di Pasquale Vitagliano
Il duce è seduto alla scrivania del suo studio. Ormai è vecchio. Attende la visita di quel giorno con lo sguardo perso di chi ha appena terminato uno sforzo fisico. La sua figura ha conservato negli anni una strana solidità, si è solo avvizzita. Sembra un pupazzo di sughero. La calvizie e la nera cavità degli occhi accrescono questa impressione. Lui è adagiato dietro la grande scrivania in noce, ormai quasi sgombra di carte, appare come disteso dentro un imponente letto regale, nei giorni dell’estrema malattia. Eppure, anche lui ha vinto. Non solo la Germania.
E’ il 1972, in estate lui e il capo del nazismo festeggeranno a Monaco le Olimpiadi della Vittoria, il momento più alto di celebrazione del nuovo ordine che essi hanno creato. Le Olimpiadi dell’Eurasia sanciranno la Pace definitiva sul Continente, con la partecipazione dei vecchi nemici sconfitti, Inghilterra e Stati Uniti. Mussolini è stanco, ha compiuto 84 anni ed attende il suo ospite, fissando nel vuoto il miraggio di un’ultima illusione umana. “Come sta maestro?”, Mussolini saluta l’ospite con rispetto, tenta di sollevarsi dalla poltrona, dietro la scrivania, ma non ci riesce.
Pasolini non risponde. E’ appena entrato nel grande salone dove lo attende il duce. Forse non ha neanche sentito il saluto che Mussolini gli ha rivolto per primo. Il poeta è bello. Elegante nel suo abito color sabbia, lungo e stretto, con i pantaloni a zampa d’elefante, secondo la moda di quegli anni. Il duce ascolta il rumore dei suoi passi felpati prima ancora della voce.
“I miei ossequi, Eccellenza”, Pasolini è giunto alla scrivania, fa un leggero inchino e porge la mano al duce. La sua voce è sottile ma anche intensa. Mussolini ne resta colpito.
“Stia comodo, maestro. Anzi, mi scusi se l’ ho attesa seduto. E’ che ormai faccio fatica a trascinare il corpo. Come vede il potere è diventato troppo pesante per la mia età. Pesante e vuoto.” Quindi, tace. Quasi, voglia confermare nei fatti tutte le sue fatiche fisiche. Un’interminabile pausa di silenzio domina la grande sala. Gli occhi del duce roteano alla ricerca di qualcosa. Pasolini, con gesto naturale, abbassa lo sguardo, vuole evitare che per inerzia della curiosità i sui occhi possano posarsi indiscreti sulla piccola schiuma di saliva che si è formata ai due angoli della bocca del duce. Una bocca larga e stretta, una ferita, un taglio fatto di traverso sulla faccia.
“Le è dispiaciuto che l’ abbia fatta chiamare?”
“Certo che no, Eccellenza.”
“Non mi chiami così, maestro. Mi chiami duce, semplicemente.”
“Neanche io sono un maestro. Maestro di cosa, poi?”
“Non si schernisca. Lei è un grande artista. Di quelli veri. Non quelli che vanno alla ricerca di titoli accademici o di cattedre. Li conosco uno per uno io. Lei invece fa parte di quella schiera che della propria arte muoiono.”
“E chi le assicura che io faccia parte di questa schiera, come l’ ha chiamata lei?”
“Ho parlato molto di lei con Pound. Ezra Pound. – Il più grande poeta italiano. Pasolini è il più grande poeta che il regime e la rivoluzione potesse avere, mi ha detto lui. Ed io ho sempre considerato Pound il più grande poeta vivente. Sa perché? Perché si è suicidato, malgrado fosse un vincitore. Non ha abdicato alla sua natura di poeta solo perché alla fine si è realizzato storicamente ciò che lui aveva sempre sognato: il ritorno della Tradizione, la scomparsa definitiva dell’Illuminismo. La natura del poeta è quella di una chimera, di un mostro umano, destinato a soccombere in qualsiasi realtà storica, anche se condivisa.”
“Pound è stato un grande poeta. Forse il più grande. Perché l’ultimo degli Antichi. Ma io non voglio soccombere. Questo è in contraddizione con la mia natura e la mia forza di poeta?”
