
E poi capita che arrivi un terremoto. Tu sei qui, mezza famiglia è lì. Tuo padre che non può fare le scale, men che meno nell’abbandono precipitoso di quella che potrebbe diventare la loro tomba da vivi.
I cronisti intanto continuano a confondere Chieti con Rieti. Il lato buono di questa cosa, se vogliamo, fa un po’ schifo.
E poi spunta il sole. La diretta del giorno dopo dev’essere la più difficile. I cronisti si aggirano per le strade attonite. Quello della tv regionale alla fine intervista un giornalista israeliano. Mi suona stonato il fatto che si chieda ad un giornalista straniero qualcosa, qualsiasi cosa, riguardante ciò che è accaduto qui. Dovrebbe essere il contrario. Mentre cerco di decifrare il suo inglese non di madre lingua, facile da capire per chi non conosce bene l’inglese, sento le critiche: niente uniformi, disorganizzazione, lentezza. Il giornalista della tv regionale evidentemente conosce l’inglese meno di me. Ha tradotto letteralmente la parola terremoto, earthquake, e poi ha detto che il collega si augura di ritrovare vivi gli studenti israeliani che erano qui. Continua a leggere→