Nick Cave, La morte di Bunny Munro

Eccoci qui, siamo alla letteratura 2.0.0, e l’industria lavora, alacremente, se pur via tentativi ed errori, ai prossimi aggiornamenti.

Nick Cave, musicista, cantante, compositore di colonne sonore, attore, pittore, scrittore, ha pubblicato il suo secondo romanzo, La Morte di Bunny Munro (Feltrinelli 2009, traduzione di Silvia Rota Sperti, € 16,50), in cui racconta gli ultimi giorni e, appunto, la morte di mister Munro, di professione venditore porta a porta di prodotti di bellezza, per vocazione erotomane a tempo pieno.

Fino a qualche tempo fa si sarebbe parlato di un oggetto nella forma di “libro”, costituito da una serie continua di fogli stampati cuciti insieme da un lato e racchiusi da una copertina, distribuito lungo determinati canali commerciali e promosso (se va bene…) attraverso determinate reti comunicative. In realtà questa definizione, presa in parte dal Devoto-Oli, non considera l’accezione prevalente di “libro”, che è metonimia antica e comune, vale a dire il contenuto del “libro”, per secoli riferito appunto primariamente alla sua instanziazione materiale: prima rotolo, poi codice, infine libro a stampa.

Oggi tuttavia, a parlare di un “libro”, ci si deve riferire a varie cose, non tutte esistenti fino a un recente ieri.

C’è il “libro”, certo, il volume uscito il 3 settembre 2009 nel Regno Unito e ovunque si distribuiscono “libri” in lingua inglese, cioè in tutto il mondo, Antartide forse esclusa. In Italia dal 7 ottobre, in traduzione per i tipi Feltrinelli, presentato, non casualmente, appunto come “un grande evento letterario”, mica solo come un romanzo (ed è in realtà un lungo racconto).

C’è la versione di testo elettronico scaricabile da Amazon.com all’inizio a $19.39, oggi a $13.79 (Kindle Edition, si risparmiano $11.21, il 45%). Il testo si legge sul lettore Kindle, già alla seconda (e migliorata) versione, che inizia a farsi vedere in Italia ($259.00, sempre su Amazon.com, ma per il mercato US c’è già un’ulteriore versione, più grande). Per comprendere le strategie commerciali che si muovono dietro i libri in forma di testo elettronico (ebook), Amazon.com da sola offre qualcosa come 390000 titoli, e ha appena annunciato che nel periodo natalizio appena passato le vendite di ebook dal suo sito hanno superato quelle dei volumi stampati. Non sono stati tuttavia resi pubblici numeri effettivi di vendita, e quindi questo annuncio può essere preso un po’ come si vuole. Il mercato azionario lo ha preso positivamente.

E poi l’audiolibro, integrale lettura del romanzo da parte di Nick Cave in persona, che aggiunge una colonna sonora originale composta ed eseguita da Nick Cave and Warren Ellis. Nella capacità di compositori, i due ci sanno decisamente fare: hanno ricevuto in passato premi per le musiche dei film La proposta (2005) e L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (2007) e sono anche autori della musica di The Road, il film di John Hillcoat presentato alla mostra di Venezia tratto dal romanzo di Cormac McCarthy (e scandalosamente rimasto in Italia senza distribuzione). La musica dell’audiolibro è molto suggestiva e si sposa bene con il tono ispirato di Cave lettore. Bunny Munro in versione audio è scaricabile dal sito audible.co.uk/ oppure acquistabile come box CD presso Amazon.co.uk. Una versione speciale (Limited Edition, solo 500 copie autografate in cofanetto rivestito in pelliccetta sintetica… Bunny, il nome del protagonista del romanzo, vuol dire ‘coniglietto’) è uscita l’otto dicembre scorso al prezzo di 120 British Pounds.

C’è dell’altro. In iTunes Store troviamo ancora l’audiolibro ($20.95), e il podcast di un’intervista in cui Cave parla per un’oretta del libro. Se il… ehm… lettore/ascoltatore trova l’audiolibro un po’ troppo sobrio, può optare per l’applicazione per iPhone/iPod Touch Bunny Munro curata dalla società Enhanced Editions (leggo dal sito: “la naturale evoluzione del libro, nuovi libri da grandi autori, con tutti gli extra disponibili solo con l’iPhone”): in sostanza musica e recitazione con qualità sonora migliore, e in più alcuni video di Nick ripreso mentre legge con la sua musica di sottofondo. In questa incarnazione, Bunny Munro costa $24.99, ma due capitoli dell’audiolibro sono stati disponibili gratuitamente per breve tempo come “assaggio” (Bunny Lite).