“Bene. Allora, è a questa forza che voglio rivolgermi”, il duce sembra rianimarsi, prendere energia per quella nuova impresa. “Quest’anno ci saranno le Olimpiadi a Monaco. Voglio che lei giri un documentario che celebri la nostra Rivoluzione. Lei è anche un cineasta, no?
Pasolini si ritrae. Abbassa di nuovo lo sguardo. Si ricorda che di fronte ha il Potere. E tace ancora. Poi, a bassa voce: “Come può chiedermi questo? Ha detto che mi conosce e per questo mi apprezza. Perché mi ha fatto chiamare. Perché mi costringe a disobbedire?”
“Mio caro Pisolini, adesso devo contraddirla. Ha dimenticato quel suo film sul comunismo? Lo hanno proiettato in America. Noi, anzi, io personalmente ho impedito che circolasse in Italia. Lei dirà che l’ ho censurato, vero? No, non avrebbe minimamente danneggiato il regime. La verità è che era proprio brutto. Il comunismo… Mi piacerebbe che facesse un viaggio in Urss. In quel paese il nazismo ha attecchito meglio che in ogni altro paese europeo. Badi, il nazismo, nemmeno la nostra Rivoluzione. Le vera Rivoluzione, nata prima di comunismo e nazismo. Loro lo chiamano comunismo nazista, ma cambia poco. In Italia non abbiamo né gulag, né campi di concentramento per la rieducazione. E i suoi compagni che erano fuggiti dall’Italia prima della guerra? Quanti di quelli sono poi diventati, a guerra finita e perduta, ministri dell’Unione Sovietica con la benedizione del Fuhrer? Non si dimentichi di Togliatti che ha gestito l’integrazione economica di tutta l’Europa dell’Est nell’Eurasia.”
“Cosa c’entra questa storia con il vero scandalo del comunismo. Con il mio scandalo?”, adesso è Pasolini ad avere un fremito.
“Scandalo? Se lei ha portato scandalo con le sue opere, è perché io e lei siamo uguali. Io e il fascismo abbiamo dato orgoglio ad un popolo di furbi. Lei veramente pensa che il fascismo possa confondersi con quegli ominicchi, come li ha chiamati Sciascia, di gerarchi. O con le pompose cerimonie del regime? Anch’io le potrei dire cosa c’entrano i Littoriali con il fascismo. Si devono fare, come un individuo deve ossequiare le cerimonie di famiglia. Il fascismo è stato in questo paese il vero scandalo. Cosa crede che io sarei potuto diventare senza il fascismo? Senza nessuno alle spalle, senza famiglia, senza partito, senza soldi? Banalità, demagogia, no? Ed invece è la verità. Sa cosa ha portato la modernità all’Italia? Consorterie, familismo e raccomandazioni. Questa è stata la democrazia prima del fascismo. La forza è intimamente più giusta, mi creda. Nella mia vita, a quest’età, dopo aver vinto una guerra terrificante, lei crede che mi ricordi dei successi, dei momenti di gloria? No, Pasolini, ancora oggi, mi vengono in mente le umiliazioni, le offese, la povertà che ho dovuto patire. Non c’è vittoria, celebrazione, che mi possa consolare di quello che ho subito nei migliori anni della mia vita.”
Il poeta resta in silenzio, confuso. Non sa più cosa dire. Cosa rispondere, come replicare. Si trova sull’orlo di una voragine. Prova una sensazione di vertigine, e non sa cosa sia più forte, se la paura di caderci dentro, oppure l’indicibile attrazione che prova a gettarvisi. Anche il duce non proferisce più parola dopo quello sfogo. Rimane incantato, sospeso nel vuoto, come un pupazzo dietro il suo palco. Poi, risalendo da chissà quale abisso, congeda il poeta.
“Va bene così, maestro. Adesso non abbiamo più nulla da dirci. Sappia comunque che la mia stima nei suoi confronti resterà immutata. Faccia sempre conto su di me.”
“La ringrazio, Eccellenza, non avrei dubitato.” Quindi, quasi a volersi lasciare dietro una possibilità, aggiunge. “Le farò sapere qualcosa.”
