di Barbara Gozzi
1.
C’è qualcosa.
Qualcosa di buono e confuso.
Mentre si stringono sul divano. Fuori fa freddo, in molti dormono. Molti che non sono loro.
C’è appena una lampada accesa, in un angolo.
Il ticchettio ovattato di un orologio che da un’altra stanza insiste.
Il calore tra loro potrebbe espandersi.
Ma non si muovono.
Nessuno dei due accenna, agisce su muscoli, ossa e dita.
Nessuno dei due si decide a mutare ciò che c’è tra loro, ciò che sono.
Gli vengono in mente i suoi seni, che ha sbirciato per tutta la giornata. E che vorrebbe sfiorare, baciare, stringere con forza. Gli vengono in mente gesti lenti e decisi, che dal fondo emergono e lo spingono contro quel corpo vicino e lontano, piccolo e fragile così diverso dal suo, (dis)simile.
Lei si vede con le labbra sul suo collo. Si vede mentre gli lecca la pelle calda, dolce e salata. Sente i polpastrelli che gli sfiorano il volto, toccano ruvidezze, esitano. Poi i suoi occhi, stretti e densi, che parlano nel silenzio che è il suo modo di sopravvivere. Quegli occhi vorrebbe sentire con le labbra, li vorrebbe liberare.
C’è qualcosa che tiene i corpi uniti immobilizzandogli agli incastri. Ed è qualcosa dal sapore fresco dell’aria sulla faccia, della giornata appena trascorsa per strada, delle risate e le pause. E’ qualcosa di colorato nell’oscurità. Aroma di caffè e frutta.
Si restano.
Aspettano.
Quella confusione buona non esiste, se non in quel modo, così, lì.
Non esistono nemmeno loro, fuori dal divano.
2.
Eih.
Eih!
Stefania indossa la solita tuta a tinta unita con le righe laterali, stavolta è verde con righe grigio chiare. Li fissa seria.
Eih, voi due! Vi spostate che ho da lavorare?
Ha vent’anni Stefania. E’nata in Italia ma sua madre era russa. E lei fa quello che ha fatto sua madre finché ha potuto. Pulisce.
Se non vi decidete lascio perdere, ma poi non lamentatevi che respirate merda.
Ha le labbra sottili e chiare. Occhi color del ghiaccio notturno. Capelli mossi sfilacciati, né lunghi né corti. Scomposti da un vento inesistente, scomposti perfino alle sei d’una mattina invernale.
Quand’è che vi decidere ad ammetterlo voi due? E mostra le spalle a entrambi mentre si china per rintracciare stracci e pulitore in spray.
Lui le sfiora i capelli con le labbra, poco sopra l’orecchio. Ha ragione, le bisbiglia, poi si alza lasciando una conca calda al suo posto. Si decide ad alzarsi anche lei, intorpidita, confusa.
Cosa c’è poi che non vi funziona mi piacerebbe tanto saperlo, le sta dicendo Stefania che prima di concludere la frase si volta e allunga una mano.
Lei fa un passo indietro, svelta. Non mi serve niente, vorrebbe dirle ma l’intenzione resta pensiero. Le sue mani rovinate dagli acidi chimici dei detersivi la spaventano. Non le vuole quelle dite graffiate, solcate nelle impronte, sulla sua pelle che trattiene ancora le impronte dell’abbraccio.
Affretta il passo, si chiude in camera. Lui è già pronto per uscire. Jeans scuri, cintura nera spessa, mocassini, maglione dal collo tondo e giacca beige. Voglio andare via, gli dice con la schiena sulla porta e una mano sulla maniglia. Le annuisce serio, se gli passa qualche pensiero non lo tradisce. Recupera il portafoglio e le chiavi dal comodino. Appena due passi e le è davanti. Facciamo quello che vuoi, le risponde. E sono le prime parole che pronuncia da alta voce dalla sera precedente. Il suo alito sa di dentifricio alla menta. Ma tu vuoi? La sfiora con una carezza leggera sulla guancia sinistra. Chiude gli occhi. Aspetta. Si sente il rumore della scopa elettrica che dal salotto echeggia lungo il corridoio. Li riapre e lui è ancora lì. Non l’ha toccata, non come avrebbe voluto. Non si è avvicinato, non come potrebbe. Non le parla.