A questo punto, il… ehm… lettore/ascoltatore/spettatore può aprire i diversi siti web allestiti per il libro, e quindi trasmutare in lettore/ascoltatore/spettatore/navigatore. Il sito ufficiale (annuncia a major international publishing event) offre estratti di testo, di audiotesto, alcuni dei video di Nick lettore, opzioni di acquisto e vari link. Il sito ha molti satelliti in diverse lingue. In quello italiano si legge ancora l’“evento editoriale di portata internazionale, in corso di pubblicazione in 31 paesi”. Si scopre anche che c’è l’edizione cartacea cinese, ma anche quella in Catalano e in Lettone. Nessuna edizione africana.

Oltre ai siti ufficiali, YouTube già ospita un centinaio di clip di lettura di brani del romanzo fatti da Cave in occasione di reading e presentazioni.
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=DLwePKgB9so]
Bisogna dire che i video ufficiali sono molto ben fatti. Quelli nel sito italiano sono tutti sottotitolati. Nick legge con ottima dizione: il suo tono serio, la voce calda, la gestualità con la giusta misura di passione e confidenza di autore, i chiaroscuri della resa video, farebbero pensare a un reading di alta letteratura in qualche aula accademica. I baffoni a manubrio invece, inaugurati nei video musicale di presentazione dell’ultimo lavoro musicale Dig, Lazarus, Dig!!!, fanno pensare a un biker stagionato o a un camionista del Galles; nelle ultime apparizioni pubbliche dell’autore sono stati eliminati.

Tali cure da parte della galassia editoriale e pubblicitaria potrebbero però essere, a una prima rapida scorsa al libro, degni di una causa maggiormente spendibile sul mercato internazionale. Questo testo infatti ricerca un pubblico con una particolare propensione alla ripetuta lettura di termini connotanti apparato genitale femminile e maschile, coito in varie forme, e compulsiva assunzione di alcol e droghe. Non che il romanzo si esurisca qui, anzi; tuttavia questa, chiamiamola, cifra tematica seleziona di per sé un pubblico di cultori di Charles Bukowski piuttosto che estimatori di Stephen King, e si può discutere se sia indicata per lettori minorenni, tra cui il nome di Nick Cave, nella sua capacità di bona fide rock star, è invece piuttosto noto. Insomma un “libro” dai contenuti poco adatti a un “consumo” generalista: dal sito iTunes leggiamo le avvertenze per l’audiolibro: Intense Sexual Content or Nudity, Intense Profanity or Crude Humor, Intense Alcohol, Tobacco, or Drug Use or Reference. Nessuna avvertenza invece sui volumi in vendita nelle librerie.

Mettendo da parte gli arcana di marketing dell’industria editoriale, questo romanzo sembra essere una tappa significativa nella vita artistica del suo autore. Nick, accompagnato dai Bad Seeds Warren Ellis e Martyn Casey, si è impegnato in un tour autunnale di reading e musica che ha fatto tappa in piccoli teatri. A Milano (22 Ottobre, Teatro Dal Verme) Cave ha letto un paio di brani, altrettanto ha fatto Stefano Benni dalla traduzione italiana del romanzo, ma per il resto è stato un vero e proprio concerto a tre che ha proposto una quindicina di pezzi del repertorio di Cave. Nick è apparso in forma, motivato, ha cantato e suonato con intensità ed è stato disponibile a raccogliere le domande del pubblico al termine della performance, addirittura a rispondere, e – udite udite! – si è perfino attardato sul palco a firmare le copie del libro!

Grazie a La morte di Bunny Munro, Cave è stato finalmente preso in considerazione dalla critica come autore di narrativa, al livello di scrittori come Jonathan Littell, Philip Roth, John Banville, Amos Oz, Paul Theroux. L’elevazione all’olimpo letterario è stato fatto nell’ultimo numero della Literary Review, ove Nick è tra stato menzionato insieme a questi nomi nel concorso Bad Sex in Fiction Award 2009 (vincitore Littell con un passaggio da Le benevole in cui un’anatomia femminile osservata da molto vicino trasfigura in testa di Gorgone e occhio del ciclope). Un paio di pagine di Bunny Munro ricevono (onorevole?) menzione come esempi di cattivo gusto e superficialità nella descrizione di atti sessuali.