Dopo quello strano colloquio con il Potere, Pasolini rientrò a casa, ma prima ebbe la necessità di farsi in auto il suo solito giro nei dintorni di Roma. Passò dalla sua Ostia. Era il luogo della sua anima. Disadorno e gelido come una sagrestia o una sala d’attesa. Gelida come era ormai da tempo la sua anima. Come forse lo era stata da sempre. Dalla nascita, come per ogni poeta, ogni mostro che si rispetti. Rifugiatosi a casa, cominciò a scrivere.
“Cara Teresa. Devo scriverti oggi, adesso. Prima che l’ultima goccia di me stesso si possa perdere definitivamente. Non voglio tediarti con le motivazioni contingenti. Ci sarà tempo per parlare anche di questo. Qui ed ora devo dare a qualcuno l’estrema parte di me. E non ho trovato altri a cui offrirla.”
Quella sua necessità non lo portò a scrivere dei versi. Scrisse una lettera, un testo concreto, datato, con un indirizzo ed un destinatario preciso: India, Madre Teresa di Calcutta.
“Ormai sono dodici anni che ci conosciamo. Pensare che ero venuto in India per un reportage esotico. Me ne sono tornato squassato dentro. Come può capitare solo per un follia inattesa. E forse un po’ è stato così, per me che non ho amato donne e non ho toccato seno se non quello di mia madre. Ricordo ancora quello che mi hai scritto una volta. <> Mia dolce Teresa, non esiste solo il buio pur terribile del dolore che tu hai conosciuto. Esiste anche il buio che io mi porto dentro. Un buio tanto consueto, eppure ancora oggi scandaloso nella sua ineluttabilità. Teresa accogli questa mi preghiera, aggiungi me ai disperati. Fatti santa del buio per illuminare dopo i tuoi poveri, anche i poeti.”

Idea originale ma non so quanto efficace in termini di “provocazione”, se provocazione intendeva essere. Mussolini ne viene fuori come un “saggio”, quasi da rimpiangerlo anche se l’intento, immagino, e’ sottolineare che i comunisti di Stalin non gli sono stati da meno. Ciò che invece mi sconforta è l’ossequioso Pasolini, che nell’Italia di Mussolini non sarebbe mai rimasto. Immagino che Vitagliano, come tanti del resto, abbia un rapporto conflittuale con Pasolini, forse addirittura lacerante (sappiamo quanto fosse nel giusto ma per molti è difficile perdonarglielo). Del resto in molti prima di Vitagliano, da Fortini in poi, male hanno sopportato tanto “ingombro”. Non voglio scavare più di tanto sulle ragioni, ma quel che sento, perdonami Pasquale, sicuramente non era nelle tue intenzioni, è quel continuare a passargli sopra con la sua alfa…
Abele
E’ una storia surreale ovviamente, che mette in evidenza l’aspetto umano del “poeta ed intellettuale” e del “duce”, duce di turno aggiungerei.
Il potere, il fascismo senza “terrore”, il fascismo che accarezza “il pensiero”, che tenta di “comprarlo” mostrando anche la sua debolezza, la sua naturale “disponibilità”
Quello che ha messo in scena Pasquale, é uno teatro di specchi, in cui gli attori sono solo ombre del presente.
bellissimo il finale, che mostra la lacerazione della coscienza.
un abbraccio. n.
Io l’ho trovato piuttosto interessante…
Pasquale, devo ancora leggere il tuo libro, ma lo so, eh!