Si inumidisce le labbra secche, è alto e grande davanti a lei, la luce fioca del mattino lo rende solido nella sagoma, tenero nei lineamenti.
Andiamo via, e allunga le mani, gli afferra i bordi della giacca, lo trattiene. Andiamo-via-tu-e-io.
Resta immobile attimi sospesi. Le prende i polsi, se li allunga verso il volto, le bacia i palmi. Ha labbra morbide, umide. Rabbrividiscono.
Vado in stazione.
Non riesce a rispondergli ma sa che ha capito.
Chiuditi dentro, lascia perdere tutto.
Sì, lui sa, glielo legge negli occhi.
Poi ce ne andiamo. Affonda il muso tra il maglione che le pizzica mento e naso.
Un alito d’aria.
Il cigolio della maniglia.
Il freddo del pavimento scheggiato.
Resterà rannicchiata a terra fino al suo ritorno o fuggirà? Se lo chiede mentre canticchia una canzone. Una di quelle che la testa memorizza senza titoli o nomi. Solo musica e parole. Solo. Il caos.
For so bare is my heart ,
I can’t hide ,
And so where does my heart,
Belong.
Belong, belong, belong .
3.
Si alza traballando.
La schiena ghiacciata.
Le spalle rigide, le braccia e le gambe informicolate.
Le giunture se ne vanno dove vogliono.
Boom, boom. Boom, boom.
Qualcuno bussa sulla porta chiusa. Le rimbombano i timpani.
Boom, boom. Boom, boom.
Gli occhi radiografano la stanza. Il suo profumo mischiato al dentifricio è ancora nell’aria. Le lacrime rigano pelle e pori.
Boom, boom. Boom, boom.
La voce di Stefania sembra arrivarle dal suo stesso cranio. Mi fai entrare? Allora? Che cavolo devi fare lì dentro da sola? Sara?! Vi lascio a morire coperti di merda se non apri subito!
Trema tutta.
Il corpo ondeggia.
Quei rumori, ennesime aggressioni contro pelle, sono troppo forti, troppo violenti.
Non le interessa di niente e nessuno. Della merda, di quella casa che non è la sua e mai lo sarà, dei soldi che non ha, della paura invisibile, di Piero, di-lui-che. Che. Non trova le parole. Non può perché non ci sono parole tra loro.
Le basterebbe non sentire. Con nervi, epidermide, gola e intestino. Non-sentire.
Quel qualcosa che non esiste.
4.
Piero. Piero-o. Pieroo-ooo.
Cammina a passo svelto. Accelera. Disegna nell’aria ampie falcate con il jeans scuro a fasciagli le gambe.
Prende a correre.
La voce di Stefania raggiunge acuti che non le aveva mai sentito.
Piero. Piero-ooo.
Arriva all’ingresso del palazzo ansimando. Sale le scale affrontando due gradini la volta.
Sul pianerottolo la vede. Coi capelli schizzati ovunque, ciocche gonfie e spettinate, perfino sporche.
C’è qualcosa che non va, pensa immediatamente, quello sporco non c’era quando me ne sono andato. La guarda e il suo corpo femminile gli si deforma davanti alla faccia mano a mano che le si avvicina. Le si ferma davanti. Le gambe danno segni di cedimento, stringe i denti. La scuote.
La ragazza ha gli occhi enormi, strilla, singhiozza, gli arti si agitano colpendo a caso un improvviso vuoto attorno.
Piero alza lo sguardo oltre le ciocche ribelli, in fondo al corridoio la porta della camera che ha affittato è aperta.
Un suono lontano, in avvicinamento progressivo, gli scatena un ronzio fastidioso alle orecchie. Ingoia saliva. La sirena di un’ambulanza. I grumi densi faticano ad abbandonare la lingua secca.
Le mani mollano la presa dalle spalle di Stefania. La ragazza è ormai un animale isterico, sbava e piange.
Piero riprende a camminare, ordina alle gambe di muoversi. Un passo. Un altro. Ancora. Ancora. Le ginocchia si alzano e abbassano come sotto l’effetto di un rallentatore muscolare.
