di Alessandro Baricco
Esce in Italia, da Einaudi, nella traduzione di Riccardo Duranti, un libro che viene da lontano, che ha una storia affascinante, e che per 27 anni, inutilmente, l’establishment letterario mondiale ha cercato di far dimenticare. Tutti sapevano che c’era, ma pochi l’avevano letto. Nessuno poteva pubblicarlo. A suo modo, un libro proibito. Si intitola Principianti (euro 19,pgg.VIII-294). A scriverlo è stato Raymond Carver, alla fine degli anni Settanta, quando non era nessuno: diciassette racconti in parte già pubblicati su riviste, in parte inediti. Finì nelle mani di un editor di Knopf, un editor non qualunque, una specie di genio dell’editing: si chiamava (si chiama tuttora) Gordon Lish. Il testo di Carver gli sembrò eccezionale. Non si limitò a decidere di pubblicarlo: lo prese e ci lavorò duro. Ne uscì un libro molto diverso, con centinaia di correzioni e il 50 per cento di pagine in meno. In questa versione fu pubblicato nel 1981col titolo Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. L’esito fu clamoroso. A tutt’oggi quel libro è considerato una pietra miliare della letteratura di fine secolo: il minimalismo letterario nasce lì, e lo fa con una violenza e un fascino che non hanno risparmiato quasi nessuno. Va sottolineato che il lavoro di Lish non è riassumibile semplicemente in un accurato e ipertrofico lavoro di pulizia: le sue correzioni, oltre a tagliare, costruivano uno stile, aggiungevano frasi, cambiavano i finali, modificavano i personaggi. Benché le storie e l’approccio iniziale fossero genuinamente carveriane, lui portò in quel libro una genialità, una radicalità e un’audacia che gli varrebbero quasi lo statuto di co-autore. Per questo il caso di quel libro è pressoché unico, e infinitamente curioso: sarebbe come scoprire che Moby Dick, prima dell’intervento di un editor, era lungo la metà, non era un racconto in soggettiva da Ishmael e non prevedeva nessuna enciclopedia sui cetacei. Alla fine la balena perdeva. Sono colpi…
Forse anche per questo, la memoria di questa stranissima genesi è stata per anni soppressa, più o meno sistematicamente. Carver continuò a scrivere, sottraendosi al controllo di Lish, ma anche mettendo a frutto, magari inconsapevolmente, quello che Lish gli aveva insegnato: c’è da chiedersi se avrebbe mai scritto i suoi libri successivi in quel modo, se non avesse letto se stesso corretto da Lish. In ogni caso, continuò a produrre, anche senza tutoraggio coatto, splendidi libri. Non dimenticò mai, però, quella falsa partenza, e fino alla morte coltivò il sogno di far uscire il suo libro d’esordio nella sua versione originale. E’ difficile capire la ragione, ma una soddisfazione del genere non gli fu concessa. Solo negli ultimi anni, la tenacia della vedova, Tess Gallegher, ache lei poetessa e scrittrice, è riuscita a eludere la resistenza del mondo editoriale: oggi Principianti sta uscendo in tutto il mondo, a prendere il suo posto accanto, e non contro, il già pubblicatissimo e famoso Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Un particolare curioso: l’unico Paese in cui Principiante non uscirà, per legittima decisione dell’editore di Carver, sono gli Stati Uniti. (L’ha però pubblicato il New Yorker, e compare nella collana “Library of America). Per tutti coloro che amano leggere, e ancor di più per quelli che amano scrivere, questo singolare caso letterario offre un repertorio archeologico pressoché unico, e di enorme interesse: è come scoprire i diversi strati di fondazione di una città antica. Carver 1 e Carver 2 sono, in piccolo, una città di Troia dissepolta dall’oblio. E’ evidente che molte cose si possono imparare, passeggiando fra quelle rovine. Si capisce che Carver aveva qualche problema a dare una struttura equilibrata ai suoi racconti, e Lish era bravo a raddrizzare le cose. Si scopre con una creta sorpresa che i suoi personaggi, prima dell’intervento di Lish, piangono, hanno emozioni, pensano pensieri leggibili, tradiscono posizioni morali. Si constata che spesso le storie di Carver avevano un vero finale, e che l’invenzione di storie sospese nel nulla che si spengono bruscamente e senza apoteosi finale è in gran parte figlia di Lish. Si scopre che Carver mostrava senza problemi una certa solidarietà per i colpevoli e una forma di calda complicità con coloro che sbagliano: nella versione di Lish tutto ciò scompare completamente, in favore di una sovrannaturale freddezza.
