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da qui
Cosa fare, dunque? Quale ruolo giochiamo noi delle lettere, impotenti ad agire ufficialmente sulle realtà economiche e sociali, impossibilitati a raggiungere le leve del potere, capaci di plasmare non le grandi forme della vita del paese, ma solo le realtà impalpabili e sfuggenti che chiamiamo parole? La risposta è già stata formulata da uno scrittore che nella seconda metà del novecento ha detto quasi tutto quel che c’era da dire, con parole non meno impalpabili e sfuggenti, ma destinate a lasciare il segno per sempre:
Le cose che la letteratura può ricercare e insegnare sono poche ma insostituibili: il modo di guardare il prossimo e se stessi, di porre in realazione fatti personali e fatti generali, di attribuire valore a piccole cose o a grandi, di considerare i propri limiti e vizi e gli altrui, di trovare le proporzioni della vita, e il posto dell’amore in essa, e la sua forza e il suo ritmo, e il posto della morte, il modo di pensarci o di non pensarci; la letteratura può insegnare la durezza, la pietà, la tristezza, l’ironia, l’umorismo, e tante altre di queste cose necessarie e difficili. Il resto lo si vada a imparare altrove, dalla scienza, dalla storia, dalla vita, come tutti noi dobbiamo continuamente andare ad impararlo (I. Calvino, Il midollo del leone).
Questo è il nostro compito. Speriamo di essergli fedeli fino all’ultimo respiro.

il più grande e il più tenero, dotato di un occhio speciale…
un posto per l’amore e uno per la morte: hai detto niente. si potrebbe amare e si riuscirebbe ad essere umili in un colpo solo, pensando che, per fortuna, amiamo e siamo amati e, fortuna ancor più grande, siamo fatti per la morte. forse chi sbraita e sgomita non ricorda questo infinitesimo, trascurabilissimo particolare.
avremmo davvero bisogno di un modo nuovo di guardare, speriamo di trovarlo
grazie, fabry
f&r
grazie care.
concordo: ci vorrebbe un altro Calvino, per risuscitare certe prospettive feconde.
ma in giro si vede poco.
un abbraccio
fabry
Mi ha sempre spaventato un po’ la dimensione mentale di Calvino, certo dice verità incontestabili, ma sedute su un divano, si potrebbe aggiungere che per la pace è necessaria la guerra, e, in fondo lo dice, per la vita è necessaria la morte, ma sembra che il timore sia quello di non poter più godere.
Mi trovo stretto in questa polarità, il numero due mi è nemico, dalle sue parole devo estrarre dei pezzi e completarli, la creatività, l’immaginazione, la fantasia sono funzioni di trasformazione, la memoria è la sede e la materia di cui sono composte.
Dio crea dal nulla, l’uomo ha bisogno di più elementi, da un uomo e una donna nasce un figlio, dalla memoria delle cose nasce una poesia, dipingere le ali di una farfalla significa ricordare di averne viste tante, l’uomo fa, cioè assembla.
Ma c’è una grande intelligenza e molto da riflettere.
WoW!
mi stava sfuggendo…
una delle più belle interviste fatte a Calvino.
*il mio scienziato che guarda la semplicità delle cose*
“Questo è il nostro compito”.. ma guarda un po’, mica male come autoassegnamento, sempre meglio che pulire i cessi… ma queste cose “poche” ed “insostituibili” che la letteratura dovrebbe “ricercare e INSEGNARE”, non coincidono forse con quello che dovrebbe insegnarci la vita stessa, cioè la nostra stessa esperienza?
“il modo di guardare il prossimo e se stessi, di porre in relazione fatti personali e fatti generali, di attribuire valore a piccole cose o a grandi, di considerare i propri limiti e vizi e gli altrui, di trovare le proporzioni della vita, e il posto dell’amore in essa, e la sua forza e il suo ritmo, e il posto della morte, il modo di pensarci o di non pensarci”
Oh, direi proprio di sì, si tratta di questioni di una generalità e essenzialità assolute. Ma allora, avocarle tutte quante alla letteratura (e la filosofia? e la religione – di qualunque foggia? e l’arte?) è tutt’altro che l’espressione di umiltà che vorrebbe sembrare. Significa invece affermare che non si può realmente “esistere” se non nella “consacrazione” letteraria. Penso si tratti di un concetto fondamentalmente blasfemo (nega l’occhio di Dio che guarda e conserva ciò che va conservato) oltre che autoreferenziale (chiaramente legato ad una logica di competizione fra settori del campo culturale) e quindi essenzialmente stupido. Però salta fuori molto spesso (mi ritornano alla mente i discorsi sul chi “resta” e chi no) e trova sempre applausi.
sempre meglio che pulire i cessi
madre Teresa di Calcutta puliva i cessi: quindi può non essere meglio.
questioni di una generalità e essenzialità assolute
il come piuttosto che il cosa mi sembra appropriato rispetto ad altri campi che privilegiano, appunto, il cosa.
