarismo e quant’altro.
Il problema è quello che tu sollevavi, non solo nella scuola: cioè che è ancora più velleitario, almeno in poesia e almeno secondo me e almeno oggi, essere poeti per retorica (vorrei dire “poeti ex retorica”), erudizione ecc., ma non per poesia.
Io decido che lo scopo della metrica è il metro e lo scopo della poesia non è il metro, e forse nemmeno la poesia, ma altro. Comunque sì, sono un po’ lontana dallo strutturalismo.
alex, a scuola facciamo così. i manuali, al contrario, molto spesso sono orrendi, deprimenti. mai fatto niente di teorico slegato dal testo. però ammetti che per parlare della poesia, o della prosa, ci vuole un linguaggio codificato, se no si rischia di cadere nell’impressionismo che fa torti alla letteratura ancora più gravi di un’interpretazione, forse arida, solo formalista. a me le facili chiacchiere sui testi danno il prurito. però prima di tutto viene la parola poetica: la lettura accurata, “recitata” quasi. dopo se ne può parlare, dopo si può incidere col bisturi. dopo.
Leggo che: insegna presso la Facoltà di Ingegneria della II Università di Roma, che ne direbbe se io diplomato in un’accademia di belle arti dicessi che lei non sa insegnare ingegneria?
calzolaio non oltre la scarpa…
lei crede che aver frequentato il classico (piuttosto che lo scientifico) significhi qualcosa, magari in positivo?
o che sia solo segno di snobismo vacuo….
“Al liceo stava di banco dietro a Fabrizio Centofanti”
e figurati se fosse stato nel banco dietro Pasolini…
Con molto ritardo: sono molto d’accordo con quello che dice Alex Cartoni, sicuramente con la consapevolezza teorica e culturale nel settore che invece a me manca.
@Lino: mio figlio sta in terza media, caspita. Deve imparare a diventare cittadino consapevole: ne’ ingegnere, ne’ poeta. A quello si pensa dopo. E su come si insegna la cittadinanza consapevole, , vorrei poter mettere becco. Credo di potermelo permettere.