Sembianze velate

velo

di Marino Magliani e Mario Bianco

Racconto con Mario

Una donna, ecco cosa mancava alla storia che stavo scrivendo. Stavo scrivendo una storia sul tradimento, una parola che si sente spesso in Liguria, ma che non é il solito tradimento tra un uomo e una donna, in Liguria il tradimento é una cosa che riguarda sostanze, i possedimenti, toccagli tutto a un ligure dell’interno ma non toccargli la roba. Per questo se gli tocchi la roba é tradimento.
Volevo scrivere la storia di una donna tradita dai suoi fratelli, una donna buona, e perché era buona derubata della sua parte di ereditá. Per farlo dovevo scrivere la storia di un testamento falsificato, storia di una donna che apparteneva alla piccola borghesia proletaria e che aveva faticato fino ai trent’anni nel suo con suo padre e sua madre, i fratelli e le sorelle. Ma poi padre e madre erano morti e la roba se l’erano divisi fratelli e sorelle. Testamenti falsificati si é detto, bisogno di perizie di grafie, denunce, la donna aveva solo pianto e non aveva denunciato. E allora lei, la donna tradita, alla fine era dovuta andare in giornata, e ogni giorno passava davanti alle case che non possedeva piú, in mezzo alle terre che non possedeva, e ci passava per andare in giornata da altri. Ogni giorno il cosmo le chiedeva di perdonare i suoi fratelli. La donna tradita che volevo narrare aveva perdonato, era una donna che non insultava mai nessuno, che non si lamentava mai, che se poteva dava una mano ai piú bisognosi di lei, una donna che lavava le lenzuola dei poveri e faceva le iniezioni ai malati.
Questa storia non l’ho scritta, troppe volte avrei calcato la mano sulla tastiera, troppe volte avrei dovuto cambiar tastiera. Ho finito per scrivere un romanzo sulla Resistenza e su un territorio pubblico regalato a un monopolio, a un cartello, a una scatola cinese. Storie di ingiustizie come quella della donna tradita. Ecco, che alla fine avevo lo stesso la mia storia di tradimenti.
Ma una donna. Ecco cosa mancava ancora alla storia che avevo scritto. Un giorno, mentre leggevo un blog che seguo quotidianamente, Imperiaparla, un posto dove si respira il salino delle mie spiagge, lessi di una donna che durante la guerra civile aveva fatto la spia, era successo in montagna, questa donna aveva ascoltato, visto e annotato e quand’era tornata coi suoi nelle questure e nei covi saloini, la Resistenza aveva subito duri colpi, nascondigli scoperti, imboscate, esecuzioni. Lei partecipava alle punizioni,
ma tornava nell’entroterra con un cappuccio in testa. La chiamavano la donna velata.
Era la donna che mi serviva per la mia storia.

Marino Magliani

Racconto con Marino

Non so più se il fatto l’ho visto davvero, inventato o sognato, perché non c’è nulla come la mente umana per mentire a sé stessa.
Mi rimane, però, molto vivida in testa una figura mossa, sfocata sullo sfondo di una fotografia di famiglia, vecchia, seppiata. Quella strana sagoma umana fluttuante e sbordata sembra andar via, pare una figura futurista, di quelle fotodinamiche di A.G Bragaglia. In primo piano sorridono all’obiettivo i miei, giovanissimi, con dei parenti conosciuti solo di nome, seduti ad un pranzo per una prima comunione: tovaglie bianche, una torta, le bottiglie, la povera Lisetta, gli zii Armida e Filippo.
E mi ricordo che già gli avevo chiesto, almeno cinquant’anni fa, al papà e alla mamma:
Ma chi è quello lì che va via, là dietro… e non si vede la faccia… Chi è?
Ma non so… – dicevano loro – sarà stato un cameriere, un invitato forestiero… che ne sappiamo…
Parecchio tempo fa ho messo la foto in una busta gialla qui sotto, nel cassetto, e ogni tanto la guardavo per vedere se il personaggio sul fondo, che ha la mano che esce di campo, non mettesse magari fuori anche il braccio, poi una spalla e scappasse del tutto dal quadro, sparisse. Una volta, sarà due anni fa, che avevo bevuto, forse, ho preso anche una lente e ci ho ficcato bene la pupilla su quell’ignoto profilo. Il figuro, là in fondo, non era più una silhouette fumosa, anzi aveva la faccia girata di tre quarti verso di me. Scorgevo ora due puntini bruni, gli occhi, il resto della viso era come velato.
Mi sono spaventato e il giorno dopo avevo voglia di buttare la busta col suo contenuto.
Ho lasciato passare tanti mesi ma l’immagine mossa mi era ormai impressa nella retina per cui, tempo fa, ho piazzato la foto nello scanner, ho ingrandito parecchio e tarato il macchinario a 450 dpi. Allora, su questo monitor, l’ho visto bene, l’ho fissato da sbuzzarmi gli occhi: l’individuo nel corso degli anni si è girato davvero e pare che porti un berretto strano, di foggia frigia. Ci sono sempre i suoi occhi, quei punti neri ardenti, sotto di essi uno straccio o velo, che lo copre fino al collo.
Qualche mese fa, visitando il Museo d’Arte Orientale appena inaugurato, ho avuto una folgorazione. Qui, ho visto una statuetta millenaria di terra, cinese, che mi ha sbigottito, “Lo straniero dal volto velato”: un cavaliere, senza cammello, forse mongolo, seduto storto su una sella immaginaria che fissa duro qualcuno.
Berretto e velo tali e quali a quelli del mio figuro.
Quando sono stato a casa sono corso subito a questo cassetto, col batticuore. Ho aperto la busta e ho fissato lo straniero: era proprio lui.
Mi è venuto da dentro uno sciùpun, un grido, gli ho urlato:
Chi sei…chi sei…chi sei!
Lui ha operato una leggera torsione del busto, il braccio ha preso a tendersi e poi girarsi lentissimo nella mia direzione; la mano si è aperta, poi chiusa ed il dito indice è rimasto teso, fisso verso di me, proprio contro di me.

Mario Bianco

4 pensieri su “Sembianze velate

  1. marino

    Ringrazio Mario e Fabrizio. La borghesia proletaria dell’interno ligure é una cosa che succede davvero, in lingua é una contraddizione, in realtá é il destino di chi aaparteneva alla piccola borghesia terriera e si trova derubato dei suoi averi.

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  2. lucy

    è la seconda volta che leggo un racconto di voi due in controcanto e mi piacete molto. lasciate uno spazio vuoto dentro e fuori di chi vi legge che, se vuole, lo può riempire con del suo o può farsi invadere dal vuoto e sentire quello che volete comunicargli. mi piace credere che la donna senza la sua roba sia una mazzarò alla rovescia, la scrittura un po’ lo suggeriva. ho sentito il suo dolore e la nobilissima umiliazione patita, al punto da non finire nemmeno con un nome in una storia.
    inquietanti come un sogno il volto, la foto. il dito imperioso: I want you! specie di zio sam della steppa.

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