*
Per il carnevale di quell’anno
nonostante il mio disappunto
mi calarono addosso un abito
di carta crespa. Quale maschera
più desiderata? Dame agghindate
fate con bacchette magiche
cavalieri idioti o poco valorosi?
La strega, la strega, si brucia
la strega! Invocavo il fuoco rosso
orgoglioso; le ceneri cangianti
dei nostri involucri grotteschi
ché volassero fino al cielo.
Nella notte con la mente delirante
mi rannicchiavo nell’angolo
in fondo alla stanza.
Quali fossero le ragioni
per le quali, di volta in volta, il fuoco
esorcizzante dominasse la piazza, altri
ben più informati ne hanno parlato –
dell’amore per il superfluo
Lasciato all’impeto delle fiamme.
*
Non si udivano le voci dei venditori
ambulanti, dei comizi di piazza
e di quelli che cantavano bandiera rossa.
Non si era mai visto il postino notificare
per posta la diagnosi di una malattia,
di solito consegna lettere di amanti
saluti di amici un po’ più lontani
ma, una diagnosi proprio no,
proprio non si era mai visto.
La cartolina d’un giallo pallido
testualmente recitava: “da esami
effettuati per conto della scuola
si comunica che Ella è affetta
da scoliosi”. Non un augurio
delle scuse, che so, ci dispiace.
Deciframmo il significato
a pagina centoventritré del dizionario medico –
la notifica preziosa, puntuale
non conteneva però il da farsi.
Per un po’ mi piacque pensare
a uno scherzo. Me la sarei cavata
ingerendo il classico sciroppo. Invece
mi sarei abituata all’odore
dell’ambulatorio medico
alle panche luride e dritte
al busto che mi segava le ascelle.
*
L’appartamento numero undici
al termine assegnato:
inchini protocolli strette di mano
essenziali alla richiesta
ne accertavano la sincerità.
Il tavolo di marmo portato in dote
finì al mercato dell’usato.
Arrivarono in tre. Il giovane dispose
liquidò mia madre, poi sparì.
Del ricavato la sera non se ne parlò –
lei fingeva un’aria, mio padre abboccò.
Le strade, che incrociavano
i caseggiati, rimasero sterrate
le imprese titolari dei lavori fallirono.
Durante i giorni di pioggia
il fondo stradale si ritraeva
in rilucenti pozzanghere,
misuravano ogni abilità gli scugnizzi
misuravano d’azzardo la vita
e quella sua equità.
*
Dal reparto pediatrico Giulia arrivava
nella mia stanza guardandosi intorno
curiosando fra i letti e gli scaffali di ferro
raggiungeva la finestra, poi di colpo spariva.
I suoi occhi d’un intenso azzurro cielo
mi piacquero all’istante, decisi
che valevano almeno un giocattolo,
decidemmo per un pallone. Un’infermiera
la cui impellente necessità
era rappresentata dal timore che
racchiusi in una cuffia i capelli
perdessero di splendore, le diede
il permesso di dormire nel mio letto.
Fu quella la prima volta che giocai
a far la mamma, da casa si dissero stupiti.
Il suo corpo già malaticcio le dava
un’espressione buffa, ironica e speciale:
“raccontami una storia, e poi un’altra,
un’altra ancora.” Solo quando
le mie parole raggiungevano il suo desiderio
di conoscenza e di curiosità si zittiva.
*
Evitando di elencare i segni inevitabili
che la chirurgia laser o non laser
mi aveva lasciato sul corpo, il passato
sarebbe tornato.
Dicendone l’avrei cancellato. Ciò che più contava
era il diritto all’amore, ma questa
semplice seppur comune parola
non riuscivo a pronunciarla
se non con l’identica semplicità
della marca di un rossetto. Questa parola
mi risuonava dentro, risucchiata all’indietro,
mi riportva a una sola visione.
In sala rianimazione non ci sono mai stata
mi sembra di entrare nella
luna, l’aria è soffice, sospesa
le prendo la mano.
*
Venere sarebbe stata da quel giorno
la nostra nuova compagna di classe.
Entrò con aria cupa, di sfida, la scuola
era l’ultimo dei suoi desideri
l’indifferenza già serpeggiava tra i banchi.
Le feci posto accanto, diventammo
inseparabili, complici di fughe,
di ritorni nell’istituto in cui viveva
le Madri di Cristo Re.
Il suo futuro era in ogni essere randagio,
era compiangere ciò che non è stato
una finta normalità.
Era pattuire un’esistenza per sua natura
sommaria. La piazza, l’arenile, i luoghi
prescelti della libertà. Bambole, oggetti noiosi
realtà anguste o spoglie.
*
Socialità, disabilità, trasformazione in Socialità di Lina Salvi.