Davanti alla porta si ferma.
Nessun movimento all’interno.
Il collo ruota. Tutto è immobile.
La finestra è aperta.
Spalancata.
Il ronzio alle orecchie persiste, aumenta d’intensità. Gli perfora i timpani.
Perché è aperta?, si domanda, C’è freddo fuori, Sara ha sempre freddo. Si paralizza.
Un passo. E stop.
Altro passo. Stop.
Non raggiunge nemmeno la metà della stanza quando si volta. Esce con un colpo di anche. Passa accanto all’animale liquefatto appallottolato contro il muro. I timpani perforati sono insensibili a ogni sollecitazione sonora. Riaffronta le scale, ansima, trema, suda. Le articolazioni cedono ad elasticità inimmaginabili. Lungo i gradini del primo piano dalla tasca dei jeans scivolano i biglietti del treno appena presi. Sul penultimo pianerottolo non sente il tonfo del mazzo di chiavi ma avverte l’alleggerimento di peso dalla tasca della giacca. Non si ferma. Sa. Che non ne avrà più bisogno.
Il portone principale è di quelli enormi, in legno scuro spesso mangiato da insetti e tempo. E’aperto in fessura.
Piero sbuca in strada e la luce bianca dell’inverno lo acceca.
Con una mano davanti agli occhi gira attorno all’edificio, la finestra della camera affittata si affaccia al cortile laterale.
Vede uomini scendere dall’ambulanza. Sono giovani. Agili. Smontano e corrono. Muovono le labbra ma lui non sente nulla.
Resta immobile davanti all’angolo del palazzo, una mano sul muro ruvido a tenerlo dritto.
C’è qualcosa, per terra.
Per terra tra gambe in movimento e piante basse, c’è qualcosa.
Piero smette di respirare.
Coi polmoni chiusi, le gambe traballano, gli occhi si arrossano sporgendo in modo innaturale.
Sotto la finestra affittata c’è qualcosa che non esiste.
Sara.
5.
Le palpebre si aprono.
Le ciglia sfarfallano l’aria.
La penombra investe la cornea.
Le pupille si dilatano adattandosi alla semi oscurità latente.
Gli iridi chiari sono appena distinguibili.
Cristallino e retina accolgono la luce scarsa.
E il nervo ottico tentenna, fatica a mettere a fuoco.
Il palmo della mano destra riconosce il tessuto spugnoso del divano. Lo carezza incredulo.
La semioscurità inizia a farsi meno densa. Le forme si fanno riconoscibili.
Alcuni rivoli di sudore gli attraversano la schiena. Indossa i pantaloni comodi, quelli di cotone blu e la felpa con la zip. C’è qualcosa che gli pesa sulla spalla sinistra.
Piero ha paura. Di muoversi. Di vedere. Di collegare i dettagli.
Quei vestiti se li mette la sera, prima di cena. Quelli o i ricambi che variano appena nei colori. Sono fondi di magazzino di suo fratello che ha un banchetto di abbigliamento al mercato di periferia. Stock difettosi del grossista, li chiama suo fratello e non aspetta mai, fugge sul suo furgone traballante, non li vuoi i suoi soldi, non vuole i soldi di nessuno che non possa chiamare ‘cliente’.
Il peso che si sente addosso è inignorabile.
Ha gli occhi umidi.
Sa-ra. La finestra aperta. Sa-ra. La stazione. Andiamo-via-tu-e-io.
Ha la bile sulla lingua.
Lei non crede, non le riesce.
Muove la spalla, la testa sussulta. La testa piena di capelli scomposti tende a scendergli verso il petto.
Non gli permette. Di dire.
Sposta metà busto, ruota il collo.
Lei non accetta. Non cede.
Una parte del volto addormentato entra nel suo campo visivo.
Eccetto quando vicini si addormentano sul divano, come in quel nuovo momento.
Sa-ra. Le parole non escono. Anche a lui si bloccano gli ingranaggi. Quando dovrebbe, vorrebbe. Dire e fare. Quando nel suo buio sente, gli si infiamma qualcosa di fondo. Frena. Tace. La asseconda.
