di Stefano Guglielmin
Le poesie di questo libro sono state scritte tra il 2005 e il 2007, nel pieno della vita reticolare di LiberInVersi, il blog messo in piedi da Massimo Orgiazzi per mappare scientemente il panorama poetico italiano, anche quello del sottobosco. Proprio nel 2005, egli postò un breve saggio di Marco Giovenale, già uscito sull'”Almanacco del Ramo D’oro”, intitolato Freddezza e persistenza del senso, nel quale il poeta romano rifletteva sulla contaminazione delle arti e sulla scrittura «a freddo», quale «forma di senso-non-senso, ossia come eco familiare dell’enigma che chiamiamo “oggetto estetico”». La definizione, di evidente sentore baudelairiano (cfr. Corrispondenze), ma rinforzata dalle sperimentazioni novecentesche volte a dar conto della relazione dell’arte «con la materia e la percezione», ha sicuramente agito sulla poetica del Nostro: l’opacità dei testi e la quasi assente tonalità affettiva, frutto di una ragionata decantazione sintattica e di una colatura versale cesellata, appunto, a freddo, ne sono il frutto più evidente. Reliqua Realia porta tuttavia incisi nel corpo tanti altri segni, attinti da ambiti differenti e utilizzati al fine di sostenere, da fedeli amici, il viaggio dell’autore tra le pieghe di «un essere minimo e tragico», che, a suo dire, «ci conduce nel franto». La stessa struttura portante è assegnata a cinque nuclei arcaici, alcuni esagrammi del Libro dei Mutamenti, ciascuno messo in esergo dei capitoli, ad indicarne la formula, la chiave di lettura. A questi, egli accosta citazioni mutuate da decine di autori, specialmente poeti, cui attribuisce il compito di incanalare meglio la traccia aperta dall’esagramma.
Complessivamente, ne esce un progetto teso a fissare le metamorfosi attraversate da un soggetto in fieri prima di abbracciare il proprio destino; Reliqua Realia racconta insomma l’inferno gelido di un uomo, che cerca il coraggio per superare la contingenza, avendola percepita come qualcosa che è giunta al tramonto. Sin dal primo capitolo – dominato da un «sole obliquo», da una «pioggia eterna / maledetta fredda / e greve» – il passaggio alla rinascita è individuato: lo dice l’esagramma Chun, espressione di un venire alla luce lento e difficile, conseguente ad una scelta, ad un percorso compiuto. Che ciò sia ben chiaro all’autore, lo indicano parole come «oltre», «biforcare», «ramifica», tutte indicanti il bivio, e la costante «paura» di muoversi in un ambiente ostile, additato subito dopo dall’esagramma Po, che nell’ermeneutica oracolare rappresenta il monito di stare in guardia contro i mediocri che ci circondano. Il secondo capitolo infatti, sullo sfondo di un’estate «con piogge d’afa» e deja-vu, racconta un mondo relazionale disgregato, tradotto montalianamente in correlativo oggettivo: «Dici “così non potrà funzionare.” / Non so cosa risponderti, ma trovo/ una parola, forse, nella posa / delle pietre, le crepe / nei muri sugli affreschi del chiesuolo / dove appoggia la luce il Ferragosto». Vita e morte, a questo punto, si giocano la partita, a spese del soggetto che patisce entrambe le inclinazioni, entrambe le stagioni. La luce nera dell’inverno e quella, abbagliante, dell’estate si condensano infine «nell’aria vento-vetrosa limpida umida» di un Natale ligure, in piena deriva della voce che dice io. Soccorre «l’insieme vuoto» del terzo capitolo e l’esagramma Ken, simbolo del riposo. Come spiega Re Wan, nel Libro dei Mutamenti: «Si acquieta la sorgente dei movimenti e svanisce così la personalità che dentro di noi si agita e si dibatte inquieta: i pensieri turbinino pure, ma l’anima stia salda e ferma». E’ un auspicio che tuttavia fatica a realizzarsi, allorché incontra il pessimismo radicale di Orgiazzi, il quale in esergo al capitolo mette, fra gli altri, un passo di Blanchot assai rivelativo, giacché individua «la prossimità minacciosa di un fuori vago e vuoto […] in cui senza posa l’essere si perpetua sotto la specie del niente». L’insieme vuoto cui si allude qui è una totalità gelida ed inesprimibile che minaccia la vita, intesa quale sistema aperto che si dissipa e del quale, miseramente, facciamo «backup», scrivendo, raccontandoci, confidandoci, tramandandoci insomma illusoriamente nelle memorie fisse che sono gli altri, i testimoni.