Una nota critica di Renata Morresi.
Socialità (2007) di Lina Salvi è uno dei bei miosotìs delle Edizioni d’if, collana che da qualche anno si impegna a pubblicare piccole opere di pregio, che hanno la forma e l’eleganza dell’oggetto da collezione e il temperamento frizzante di un’avanguardia ironica.
A suo tempo presi Socialità per via del titolo, non sapendo nulla dell’autrice e del suo lavoro. Parlo di circa due anni fa, prima del boom dei social network: in quel momento “socialità” era ancora una di quelle parole dall’effetto un po’ modernariato, che si sentivano assai di rado in uno studio televisivo (ormai parametro di ciò che è in uso), men che meno nell’eloquio comune. Il dizionario mi dice che è “l’inclinazione allo stare insieme”, diversamente dalla sua parente, la socializzazione, che già nel suffisso afferma tutta l’ideologia di una caldamente consigliata integrazione. Se l’equivalente inglese è oggi in auge, nella sua veste nostrana “socialità” mantiene ancora la sua aura, che sa di felice aspirazione a qualcosa di comunitario e personale al tempo stesso.
Apro il libro, dunque. I 13 testi che lo compongono e in cui presto distinguo l’appartamento, la scuola, il reparto pediatrico, la periferia, mi dicono subito di una Bildung. La protagonista ha addosso un doppio marchio impresso a fuoco, quello della malattia, quello della poesia: “Ella è affetta”. L’opprimente maschera di carnevale della poesia d’esordio diventa il busto che sega le ascelle, la doppia infermità, che andrebbe bruciata, come la maschera appunto, e invece lega, costituisce.
La disabilità, nella definizione di Susan Schweik, è una particolare forma di intensità del corpo inscritto da un cambiamento: vedremo come questo ha a che fare con la sintesi di leggerezza e densità di questa lingua poetica.
La poesia di Salvi rifugge le attrazioni della lingua in sé, l’evidenza di ritmi e assonanze, e rimane tuttavia cristallina e cantabilissima. Operazione non semplice, poiché si dispiega come racconto di una storia che, almeno all’inizio, diremmo infelice. E invece no, non c’è compiacimento, non c’è lamento. E non c’è neanche trasfigurazione in senso trascendente. Era inevitabile: quel “socialità” diceva subito, tra l’esatto e il faceto, dei modi in cui la protagonista gioca la malattia e intasca la poesia.
Non che non ci sia dolore, ovvio, e ribollire dentro e desiderio di rivalsa. Le poesie sono, come fa notare Nicola Gardini, “traboccanti di amara sapienza”. Ma come spiegare quel “la vita / e quella sua equità”, se non immaginando quell’equità come il dono? Dono delle parole e della ricostruzione di sé, della trasformazione che esse permettono, delle parole offerte alla piccola Giulia, malgrado un mondo indifferente e volgare (l’infermiera con la sua crocchia).
Sappiamo bene quanto vi è di indicibile nella poesia, ed eviterò ora di citare poetologi e critici e filosofi a comprova. Vorrei invece soffermarmi per un attimo su “indicibili” più familiari, quelli degli interni borghesi, dei pranzi nazionali della domenica, ben inscenati da certi testi di Elisa Biagini (“Ti mangio nella pasta / ogni domenica, / nella pressione del sugo sottovuoto: / la segatura tra i denti non si sputa / trasuda dalla pelle / un pavimento rotto / di piastrelle.”).
La poesia come espressione del male più profondo mi pare a volte un’attività anti-italiana, nel senso di un’Italia familista e bigotta. O forse no, forse sommamente italiana, nella ricerca della messa a nudo, del melodramma. Ebbene, i versi di Salvi vanno oltre i miei facili paragoni. In queste poesie, passati gli anni della rabbia, delle parole sanguinose, della speranza affidata al silenzio, la poesia non sta più nel disvelamento. Non si tratta di scoprire il segreto celato da veli su veli di abitudini e abiti mentali. Qui basta sollevare un lembo di stoffa e la cicatrice afferma l’evidenza di ragioni che nessun urlo violento, nessuno scavo morboso può cancellare. La poesia di Salvi, così, racconta e al tempo stesso rispetta il non-detto. Ché dirlo può schiantare e lo strazio, il sensazionalismo, la morbosità possono essere veleno all’amore.
Tanto semplice, tanto naturale appare il puro raccontare di questa lingua che a qualche sguardo sbadato potrebbe sembrare sequenza di superficie. Ma, l’ho già detto, qui la poesia è delicatissimo strumento di tras/formazione e forgia un incantamento più radicale del materiale sonico. La metamorfosi non è in una cifra di metafore, bensì si dispiega nel discorso poetico, in tutto l’atto di parola che forma la raccolta. L’ammissione della disabilità, cruciale in quest’opera, diventa il superamento dell’impasse ermeneutica di fronte all’infermità, a un’alterata alterità, e apre le possibilità alla trasformazione.
