Interrompo il resoconto sulle sette stanze per riferire di un libro giunto da Milano: un’edizione assai piacevole, con sovraccoperta bordeaux e segnalino di identico colore. Eumeswil fa le cose per bene. Nella scrittura si entra a poco a poco: all’inizio fatichi a decifrare persone e situazioni, distribuite in capitoli rapidi alla Kundera: poi, ogni pagina aggiunge il tassello che mancava, i volti diventano più chiari, la trama prende corpo coinvolgendoti al di là delle tue disposizioni. L’identificazione con il protagonista si realizza presto: è un uomo con le fragilità, le paure e i desideri incisi nella nostra carne; in lotta con i mostri, come Padre Juan de Sahagun, che riesce a dominarli con una formula semplice: Tente necio!, fermati bestia!, – grida al toro che getta nel terrore i malcapitati in cui s’imbatte per la strada. Impresa più difficile per Vittorio Fabbri, protagonista di una storia sempre sul punto di mutare, metamorfosi mai paga di stupire il lettore e forse lo stesso autore che dovrebbe reggerne le fila. Grovigli di intenzioni e azioni si sovrappongono e sfumano le une dentro le altre costringendo a divorare le pagine, a inseguire gli eventi con lo stesso ritmo con cui i personaggi del romanzo si inseguono tra loro, in un continuo trapasso fra il presente e un passato di vent’anni prima, destinato a presentarsi a intervalli più o meno regolari. Salamanca è il prototipo di un mondo che si sottrae a interpretazioni conclusive, perché in fondo nessuno ne conosce l’anima, e tutto rischia di finire deformato da una maschera, come quella trovata sul cadavere di don Augustin, capro espiatorio di un popolo incapace di qualunque fedeltà, che dal peccato e la cacciata dall’Eden corre senza sosta verso occidente, incurante di ogni ostacolo. L’enigma resiste fino in fondo, in spirali vorticose da cui si dipartono riflessi inquietanti, come dagli occhi di Caino: riuscì Abele a vederli, prima di venire assassinato? E’ questa la domanda centrale del romanzo, che intreccia un fuoco di fila di equivoci e rivelazioni privi di un approdo di consapevolezza decisiva: il Nulla che entrò dalla ferita della costola di Adamo sembra averne segnato per sempre la possibilità di afferrare il senso della storia. Resta la lotta per la libertà, il cui fantasma si aggira di pagina in pagina in questo libro che consiglio di non perdere.
Riccardo Ferrazzi, Gli occhi di Caino, Eumeswil Edizioni, 2009.


bella recensione, fabry!
un abbraccio
f&r
“Riuscì Abele a vederli prima di venire assassinato?”
E’ una gran bella domanda, caro Riccardo, ed è fondamentale se dall’inizio alla fine vive sottotraccia nel tuo libro, che non ho ancora letto, per cui mi baso su ciò che scrive Fabrizio. Importante, se porta gli eventi e le persone a rincorrersi con così tanta foga e passione da suscitare nel lettore il desiderio “carnale” di giungere alla fine, con l’ansia e la sorpresa di veder ribaltare scene e sentimenti in ogni istante.
Per rispondere alla domanda non possono farsi che delle ipotesi e per conoscere la tua non mi rimane che leggere:-)
Però dico la mia: se i due fratelli si fossero guardati negli occhi forse il fratricidio non sarebbe avvenuto. Abele avrebbe capito quanto i suoi gesti, più o meno senza malizia e cattiveria, avevano ferito il fratello, fino a renderlo schiavo di quella bestia (ma non sarà questa la bestia contro cui combatte Padre Juan?) che si chiama gelosia, ovvero la paura di perdere l’amore, di condividere la’more, di non essere più amati a sufficienza e il dolore che ne nasce, la paura di essere dimenticati da colui che ci ama e amiamo, in questo caso Dio. Avrebbe capito quanto questa paura di perdere un amore così grande aveva tolto la ragione al fratello e umilmente avrebbe chiesto perdono per il male, anche se involontario. Caino avrebbe visto scorrere nelle vene di Abele il suo stesso sangue, l’ira si sarebbe placata nel terrore che coglie chi sta per morire, avrebbe compreso che i gesti dell’uno e dell’altro erano guidati dallo stesso amore, amore di cui non ci si sazia mai, ma che l’amore non è possesso esclusivo dell’essere amato, ma condivisione. Inoltre l’amore dovrebbe unire non dividere, essere agape, se Caino si fosse rispecchiato nel suo stesso sentimento, vivo nell’altro (Abele), la mano si sarebbe fermata.