Contribuisce a sostenere le metafore cosmiche presenti, la formazione scientifica dell’autore, che traduce per esempio umano con «fascio sotto-raffreddato di neutroni» e popola i testi con un lessico mutuato dall’astronomia («ammassi stellari», «quasar», «supernova»), dando così ulteriore marginalità agli esseri viventi. In Reliqua Realia, tuttavia, non soltanto l’essere ci minaccia, ma ogni cosa del mondo è un niente, un «insieme vuoto» e deprimente, con le sue forme del consumo, il suo artificio. E allora «si aspetta», come recita Adventus, si aspetta che torni il sacro, la «festa», dove rifondare il tempo dell’agire. S’incarica di realizzare questo compito il quarto capitolo, «Voce del Verbo», con il corrispettivo esagramma Tui, la contagiosa letizia, che inevitabilmente non pervade il soggetto, ma almeno ne condiziona l’orizzonte, coniugandosi nella ricerca di autenticità, vista quale forza essenziale della formazione identitaria. Qui e nell’ultimo capitolo, come scrisse Francesco Marotta nel dicembre 2007, commentando i versi nel suo blog, «quello che resta, è l’attimo in cui anche la tenebra diventa chiarore, risplende nella conta delle sue ferite e si dispone al silenzio, si acquieta, in ascolto della vita che scorre, del mondo di sempre che pianta le sue radici d’aria in terre di memoria. […] E’ allora che i passi si arrestano, e le mani iniziano a frugare il cielo delle immagini superstiti, per estrarre “giorni splendidi di rame / da questo vento”, tutte le cose, i volti, i gesti, le ore che mancano all’appello, quelle “cui accenniamo da sempre / col morso / nella notte, tra i denti”».
L’ultima porta del viaggio coincide con l’ultimo esagramma de I King, Wei Chi, la cui valenza salvifica implica prudenza, accortezza, per non fare come la giovane e inesperta volpe, la cui coda sprofondò in acqua, guadando il fiume. Consapevole di questo, il libro si muove guardingo fra le «realtà rimaste», le reliqua realia, appunto, che nel Medioevo latino indicavano quelle sedimentate in un luogo preciso, introvabili altrove, ma che Orgiazzi declina in una valenza globalizzante, moderna, e cataloga in due specie: quelle (e sono la maggioranza) siliconate, viventi sotto «la luce grigio colica da tramonto alieno», e le occasioni dall’attimo salvifico – fra tutte, la parola autentica e il paesaggio – dove cercare «il fronte aperto / la speranza delle cose».
Riposa in questa via, ispirata alle culture della vita (il Cristianesimo, il Taoismo e il Buddhismo, anzitutto, ma anche quelle legate allo sviluppo sostenibile e alla bioetica), la scommessa di Massimo Orgiazzi, che con questo libro ci mette nel cuore del mondo contemporaneo, amplificandone i rumori metallici, le risacche cosmiche, le angine dell’incomunicabilità, i palpiti dell’amore e del disamore.

grazie Fabrizio.
Ciao, bella recensione, non sono molto d’accordo (ideologicamente) con lo spostare nel trascendente qualcosa che mi pare sia ben individuabile nello sfasciume dell’immamente, ma queste poesie mi interessano, le cercherò.
Un saluto,
r
E grazie anche da parte mia, Fabrizio. Non abbiamo pensato a mettere alcun testo con la prefazione, ma mi sembra giusto che l’introduzione del libro, ottimo lavoro di Stefano Guglielmin, serva qui come segnalazione dell’uscita. Grazie !
Grazie a voi.
Di Massimo e Stefano conservo, oltretutto, i bei ricordi dei tempi di it.arti.poesia, e della fondazione di LiberInVersi. un pezzo di cammino fatto insieme in questo niente che è la rete, che può aprirsi sorprendentemente al tutto. e qui, Renata, voglio dire che lo spostamento è più che legittimo, perché poggia saldamente sulla cultura cristiana di Massimo.