Anche se si scopre, va detto, che davvero c’era un tesoro, nella città sepolta, e Lish, costruendo quella nuova, uccise qualcosa di davvero prezioso. Carver aveva in effetti un’abilità abnorme nel descrivere l’umanità intera attraverso la descrizione sommaria di alcuni suoi esempi insignificanti. In questo è dubbio che ci sia stato qualcuno migliore di lui, a parte ovviamente Checov. I non-eroi di Carver sono una delle grandi realizzazioni della letteratura di tutti i tempi. Li otteneva con pochi tratti, con una certa velocità, sommando dettagli insignificanti fino a formare una figura incredibilmente reale: chi legge fa la strana esperienza di sapere pochissimo di un personaggio e simultaneamente di sapere tutto, di lui e del suo mondo. Devo a Dario Voltolini la più esatta descrizione di una simile esperienza: chiudi gli occhi, tocchi con un dito la pelle della balena, e vedi la balena tutta. Dai uno sguardo veloce a due americani che fanno il barbecue e vedi l’America. Era un trucco che riusciva praticamente solo a lui. Ma ora sappiamo che lui lo otteneva con cinque passaggi di pennello, e Lish li ridusse a uno. Il tesoro della città perduta sono le altre quattro pennellate. Quasi tutte, quai sempre, ammirevoli: gesti, parole, pensieri. La loro bellezza era perduta per sempre, adesso è tornata. Lish probabilmente la conosceva, sapeva che c’era, ma la barattò con qualcosa che, in ogni caso, aveva il suo valore: buttò via le quattro pennellate e tutti i finali, e inventò il minimalismo.
Adesso che lo sappiamo, forse qualche conclusione di carattere storico dobbiamo pure tirarla. Io riassumerei così: il minimalismo fu un’invenzione artificiale. Voglio dire che, senza alcun dubbio, i racconti che Carver scriveva quando iniziò a scrivere non sono più minimalisti di molti racconti di Hemingway. Non c’è nulla che non si possa già trovare in Un posto tranquillo illuminato bene. Anzi si potrebbe dire che quel Carver era spesso più caldo, più appassionato, più lungo, e più moralista del miglior Hemingway ( e quindi, in un certo senso, anche più bello). L’accelerata in avanti, nella direzione di una superiore freddezza-velocità-mutismo, la diede senz’altro Lish e fu, dunque, un’accelerata nata in laboratorio. Di per sé non vuol dir molto e non intacca il valore dell’operazione . Ma ci ricorda che una delle sterzate più gravide di conseguenze che la letteratura abbia avuto negli ultimi anni, fu il risultato di un processo quasi manufatturiero: nacque dalla fusione tra la creazione pura e la lavorazione industriale. Da allora, dal conio di quel modello, una superiore freddezza, e un mutismo quasi sacerdotale, sono divenuti un valore riconosciuto e pressoché stabilizzato dello scrivere letterario: ma va ricordato che nel suo DNA la scrittura letteraria non aveva un simile valore, se non sfumato. La nostra tradizione si fonda su una sequela di grandi per cui freddezza, velocità e mutismo potevano essere sfumature di colore utilizzabili, ma non erano in alcun modo la tinta dominante. Da Faulkner a Céline, da Proust a Joyce, da Tolstoj a Garcìa Màrquez, la nostra storia si fonda su una grandeur mentale e stilistica che irride qualsiasi minimalismo. Ma l’esperienza carveriana ha ridisegnato tutto, e il canone letterario si è risistemato su un metro di misura che quei suoi libri hanno definitivamente sventrato, spostando enormemente i concetti di freddezza, velocità, mutismo. Scrivere è diventato, assai più che in passato, una questione di controllo, di misura, di talento nel nascondere, di distacco. Non so giudicare una svolta del genere: ma so che conoscere la sua genesi, e il peccato originale che la originò, potrebbe aiutarci in qualche modo a capire meglio cosa scriviamo e cosa leggiamo oggi.
pubblicato su La Repubblica il 17 marzo 2009

Grazie per aver postato questo pezzo, Fabrizio.