Caro Abele,
Il racconto è meta-storico. E non è una provocazione. E’ piuttosto, vuole (lo dico ovviamente con umiltà) essere “scandaloso”. Nel senso più pasoliniano del termine. Abbiamo il dovere di dimostrare, oggi più che mai, come diceva Don Milani, che non esiste un potere amico ed uno da combattere. Il potere è sempre uguale a se stesso. E’ terribile, eppure ha una forte fascinazione. Soprattutto ha una propria “banalità” che rischia di legittimarlo (devo citare Harendt?) L’unico antidoto contro il potere lo hanno i poeti. E questo il potere lo sa; anzi il potere vorrebbe cibarsene (anche in questo caso pasolinianamente) per impossessarsi della sua potenza. D’altra parte, la tentazione dei poeti di allearsi con il potere à forte. Un po’ è la stessa tentazione del Faust. L’alternativa è la solitudine. Ed i veri poeti, come Pasolini, sono stati liberi da ogni potere, anche quello “amico”, e per questo sono stati tragicamente soli. Oggi, tra le macerie nelle quali siamo costretti, questa solitudine può essere lenita solo(forse) da una preghiera. E (forse) anche questo Pasolini lo aveva intuito nel suo essere “scandaloso”. Circa il giudizio su Pasolini, credo, Abele, che tu abbia proprio frainteso. Ma la colpa sarà del racconto. Vivo, in questi giorni di grande confusione etica e civile la mancanza di Pasolini e di Sciascia (e di un loro giudizio sul mondo) come una grave e inconsolabile mancanza personale e collettiva.
Quanto alla tua frase “continuare a passargli sopra con la sua alfa…”, mi conferma quanto sia crudele il potere. In questo caso il potere della parola. Abele, credimi, è una frase crudele. Di quelle che Pasolini ha ricevuto in vita. Insomma, “mi sei passato sopra con l’alfa…” Anche se non era tua intenzione (spero).
PS: Il rapporto di Pasolini con Madre Teresa, viceversa, non è frutto di fantasia, ma è stato reale, recentemente scoperto grazie ad alcuni inediti.
Grazie Nàt hai colto a pieno il senso profondo del rapporto inconciliabile tra il potere, l’arte e la libertà.
Grazie a LPELS per aver avuto il coraggio di pubblicare questo racconto pazzo e “scandaloso”.
PVita
Caro Pasquale
manca anche a me Pasolini e per molti aspetti anche Sciascia. Ti ho scritto di quello che ho “sentito”,non ho frainteso ma sentito a modo mio; interpetato il tuo testo probabilmente sotto l’influenza del continuo “passare sopra Pasolini” di questi tempi (e se lo lasciassimo un po’ in pace?). Come ho scritto nel commento, sicuramente non era nelle tue intenzioni. Purtroppo per me non ha funzionato come “scandalo”, ma come ferita. Cio` non toglie che ti stimi come poeta, non so se te ne ricordi ma mi sono espresso in maniera molto positiva in proposito. Ti chiedo nuovamente perdono ma questo dialogo Mussolini Pasolini non mi ha convinto. Se vuoi possiamo riparlarne, provero’ a contattarti.
un caro saluto
Abele
Raggela un poco questo racconto, Pasquale, raggelano le ombre dei protagonisti, già consegnati alla storia nella loro dignità e miseria, e qui redivivi e paradigmatici, proiettati verso tempi, discorsi e contesti improbabili, ma di cui – questa mi sembra la sfida – si sondano possibili quanto paradossali comunanze storiche, tratti di umanità e fragilità, sotto l’imperitura cappa del potere.
Giovanni
Caro Abele,
La tua ferita è la mia. Ma oggi sento più che mai il dovere di denunciare la “seduzione del potere” in qualsiasi forma. E’ un compito degli “intellettuali”, specie nei momenti di grave crisi di civiltà. Senza assoluzioni. Senza consolazioni. In questa opera è facile restare soli.
Trovo le tue parole, pur nella distanza, profondamente sincere e per questo le apprezzo e le trovo stimolanti. Non credo – oggi che non si hanno più grandi “intellettuali” di riferimento – figure come Pasolini (ma se ne potrebbero aggiungere altre) vadano lasciate in pace. Al contrario vanno riscoperte e “rimesse in scena” con la loro potenza “scandalosa”. Non certo – e almeno su questo saremo d’accordo – per aggiungerle nel teche vuote dell’Olimpo muto di queso o quel partito.
Grazie Abele per la tua stimolazione (a parte l’Alfa). Con stima e amicizia sincera.
PVita
la poesia come antidoto al potere
uno scenario non vissuto può essere immaginario prospettico devastante
qui è raccontato con un taglio di luce quasi serena accattivante
per sottolineare allo stesso tempo la manca di una nuova morale e il confine sottile tra resistenza e seduzione dal potere
bravo
un caro saluto
c.