
E poi capita che arrivi un terremoto. Tu sei qui, mezza famiglia è lì. Tuo padre che non può fare le scale, men che meno nell’abbandono precipitoso di quella che potrebbe diventare la loro tomba da vivi.
I cronisti intanto continuano a confondere Chieti con Rieti. Il lato buono di questa cosa, se vogliamo, fa un po’ schifo.
E poi spunta il sole. La diretta del giorno dopo dev’essere la più difficile. I cronisti si aggirano per le strade attonite. Quello della tv regionale alla fine intervista un giornalista israeliano. Mi suona stonato il fatto che si chieda ad un giornalista straniero qualcosa, qualsiasi cosa, riguardante ciò che è accaduto qui. Dovrebbe essere il contrario. Mentre cerco di decifrare il suo inglese non di madre lingua, facile da capire per chi non conosce bene l’inglese, sento le critiche: niente uniformi, disorganizzazione, lentezza. Il giornalista della tv regionale evidentemente conosce l’inglese meno di me. Ha tradotto letteralmente la parola terremoto, earthquake, e poi ha detto che il collega si augura di ritrovare vivi gli studenti israeliani che erano qui.
E poi ho immaginato quei ragazzi, tutti i ragazzi morti, vagare tra le macerie delle loro case provvisorie, con le felpe le scarpe da tennis. Qualcuno si spintonava, per scherzo. Qualche altro assisteva assorto all’opera dei soccorritori. Uno teneva la madre per le spalle, quasi volesse aiutarla a portare il dolore.
E poi ho pensato: chissà quanti computer, quanti cellulari, quanti iPod sotto quelle macerie. Lo stesso tipo di inquinamento tecnologico delle Torri Gemelle.
Ma pure: che nobile materiale di risulta. Pieno di dottrina. Storie. Manuali. Teoria e Pratica di. Elementi di. Pieno di cuori e muscoli pieni vita.
E poi ho sentito dire di questa gente: fortunati. Per distinguere tra loro quelli che sono riusciti ad avere una tenda.
E poi le parole. Gara di solidarietà, devastazione, rasoalsuolo, cittafantasma, sciamesismico, dentiera, abbandono, sfollati, cremasolare, aiuti, crolli, scala, scale,tondini, sciacalli, muratorimacedoni, bambinibambinibambini.
E poi la campana di Rovereto, la più grande del mondo, ha rintoccato i cento colpi.
Alle undici del dieci aprile duemilanove.
(fonte immagine)

Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.
Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.
Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.
E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.