Ho l’impressione che questo libro contribuirà a far conoscere meglio la scrittura di Carver.
anche questo post è ugualmente interessante:
http://paolocognetti.nova100.ilsole24ore.com/2009/03/principianti.html
ancora carver? ancora con ‘sto minimalismo delle mie balle?
C’è sul sito di Baricco un articolo del 1999 dove riporta anche alcuni passi originali di Carver confrontati con l’edizione definitiva:
http://www.oceanomare.com/ipsescripsit/articoli_letteratura/carver.htm
@Leo
Dall’articolo che ho citato sopra si capisce abbastanza bene che forse Carver con tutto ciò c’entrava abbastanza poco, almeno all’inizio.
Il mio ragazzo mi ha regalato “CATTEDRALE”. Mi è piaciuto tantissimo.
carver c’entra “abbastanza poco” con qualsiasi cosa
La cosa negativa è che, negli anni scorsi, il Carver allishiato venne assunto come modello sommo di scrittura da proporre, a tamburo battente, agli inesperti allievi di note scuole italiane di “scrittura creativa”.
Ne crebbe un mito che molto rese alla minimumfax e poco alla narrativa intaliana ed egualmente crebbe il ruolo dell’editor come demiurgo e gran rifacitore.
Ora, anche per via della “crisi” anche certi dubbi ruoli vengono ridimensionati.
Così mi pare.
De gustibus.
Molto interessante l’articolo di Cognetti.
Secondo me Carver era un poeta, Lish un profeta dei media.
Ci vuole un’intuizione geniale per capire che il gusto letterario va verso la rarefazione, anche se questo tipo di genialità non ha molto a che fare con la poesia. Ma è sempre stato il gusto diffuso a interpretare o addirittura catalizzare la formazione di certe opere, il che funziona anche retrospettivamente, in termini di ri-lettura. Ad esempio, ci voleva tutto il voeyeurismo funerario e il cronachismo morboso del XX secolo per fare di E.A.Poe il precursore del “giallo”.
non ci resta che parlare di quella “pippa a mollo” di Tondelli, e seguaci
Per chi lo ha amato, sebbene chiosato da Lish, il Carver di Principianti tocca vette di lirismo inaspettato.
e per chi non l’ha amato? quanto catarro da espettorare?
ecco, dopo i sex pistols inventati da malcom mclaren ci voleva carver inventato da un editor. fortuna che non m’ha mai entusiasmato. l’articolo è interessante però. io sono uno di quelli che la terra desolata la voleva leggere nella versione di eliot, a me questi operatori di bonsai non sono mai piaciuti.
I Lish ci sono stati e si saranno sempre quando si tratta di un prodotto industriale (in questo caso industria culturale). Leggo un libro, oggi, mi piace o non mi piace, ma il mio giudizio chissà quante volte è stato falsato (o guidato) dal Lish di turno. Magari, poi, dopo molti anni, si viene a scoprire, da epistolari privati, manoscritti originali ecc. che quel libro che era piaciuto era un frutto artificiale, dovuto al gusto e al giudizio (o pre-giudizio, quando ci si mette l’editor a intervenire sul romanzo convinto che con le sue modifiche possa vendere di più) del “solito” Lish. Ma che ce possiamo fa’, noi miserelli lettori? Leggiamo, credendo che tutto quel che leggiamo sia farina del sacco dell’autore. Però che cu…, ehm, che fortuna quel Carver incontrare quel Lish.
Per alcuni anni ho cercato disperatamente un Lish, ma non l’ho trovato, così ho smesso di scrivere.
Torna utile ripetere, visto il tono inutilmente ilare di alcuni commenti, di andarsi a leggere Principianti.
Depurato dalla mano del vituperato Lish, per chi ha nelle corde la capacità di distinguere la buona scrittura dalla sua scimmiottatura, che pure nell’italiche sponde ha trovata molta eco, non rimarrà difficile distinguere il gran talento che la caratterizza.