Sa-ra.
La porta blindata con la serratura scassata cigola. Stefania dev’essere appena entrata. Sono le sei, pensa Piero. Sono le sei e lei dorme. Il cuore tamburella, batte su vene e tessuti. Tum, tum, tum. Tum, tum, tum.
Raddrizza la schiena.
Sposta il corpo in modo da tirarsela maggiormente contro.
Le scosta ciocche di capelli all’odore di camomilla.
Lei muove il volto. Si sta svegliando.
Lo sbircia. Piero le vede la sorpresa riflessa tra le pupille.
Con una mano le tiene la nuca.
I corpi si strofinano. Uno ricettivo, sveglio, l’altro che si contorce per sfuggire al sonno.
Sara gli posa le mani sul petto.
Ancora non capisce.
Quei tocchi, quella vicinanza imprevista.
Sara, le mormora guancia contro guancia, Sara, e i suoni scivolano dentro il silenzio.
Le sfiora il collo con le labbra poi rialza il volto.
Qualcosa, le dice, qualcosa, ripete e le si avvicina ancora, la costringe a poggiarsi completamente su di lui.
Qualcosa c’è, gli occhi lampeggiano, la sfidano. La sua lingua le entra tra le labbra. Irriverente, tranquilla.
Ce ne andiamo, le labbra si passano aria e saliva, ce ne andiamo ora, subito.
Si fissano. Immobili nella posa scomoda.
7.
Eih.
Stefania piomba nel salotto canticchiando a bassa voce.
Eih voi!
Piero le tiene una mano tra le sue mentre si alzano dal divano. Le ossa a scricchiolare per l’immobilità scomoda. I muscoli tesi per la posa innaturale tenuta durane la notte.
Le mani si tengono. Stefania rovista nel cesto dei detersivi mostrando il sedere tondo fasciato dai pantaloni della tuta da lavoro. Vi levate che ho da fare?
Fa un passo verso la porta, lei non si muove costringendolo a voltarsi. Mani sempre strette. Braccia allungate in aria, unite attraverso dita intrecciate.
Le lancia un’occhiata decisa tornando indietro senza smettere di guardarla.
Piero? La bocca incerta sporge.
E’tutto a posto, le bisbiglia all’orecchio. Stefania brontola con la testa dentro il cesto stracolmo di detersivi.
Andiamo via, io e te, basta Sara; e le sorride, ora basta.
I suoi occhi gli sembrano più luminosi. Non aspetta cenni o altre conferme, una finestra aperta gli ha lasciato tra la pelle bruciori e pruriti che non è disposto ad assecondare.
Ti dico che c’è qualcosa.
La bacia ancora, lentamente.
C’è.
Escono in silenzio, attraversano il corridoio buio dalle stanze sigillate da intimità apparenti.
Dove? Gli chiede sedendosi sul letto, in camera. La porta aperta, una fretta nuova nei gesti.
Piero non risponde. Ha addosso un’eccitazione furiosa come lingue che dalle piante dei piedi si diramano verso l’alto. Stavolta no, no.
Piero? Sara lo osserva con attenzione mentre si cambia. Non è spaventata. Non è più sorpresa.
Si mette sulle spalle la vecchia borsa da calcio riempita alla rinfusa. Si infila in tasca il portafoglio. Lascia le chiavi sul comodino. Al padrone non dispiacerà ritrovarsi la stanza libera dieci giorni prima della fine del mese, pensa, specialmente se i quattrocento euro li riceve in anticipo.
Le fa un cenno col mento. Andiamo, dice quel gesto familiare. Sara lancia un’ultima occhiata alle pareti. Ricorda a mala pena com’è vestita. Chissenefrega, e scaccia il pensiero.
Sulla soglia gli si aggrappa alla giacca beige costringendolo a fermarsi ed aspettare. Si sporge per prendersi un bacio.
C’è.
Si sofferma sulle sue labbra, piano, senza fretta.
C’è.
Escono chiudendo la porta.
Stefania canta più forte passando l’aspirapolvere.
Now that I’ve found you,
And seen behind those eyes,
How can I,
Carry on.
8.