essenzialmente stupido
con quale personalità ti sei svegliato oggi, Elio?
magari, con un’altra, Calvino ti sembrerà meno stupido.
buona giornata
fabry
Buona giornata anche a te, Fabrizio. Nessun doppelgänger stamattina. Penso che quella del “come” rispetto al “cosa” sia una retorica della recriminazione umanistica che fa il paio con quella del “qualitativo” rispetto al “quantitativo”, che ritengo una solfa insopportabile, ma lasciamo perdere. Puntualizzo soltanto che ho giudicato stupido il concetto che ho visto sotteso dalla citazione di Calvino, non Calvino stesso.
quindi hai dato dello stupido a me: sempre meglio che a un morto.
ciao
fabrizio
Buona domenica a tutti!
è tempo di castagne, di fuoco e di legna…:-)
Eddai Fabrizio, lo sai bene quanto ti stimo. Puntualizzo ulteriormente: è il concetto che *io* ho visto sotteso dalla citazione di Calvino ad apparirmi stupido ma questo giudizio non può avere connotazioni offensive verso chi lo adoperi nel proprio discorso, altrimenti che confronto potrà mai esserci? Persone e idee sono cose distinte.
è essenziale mettere insieme idee diverse, Elio. quella di Calvino, e anche mia, è che la letteratura – e aggiungo: l’arte, quindi anche la tua – abbia il pregio di presentare prospettive diverse (idea nient’affatto stupida, secondo me). l’assunto delle mie righe era questo: in politica c’è bisogno di prospettive diverse, altrimenti andiamo verso il disastro nazionale.
Mi intrometto nella questione con un autore che amo e che non è amatissimo soprattutto dagli umanisti di ogni ordine e grado. In ogni caso qui dice una cosa vera: «Se si ama la vita, non si legge. Né d’altronde si va al cinema. Checché se ne dica, l’acceso all’universo artistico è riservato quasi esclusivamente a chi ne abbia un po’le palle piene»
(M.Houellebecq, H.P Lovecraft.Contro il mondo contro la vita)
Mi pare che da qui anche la prospettiva di Calvino può essere relativizzata o no?
Siamo fatti per la morte è una cosa brutta da dire. Siamo fatti per la vita eterna. Dopo la morte c’è la vita eterna, allora sì, che la prospettiva cambia anche su questa terra. Tenuto conto dell’essere umano e di tutto quello che ha ricevuto si può pensare a tutte le sue attività come un dono e ognuno fa quello che può; un talento, che sia uno, deve fruttare altrimenti, la vita, è fiato sprecato.
grazie a voi.
concordo Alex: più sono i punti di vista, meglio è.
Riconsiderando la questione, caro Fabrizio, vedo quanto lieve fosse ciò che mi impediva di aderire al tuo discorso. Se invece di “Le cose che la letteratura può ricercare e insegnare sono poche ma insostituibili..” avessi letto “Le cose che la letteratura può AIUTARE a ricercare sono poche ma insostituibili..” avrei annuito e non sarei intervenuto. La seconda versione, più debole, ha secondo me il pregio di lasciare una “cosa” – quale in fondo è anche la letteratura, come ogni artefatto culturale (per quanto “sedimenti” di un’attività “spirituale”) – al suo ovvio ruolo di strumento o farmaco (e quindi ambivalente, variamente indicabile, e non l’ingenua panacea universale della “buona volontà culturale”). Era forse questo significato debole già ovvio ed implicito nel tuo discorso? Allora la mia lieve sgarberia era gratuita. Ma io, a torto o a ragione, vedo spesso emergere in questi contesti una versione forte del “culto letterario” che mi impressione appunto per la sua stupidità (che intendo come una sorta di opportunismo del tutto implicito ma stolidamente rimosso dalla coscienza). In questa versione forte, l’artefatto culturale si pone come entità “eterna” al di sopra della creatura effimera che lo ha prodotto: tutta la vita, tutte le vite sembrano quindi ridefinire il proprio senso in funzione di questa sopravvivenza fantasmatica (probabilmente altrettanto effimera, alla fine, ma che si conteggia in secoli). Io trovavo questa concezione mirabilmente ed onestamente espressa nella “scuola” di Sannelli, e mi stupivo molto, data la sua evidente incompatibilità con una fede in Dio (che, se effettiva, dovrebbe per lo meno moderare la nostra ansia di “realizzare” i nostri piccoli talenti e di “salvarci” attraverso di essi), che nessun altro sembrasse rilevarla. Attribuivo questa relativa cecità ad una specie di sindrome, o retorica implicita, legata al campo letterario, ed in particolare poetico: il poeta costitutivamente deve credere alla significatività assoluta del proprio sentimento, all’origine divina (o demonica) della propria ispirazione. Sembra che non possa sospettare per un solo secondo che si tratti di uno strumento inadeguato (pateticamente o meno) alla