Ferme restando le opinioni di tutti, trovo sterile (come già detto altre volte) questo affannarsi a sminuirne la sua bravura, che non ha bisogno certo di paragoni, nè di tiri al bersaglio di nemmeno utile confutazione, visto il livello delle esternazioni (pardon, espettorazioni).
“Un grumo tossicoloso di riso gli balzò dalla gola tirandosi dietro una sferragliante catena di catarro.”
Questa a che livello sta?
a livello che sarebbe opportuno moderare il fumo (sopratutto quello persecutorio) e concedersi delle sane tisane condite con dosi di miele importanti.
Per il resto lascerei Joyce dov’è, senza scomodarlo in questo imperscrutabile modo. Ma se ti diverte farlo continua pure, chiaro.
stop.
dosi di miele importanti? Più imperscrutabile che scomodare Joyce. (punto)
Si parlava di Carver,no? E allora punto.Punto.E ancora punto.
Mi diverto,è vero,ma mo basta (punto)
a livello che sarebbe opportuno moderare il fumo (sopratutto quello persecutorio) e concedersi delle sane tisane condite con dosi di miele importanti.
-:))))
dosi di miele importanti? Ma come parlate?
Linguaggio clinico, qui si fa della anatomopatologia, si dissezionano i cadaveri cercando la vita.
Oggi ho mangiato in modo importante.
Una bella porzione, importante, di spaghetti.
Quindi un’importante porzione di dolce.
Poi ho letto “Principianti”.
Ma mi c’è voluta un’importante dose di bicarbonato
per mandar giù l’importante.
…il Bagaglino cerca autori ?!
Per tutto il resto (prim’ancora che mastercard) c’è questo pezzo.
enjoy (è importante !):
http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/2008/10/di_cosa_parliam.html
Carver non è mai stato Carver. Il perché è presto detto: Gordon Lish ha fstto/costruito/creato quella grandezza che viene erroneamente attribuita a Carver. Non è il padre del minimalismo. Lish invece sì, geniale perché capace di trasformare una “sola” in un “prodotto editoriale di consumo”. Leggeremo dunque questo Carver cechoviano, anche se nutro seri dubbi in merito: la prosa cechoviana è di per sé unica, come quella gogoliana. Se davvero Carver era un prosatore à la ?echov, la lunghezza dei suoi scritti originali non farà di certo di lui un romanziere migliore.
Tra l’altro Baricco scrive Checov anziché ?echov: se l’articolo apparso sulla Repubblica riporta Checov, allora è molto difficile se non impossibile credere a Baricco. Si potrebbe difatti avanzare il ragionevole dubbio che non sappia di che cosa stia parlando.
Il problema posto da Fabrizio, riprendendo l’articolo di Baricco su Carver, riguarda la necessità o meno per uno scrittore di confrontarsi con un editor. Chiunque scrive ha bisogno di far leggere le sue cose a qualcuno con l’intento di confrontarsi per poi, a volte, di correggersi. Se il libro in questione ha poi venduto e Crter non si è opposto ai tagli, non vedo il problema.
Non capisco le espressioni di Leo. Quando non c’è niente da dire si può anche tacere.
Enzo
Ci sono gemme brute che hanno bisogno di un grande intagliatore per trovare la loro lucentezza più pura, c’è da dire che non è un merito essere una gemma ma lo è saperla far splendere.
In entrambi i casi la sensibilità trascende completamente la tecnica.
Se in Carver c’era ciò che Lish ha saputo estrarre direi che il connubio è felicissimo e auspicabile anche se l’autore è e resta Carver, trovatemi uno scrittore che non abbia caro nel cuore un grande debito verso qualcuno, (spesso, magari, una donna), che ad un certo punto del suo percorso l’ha fatto sterzare ed essere un nuovo mondo, persino Céline (è scritto giusto Beppe?) ce l’avrà, anche se non ce l’ha raccontato.
Questo spiegherebbe il perchè un uomo che non avrebbe dovuto insegnare, come Carver, abbia provato in qualche modo a restituire la grande lezione ricevuta in quella occasione, contribuendo suo malgrado a formare quella deleteria superstizione secondo cui il peggior sfigato può diventare un grande scrittore.