Prendiamo la madre, ad esempio. La madre a cui non si poteva spiegare, che tentava di normalizzare la separazione, la malattia, come fossero cose come altre da gestire, la madre in cui la protagonista si trasforma per far da madre alla piccola Giulia all’ospedale, la madre la cui mano/anima rimane sospesa nella sala rianimazione. Ella alla fine torna, sotto nuove sembianze. Nell’ultima poesia della raccolta, arriva a scuola “la nostra nuova compagna di classe”, un’orfana ribelle, che vive presso le “Madri di Cristo Re” e che diviene inseparabile complice della protagonista: il socius di Socialità è invero una socia, la madre divenuta desiderata compagna, l’amica marchiata dal simile fuoco della diversità. È una nuova Venere, adolescente moderna e insicura, che nulla ha a che vedere con la bellezza statica e angusta delle “bambole”, che non rivendica chissà quale potere, conoscendo il limite dei suoi rimpianti, della sua fragilità. Ma che, “essere randagio”, riesce a conciliare col mondo, crudele e stupendo, un posto, foss’anche instabile e amaro, dove la possibilità di stupire, di trasformarsi, permane.
Opera felicissima, quindi, e, aggiungerei, lettura preziosa per insegnanti e adolescenti (sedessi nel ministero preposto la consiglierei certamente come libro di testo).
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Lina Salvi (Torre Annunziata – (Na), 1960), vive a Calolziocorte (Lecco).
Ha pubblicato le raccolte di poesie: Negarsi ad una stella (Dialogolibri, Olgiate Comasco 2003- con pref. di Giampiero Neri), Abitare L’imperfetto (La Vita Felice, Milano 2007 – Premio Donna e Poesia 2007, Finalista Premio Baghetta 2008, Socialità (Edizioni D’IF, Napoli 2007), già segnalata nel 2006 al Premio “I Miosotis” G. Mazzacurati e V.Russo.
La sua poesia ha ottenuto diversi riconoscimenti ai premio L. Montano e Astrolabio.
Nel 2009 è risultata tra i finalisti del Mezzago Arte e del Premio Sandro Penna – con silloge inedita.
Scritti di poesia e di critica sono presenti in riviste e siti on line, tra cui : «La Clessidra», «La Mosca di Milano» ,«Il Segnale», «Gradiva», «Il Monte Analogo», «Arte Incontro», www.ilcalzerottomarrone.it , antologie collettive, ecc.
Di recente, alcuni inediti, sono apparsi nell’ e-book «Calpestare l’oblio» www.lagru.org ripresi dal quotidiano L’Unità, e dalla rivista Micromega on line.
Collabora con la rivista letteraria «La Mosca di Milano».
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L’immagine è della fotografa olandese Rineke Dijkstra (1992).
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Ciao Renata,
ho letto queste poesie e quel che rimane dentro è un sentimento dolce misto a rabbia.
Hai detto tutto tu e d’altra parte non poteva esere diversamente considerato che sei del “mestiere” ma soprattutto sensibile e attenta come più volte ho notato.
un sentimento dolce per la bellezza dela poesia in sè di rabbia per la continua constatazione che i muri eretti dagli uomini sono ancora barriere architettoniche spirituali da buttar giù e l’impresa è ben più difficile delle barriere fisiche.
La tua recensione è una bella fotografia non solo della poesia ma soprattutto della società e del pensare attuale. Conculdo il mio commento con questi versi dell’autrice:
“Ciò che più contava era il diritto all’amore”
Ecco io credo che ci sia tanto amore negato a formare mura e preconcetti così difficili da abbattere che rendono inabili chi pur avendo non dà.
SM
mi scuso con tutti per non aver corretto prima di inviare ma spero si caisca lo stesso.
SM
Nulla d’aggiungere al sensibile commento e sulla trasparente bellezza dei testi, se non il desiderio di testimoniare la mia vicinanza.
Un abbraccio,
Roberto
Bellissime poesie e ottima recensione. Stamperò il tutto e me lo terrò ben stretto al petto, a farmi buona compagnia in questo grigio Natale…Bravissima Lina e bravissima Renata.
davvero belle, grazie per la lettura rena..davvero.
Poesia precisa come una diagnosi, la cui lettura dà un piacere doloroso. Complimenti a Lina Salvi e grazie della proposta, Renata, e per la bella nota critica.