Forse il segreto è tutto qui, l’enigma si scioglie quando ci si incontra occhi negli occhi “perché in fondo nessuno conosce l’anima” non solo di Salamanca ma soprattutto dell’altro. Un incontro di questo tipo non renderebbe roccia ogni fragilità? Basterebbe così poco per superare ogni ostacolo: fermarsi un secondo “occhi negli occhi”, perché questi non nascondono segreti ed è per questo che, forse, ci fanno paura, ma probabilmente proprio la paura di riconoscersi nell’altro, fragili, spinge a non guardarsi.
Caro Fabrizio,
che dire? Dello scrittore viene fuori l’anima di chi non legge solo se stesso (né Caino, né Abele), del sacerdote viene fuori il cuore e la passione di chi vive ogni attimo intensamente calandosi nelle fragilità proprie e altrui, dell’uomo il “coraggio” di guardare l’altro negli occhi.
Non so cosa ne pensa Riccardo ma se le pause dal riordino del “castello” (sette stanze!?! Uhao!) producono questi risultati allora va in pausa più spesso, alterna ordine al disordine perchè anche il primo arricchisce il lettore e tu, Riccardo, mandagli più libri, possibilmente tuoi che è un piacere leggerti.
In quanto a me credo di dover andare in libreria:-)
Baci
SM
Fides e Stella, grazie!
nella prossima torno alle stanze, però…
un abbraccio
fabry
Interessante Don Fabry!, grazie per il consiglio del libro lo devo leggere.
Un abbraccio.
Rashide A.
grazie Rashide!
un abbraccio
fabry
@Stella Maria. Non sono sicuro che guardarsi negli occhi basti per cancellare il male e far prevalere le ragioni dell’amore. Sarebbe bello, ma purtroppo non basta. Il mondo è così complicato che spesso ci appare come il regno del caos, e noi siamo come formiche impegnate in un lavoro infinito, solo apparentemente razionale, che sfocia quasi sempre in una torre di Babele. L’unica cosa che ci fa andare avanti è la speranza.
@ Riccardo.
si hai ragione la speranza è la roccia solida anche nel mio mare di ipotesi.
complimenti per il libro che leggerò a breve
un abbraccio
SM
evviva riccardo ferrazzi. (narratore raffinatissimo.)
Segnalato qui:
http://lucioangelini.splinder.com/post/22192244/RICCARDO+FERRAZZI+E+L%27ASPHYXOP
Grazie della segnalazione.
Saluti
E.
Dopo di che mi sono incollata a leggere questo libro per due giorni senza staccarmi per scoprire la fine, sono arrivata alla mia interpretazione, pero mi dovete scussare per la mia ortografia.
Io direi il misteri della vita, come si uno di noi riuscisse a guardare dentro la nostra istoria il passato in ogni momento o circostanzia ,proprio li dove siamo stati feriti , svegliare il dolore che non ci rende più liberi e felici
Fare il conto con fantasmi del passato , noi stessi , quelli chi credevamo di essere e non siamo stati mai. Scoprire e togliere le maschere che ci siamo mezzi in ogni momento per recitare il nostro teatrino, come loro personaggi del romanzo che scambiano parole e sguardi sembrano avere tropi significati pieni di emozioni , menzogne , paura, sfide , panico, impotenza ,senza mai capire il vero senso di la verità , la luce , il amore, come vieni raccontato.
Penso che più meno se raccontassimo in un libro la nostra istoria non sapremo darli un finale. Avremo solo la certezza o morale della vita che ci lascia questa istoria, se riuscissimo a prendere il toro per le cornee accertando le sfide che ci aspettano per essere sconfitte , vincendo la paura di quello che verrà in nostro futuro sempre e assumendo le nostre responsabilità.
Solo lasciandoci penetrare della luce che ce dentro ogni uno di noi, propiom sulla ferita, li giù come quella punta che penetra e uccide il nostro ego distorto, per trovare le origini della vita piena di grazia e dello spirito santo.
Un abbracio Don Fabry.
Rashide.
Rashide, il guaio è proprio quello: se uno vuole scrivere cose vere (o che sembrino vere), non può mettere alla fine un “e vissero felici e contenti”. Nella vita non è così che funziona. Nella vita è più complicato, e ognuno è costretto a cercare un senso in una vicenda sapendo che gli altri non ce lo vedranno, ne vedranno uno diverso, e che al limite un senso potrebbe anche non esserci. Come dicevo anche a Stella Maria, l’unica cosa che ci fa andare avanti è la speranza.
PS Non preoccuparti per l’ortografia: c’è di peggio anche fra i laureati!
Riccardo, grazie per condividere con questo libro le tue emozioni, cosa molto dificile per.
E molto bello sapere che ce la speranza, che possiamo andare a guardare dentro della nostra anima, con quelli sguardi amorevoli e accogliente della conspevolezza che Dio ci ama e che lo meritiamo.
PS alibi di una straniera per non imparare bene il italiano.
grazie a te Rashide: ti sei spiegata benissimo.
un abbraccio
don fabry