@ MARIO
Il solo problema è che i libri attribuiti a Carver sono in realtà un prodotto a quattro mani: se venissero piazzati sul mercato a nome Carver and Lish, allora Carver apparirebbe più onesto su di un piano critico. Lish è uno che sa il fatto suo: in Carver ha visto il minimalismo e ne ha fatto un prodotto spendibile. Senza Lish Carver non sarebbe mai emerso. Carver forniva la bozza, Lish la lavorava. Il contributo di Carver a Carver è nella misura del 50%, diciamo pure così.
Un conto è avere un punto di riferimento, o una musa (vedi Virgilio, Dante, Leopardi… e la lista è pressoché infinita), tutt’altro conto è un lavoro a quattro mani e quelli di Carver sono proprio questo: lui ci metteva la bozza, Lish tutto il resto.
Céline quando hanno tentato di correggergli la punteggiatura ha tirato su un pandemonio: o “Viaggio al termine della notte” usciva come lui l’aveva scritto o l’editore poteva attaccarsi. Ecco così che quelle copie che erano state stampate con la punteggiatura riveduta (senza il consenso di Céline) furono buttate, grazie a Dio.
Louis-Ferdinand era un uomo di polso: virtù essenziale per poter essere uno scrittore vero. Carver era una mammoletta, succube di Lish.
Se uno mi scrive Checov anziché ?echov sono nel diritto di avanzare il plausibile dubbio che non sappia neanche chi fosse ?echov. E per dirla tutta: Baricco questo articolo fatto di niente poteva risparmiarselo al pari di tante altre sparate. E pensare che c’è qualcuno che vorrebbe candidarlo alla presidenza della Rai: c’è di che ridere e molto.
L’unica candidatura che Baricco puà aspettarsi è quella presa per i fondelli fatta dalla Guzzanti mascherata da Berluska al “annozero”, con un Santoro che la guardava serio e preoccupato che lei potesse andare fuori dal seminato
Baricco oggi come oggi mi fa quasi pietà, in una declinazione strettamente cristiana. Ma se continua a dire stupidaggini, a breve mi farà sol più pena insieme a quei pochi, per nostra fortuna, che vedono in lui un leader spirituale.
Confrontarsi col successo di un autore è sempre difficile, perchè pone l’eterna tentazione di definire quali sono le cause tecniche di questo successo.
Dunque è inutile polemizzare, i libri di Carver, indipendentemente dalle percentuali di manodopoera, sono memorabili testimonianze di una scrittura che entra nelle cose e ridimensionarla è un’operazione politica o isterica.
Certo che Céline era di tutt’altra pasta, è interessante notare che mentre Carver ha creato una “scuola”, un genere, (lui o chi per esso), Céline no, la sua grandezza è una cosa sola con la sua solitudine.
Ma vogliamo misurare la scrittura con i fuoriclasse? chi si salva? quanti reggerebbero al confronto con i grandi del passato, ma siamo fuori strada se pensiamo così, era necessario che uno scrittore si avventurasse, come ha fato Carver, in territori così banali per ridare alla parola un po’ di sangue, quello che ha fatto forse è piccolo, è stato aiutato, ma la materia prodotta è eccellente, da qualunque lato la si guardi, e se il paragone con Cecof lo vede perdente, certo Cecof stesso sarebbe stato più indulgente nel giudizio e forse anche entusiasta, perchè al di là della forma con cui sono stati scritti e pubblicati i racconti di Carver, che è materia da professionisti, è la grande pietà che risuona in essi ad emozionare chi li legge.
Caro Mario P., vedi un po’,
a me mi emozionano magari Celine, Cecof, Gogol
ma Carver, no.
E’ roba, questione di chiavi al sentire, sentimento.
Il mio nottolino ha una dentatura complicata.
MarioB.
Chuang Tzu diceva; non misurare la collina con la punta del pelo del cavallo e non misurare la punta del pelo del cavallo con la collina, non tutto Carver è buono, ma dove lo è, è grande, (per me che ho un nottolino che fa la danza dell’apache), Carver o Lish o comecazzosichiama quell’entità medianica che ha prodotto i racconti.
grazie Mario :-)))