Una bella proposta Renata e anche la nota critica.
infallibile Renata
nel trovare queste voci sorprendenti asciutte che vanno dritte al cuore
sembrano fucilate nel silenzio
nuvole in viaggio
nomi senza nomi
eppure sussurrano dicono ti fanno capire
cos’è l’amore
che cos’è questa grande ombra che noi chiamiamo poesia
bellissimo
grazie all’autrice
e a renata
davvero
c.
Sono molto commossa dalla generosa critica di Renata Morresi, – dei commenti dei lettori e per la loro vicinanza. Vi ringrazio tutti.
Lina Salvi
Un commento chiaro, accurato e appassionato, quello di Renata Morresi. Adeguato a parlare di versi coraggiosi, nitidi nello sguardo diretto negli occhi e nella ferita delle realtà “anguste o spoglie”, sempre vere e partecipate dalla poesia autentica, sincera come quella di Lina Salvi. Un caro salute ad entrambe, Ivano
Bellissima recensione. Complimenti.
E un abbraccio a Lina.
Grazie delle parole generose, più delle ‘attenzioni’ conta *l’attenzione* di chi legge, l’accortezza e la concentrazione che avete dedicato a questo post.
Grazie a Lina Salvi per la sua poesia e per avermi permesso di pubblicare qui una ampia selezione da Socialità.
Sono molto contenta che quest’opera abbia inaugurato questa mia piccola rubrica: “Poesia in forma di persona” vuole offrire selezioni di opere poetiche contemporanee accompagnate da recensioni leggibili, in cui il linguaggio critico sia pertinente senza essere, come spesso accade, distanziante, scoraggiante per eccesso di tecnicismi o specificità. Una sorta di critica eco-sostenibile, insomma.
L’intento non è di censire scuole, movimenti o modalità particolari, bensì di andare a offrire quei testi o quelle opere in cui lo stile incontra il tema con felicità. Quando il talento e la bravura incontrano il *loro* argomento, la *loro* necessità (alcuni la chiamano ispirazione), ecco che ne escono lavori di grande integrità, più immersi nella vita come evento che occorre (accade E serve), che nella letteratura in sé o nell’ego con le sue urgenze.
Cercherò, come è avvenuto in questo caso, e nei limiti delle mie possibilità, di dare ai testi un interlocutore dalle arti visive: qui la foto di Dijkstra rappresenta un fortunato adattamento, una buona prosecuzione di alcune delle meditazioni centrali del libro.
Niente di rivoluzionario, insomma, anzi, niente più che una porta aperta sul mio personale laboratorio scrittorio, con tutte le idiosincrasie del caso e senza alcuna pretesa di completezza (ma la persona, in fondo, è, finora, la casa più onesta che abbiamo).
A presto, dunque
e un saluto caro
r
Cara Renata, grazie anche per questa precisazione: avevo apprezzato molto, la tua nota, proprio per i motivi che tu indichi (W la critica ecosostenibile!). E la foto integra magnificamente la proposta.
Viene voglia di leggere a voce non alta, ma a voce che segue la cadenza e la punteggiatura bianca – che sembra un po’ cancellata, come un respiro in affanno, un respiro che non conti i secondi o gli scatti, le interruzioni (che l’emotività sa e non sa destreggiarli) – questa poesia che fatta racconto è e resta poesia, densa di non-metafore come dice Renata Morresi nel suo chiarissimo e illuminante testo, ma di una importanza alla parola che non crea immagini, le ha già in sé e per sé come bagaglio, forza, poi evocazione e poi ancora dolore sospeso che, è vero, non urla, ma compita passaggi di sguardo, su quel registro panoramico ravvicinato che è il sentire, il vissuto, il cuore di chi ha e avrà ragione, o forza, di scrivere.
buona notte.
giampaolo
il “che” leggetelo in “ché”, lì dentro la parentesi (“che l’emotività sa e…) – gli accenti sanno saltare! — e i refusi talvolta, non in questo caso, sono possibilità ulteriori del testo di incedere, continuare quasi “senza ostacoli”… ri-saluti,
g.
Cari tutti,
vi ringrazio nuovamente per letture e commenti diversi, illuminanti.
Lina S.
E’ sorprendente come l’angolazione – di socialità davvero, O, NELLA DIZIONE, DELLA NARRATIVITà COMPRESSA IN QUELLA LIRICA, DIANO INSIEME IL TIMBRO, L’INTONAZIONE, QUELLA GIUSTA, A LINA, CHE DA SEMPRE è BRAVA POETESSA O POETA. E QUI SI LIBERA ANCORA DI PIù SCIVOLANDO NELLA NONCURANTE ASCIUTTEZZA, PADRONANZA. Bella parecchio, la presentazione di Renata Morresi.Complimenti, a entrambe, da
Maria Pia Quintavalla