complessità del mondo. E questo si riflette secondo me nell’assoluta ingenuità del suo interfacciarsi con il piano sociale e politico: non vuole certo ingaggiarne la complessità e durezza, la prevalente inflessibilità (questo io indicavo con il “pulire i cessi”: la rimozione delle questioni sgradevoli, quantitative, difficilmente estetizzabili) ma spera invece nella magia della “parola” ripristinata ad una mitica potenza primigenia, nell’immagine, nella parabola, che operino un miracolo nelle coscienze, che però non è mai storicamente stato quello che si sarebbe potuto sperare dalle premesse spirituali. Carlucci, da Rebstein, definiva la poesia “filosofia applicata”, e su quest’immagine io concordo di cuore: mi sembra ciò che ne fonda l’effetto, insostituibile e specifico. Il problema è che quando si tenta di generalizzare questa “filosofia”, farne ideale sovrapersonale, vengono fuori soltanto idealizzazioni enfatiche e insostenibili come quella di Ermini (assaggiata ancora da Rebstein). Concludendo, caro Fabrizio, concordo sulla necessità di unire le idee, ma penso che le idee siano entità piene di punte e ramificazioni che difficilmente si lasciano giustapporre, se non ad una distanza da museo. Per unire realmente idee diverse, costruendo qualcosa di più ampio, per non limitarsi al vago ed inefficace piano del sentimentalismo, bisogna tentare dei tagli dolorosi, dai quali fuoriesce sempre del sangue, il più delle volte inutilmente.
grazie, caro Elio.
essendo uno che pulisce i cessi, ho smesso da tempo di credere nel culto letterario. preferisco quello terra terra dei frammenti di umanità che balenano ogni giorno in una costruzione faticosa da portare avanti senza illusioni. penso che Calvino la intendesse nello stesso modo.
calogero: siamo fatti per la morte è invece una cosa bella da pensare e da dire se pensi che dicendocela azzereremmo le gerarchie di valori del cavolo che ci rendono schiavi: potere denaro donne sui calendari nei letti sui tetti, che scottino o meno. pensare di essere destinati a morte, unica cosa certa, ci renderebbe miti e umili. allora si aprirebbe la dimensione dell’eterno. e invece certe dimensioni d’eternità che taluni provano qui, scatenano guerre fame oppressione volgarità.
alex: nessun pensiero è assoluto, né può esaurire un problema: però che non si ami la vita se si legge, o meglio, l’inverso, mi pare una provocazione facilmente aggirabile. amavano la vita i ragazzi del cavalcavia?
come possiamo dire che la vita sia del tutto estranea alla letteratura, sia intesa come produzione che come fruizione? sono d’accordo nel sostenere che troppa letteratura tende a influenzare la nostra visione, d’altra parte grandi scrittori e poeti l’anno detto. però quell’occhio che vede e attraverso il quale tutti possiamo provare a guardare è insostituibile: potrebbe per esempio tenere lontano dai guai tanti adolescenti che credono di vivere, e manzonianamente, fatte le debite proporzioni con l’oggi, insegnare un po’ più le cose come “dovrebbono essere”.
la “realtà” (pensa: i reality!) è un gomitolo aggrovigliato. io credo allo scrittore che prova a dipanarlo e credo più in generale che gli uomini di lettere potrebbero, dipanando ciascuno un tratto del gomitolo, ottenere qualcosa di concreto. ma in giro c’è troppa fiacca, troppo narcisismo, troppo ossequio, troppa carta per incartare il pesce. buon (brutto) lavoro, alex!
Se dobbiamo imparare dalla vita, allora la letteratura ha poco da insegnarci (in fin dei conti lo dice anche Calvino).Mi rendo conto che è una questione di termini. Non voglio sottilizzare troppo ma una certa onestà intellettuale dovrebbe ormai averci insegnato che “certa” gente si fa delle pere di letteratura perché davvero non potrebbe fare altro, è incapace di fare altro. Preferisco far professione di “depressionismo” piuttosto che condividere il luogo comune (la casa comune?) dell’umanesimo, sempre buono per tutte le latitudini e tutte le occasioni. Lo vendono oramai a chili in liquidazione nei mercati di Milano. L’umanesimo, purtroppo è una scusa…e ogni tanto puzza. Francamente non saprei più a quali valori di civiltà affidarmi (vale anche per la letteratura)… La casa brucia da tempo, e mi verrebbe voglia di mettermi sul tetto a cantare tra le fiamme.
Nonostante ciò vorrei averti come insegnante Lucy, detto con affetto
a chi gli chiedeva cosa avrebbe salvato dalla sua casa in preda al fuoco, Jean Cocteau rispose: “il fuoco”.
Bello… cioè terribile, ma efficace, davvero. Il fuoco distrugge ma rigenera, dicono. Magari aveva ragione Eraclito. Grazie a te Fabrizio.
un abbraccio, Alex.