Alla stazione fa freddo. I volti, gli arti, i busti non hanno consistenze. Sono movimenti crudeli, nudi.
Sara si mordicchia le mani, lo stomaco le si è stretto in fitte cicliche già per strada. Piero è in fila allo sportello informazioni numero due. Ci sono altre dodici sagome prima di lui, le ha appena contate. Dalla colonna dove ha appoggiato una spalla lo vede. Insiste alcuni minuti con gli occhi stanchi. Poi sposta bacino e collo. Ha voglia di tornare indietro, al divano, alla nottata appena lasciata, a quando ancora poteva credere al non tempo, le non scelte.
Fra poco tornerà, nota nel silenzio dei rumori sconnessi tra il giornalaio e l’atrio principale, tornerà e saprò dove. Dove.
Tu-e-io. Chiude gli occhi.
Io-e-te. Un respiro le si perde tra singhiozzi trattenuti.
Ma chi prendo in giro? E mentre se lo dice si sposta dalla colonna umida e bucata. Chi crederebbe a una cosa così?
Si sforza. Inspira. Espira. Vorrebbe tornare a guardarlo. Imprimersi i suoi tratti. Quella dolcezza custodita, resistente. Quel suo silenzio di labbra e gesti che custodisce una comunicazione estrema, disperata, ferita. Quella capacità sorprendente che ha, ha sempre avuto da quando l’ha incontrato in piazza una giornata di sole e nuvole gonfie, di capire. Ca-pi-re. Che con lei ogni sguardo, ogni tocco, è lascito che dispensa a fatica, ne ha paura. Piero non è come lei, lui tace, si paralizza, per le croste che ancora spurgano, i colpi ricevuti e mai parati, piuttosto accettati. Lui è così per processo di plasmatura e adattamento. Lei per natura. Per bisogno di gradualità che sono importanze carnali. Che sono calma, silenzio ristoratore, comprensione che non corre, attende.
Lo stesso moto ondoso delicato e pacata che la spinge ad allontanarsi dalla colonna e incedere verso un’uscita laterale.
Tante parole si mescolano al traffico, al cielo bianco indeciso tra pioggia e neve. Al tremolio d’un corpo che non ha nulla, non è nulla.
Entra in un piccolo bar che fa angolo con una laterale, a qualche isolato dalla stazione. Chissà se l’ha cercata con lo sguardo, se l’ha chiamata attraverso il brusio delle vite altrui. Chissà se ha già capito. Sara annuisce a un’immagine non riflessa che è il suo volto pallido e spigoloso. Sì, sta dicendo quel movimento di collo, mascella e pelle, sì. Lui sa.
Il bagno del bar è un uovo di piscio e fumo senza finestre né luce. Chiude con un chiavistello sottile e ricurvo. Si siede sul coperchio rotto del water, lo sente scricchiolare, chiude gli occhi. Resta in quell’equilibrio precario senza cercare alcun appoggio.
Non gliel’ha chiesto direttamente, di andarsene assieme. O no?
La testa prende a traballarle, da destra a sinistra, da sinistra a destra. Bim-bum. Bum-bim.
Non gli ha chiesto altro che un abbraccio lontano da tutti, da far durare il più a lungo possibile. Si è ingannata? Se ne stava in un bagno così anche quel giorno, prima di raggiungere la piazza e lasciarsi imbambolare dalle nuvole enormi, fiocchi di cotone a trascinarsi tra cielo e raggi tiepidi. Se ne stava in pendenza, come ora anche quando lo ha urtato davanti alla scalinata. E lui l’ha afferrata con la prontezza del randagio abituato a subire e soccorrere. Le sue dita callose le hanno lasciato una ferita all’altezza del gomito destro. Se lo massaggia nell’oscurità puzzolente, respirando con la bocca aperta. Quella piccola ferita cicatrizzata non è memoria ingiallita nemmeno finzione.
E’ appartenenza.
Negata.
Your softly spoken words,
Release my whole desire,
Undenied,
Totally
[Stralci musicali di ‘Undenied’, Portishead, album ‘Portishead, 1997]
Grazie a Federica che mi ha detto: “tu la devi finire”.