E con il giudizio della Literary Review, dall’esame del “libro” si passa alla lettura del testo. L’intreccio narrativo è piuttosto esile: Bunny Munro, venditore porta a porta di creme di bellezza, torna a casa dopo aver trascorso la notte con una prostituta e scopre che la giovane moglie, distrutti sistematicamente tutti gli oggetti del marito e indossato la camicia da notte della loro prima notte da sposi, si è impiccata nella camera da letto, col figlio di nove anni, Bunny Junior, ignaro in casa. Le esequie della donna (parzialmente disattese da Bunny, che coglie l’occasione per masturbarsi in un cesso pubblico) sono un’occasione per introdurre alcuni colleghi di lavoro, persone mediocri (e variamente intossicate: un campionario di trash) che solidarizzano come possono, e parenti e amici della moglie, che ritengono invece Bunny responsabile del suicidio e ne fanno oggetto di acre disprezzo. Rimasto solo col figlio, in preda all’angoscia di tornare nella sua casa, Bunny riprende subito il lavoro, portandosi con sé Bunny Jr. sulla strada, in un tragitto di autodistruzione, costellato da tragicomici incontri. Tra gli ultimi, quello con il padre, un vecchio meschino e brutale, malato senza speranza, lasciato solo da tutti. La morte di Bunny, annunciata sin dalla prima pagina del romanzo, arriva per un incidente stradale. La storia è raccontata prevalentemente dal punto di vista del protagonista eponimo, alternando in momenti chiavi la prospettiva dal figlio, assai diversa.

Bunny è un uomo con un’alta opinione di sé: ritiene di essere furbo e affascinante. Il lettore in realtà capisce già nelle prime pagine di osservare il mondo attraverso gli occhi di una persona irrimediabilmente disturbata, il cui rapporto con la realtà è permanente allucinato, incapace di provvedere alle più elementari necessità di se stesso e del figlio.

Incapace soprattutto di stabilire una qualsivoglia relazione umana con il prossimo, e soprattutto con le donne. Bunny è cieco davanti a tutto ciò che non proviene dalla sua propria ossessione genitale. Le ultime parole in vita della moglie, un’estrema richiesta di aiuto dal fondo di una cupa depressione, sono da Bunny sommariamente congedate al telefono con bugie e rimproveri di non aver preso le pillole. “È una malattia, prende delle medicine”, tenta di spiegare alla ragazza con lui, che ha orecchiato la conversazione. Il vedere il cadavere appeso della moglie gli suscita involontari pensieri lubrici: “si è strozzata con il proprio peso, accovacciandosi. Il suo volto è viola (…) e, per un istante, mentre stringe forte gli occhi per allontanare il pensiero, Bunny non può fare a meno di notare che ha proprio due belle tette”. Davanti a ogni donna Bunny subito pensa, anzi, visualizza mentalmente la sua vagina, una parola ricorrente in tutte le pagine. La sua è una vita interamente racchiusa in un universo fallo-vulva-centrico, un mondo di delirio visto sub specie coeundi, la sua attività è un’incessante ricerca di occasioni di sesso e di intossicazione.

Più che l’esercizio di una critica sociale, La Morte di Bunny Munro sembra distillare tra le righe un sarcasmo amaro, e prendere meramente atto del miserevole stato del rapporto tra i due sessi, nell’epoca in cui la più diffusa mediazione culturale dell’impulso biologico alla perpetuazione della specie è offerta dalla pornografia smerciata dall’apparato industriale dei mass media. E coerentemente l’autore conduce il suo personaggio all’esito, prevedibile, iscritto nel Todestrieb dominante la sua vita.

La strada di Bunny è una deriva, trascinato con gli sterminati detriti del sistema informativo: TV sempre accesa nelle squallide stanze d’albergo, radio sempre accesa in auto, non si distinguono pubblicità, notiziari, canzoni: è un pastone indistinto da cui estrarre a caso frasi prive di contesto e senso. La mattina del funerale,
Bunny accende la radio e si sente una voce femminile superautoritaria.
“Fico.”
“Cosa?” chiede Bunny Junior.
L’angolo delle donne.”
“Davvero papà?”
“È istruttivo”

(…)
Una signora sta parlando della sessualizzazione dei bambini da parte della pubblicità, o qualcosa del genere. Poi tira in ballo le Barbie e in particolare una nuova bambola chiamata Bratz, che a guardarla sembra che abbia appena fatto sesso o si sia presa un mucchio di droghe. Quando dice “Stanno rubando l’infanzia ai nostri figli”, ripete la frase e poi la dice di nuovo come se volesse conservarla nella memoria.
La frase viene maldestramente pronunciata in seguito da Bunny per fare colpo in un tentativo di abbordaggio.

Il figlio di Bunny è il personaggio forse più vero del racconto. Egli accompagna il padre sulla via della sua allucinata e insensata immolazione con l’iniziale entusiasmo di un bimbo a fianco del padre in una grande avventura. Ben presto la noia delle lunghe ore passate chiuso in macchina mentre il padre fa il giro delle clienti, l’osservazione candida delle bizzarrie degli adulti che incontra, l’abbruttimento accelerato della vita sulla strada, mettono il bambino di fronte alla sua realtà: la madre non c’è più, e suo padre non ha intenzione di ritornare a casa. Bunny Jr. porta con sé il volume di un’enciclopedia per ragazzi, ultimo dono della madre, e tenta di spiegare il mondo, a se stesso e al padre, attraverso la lettura degli articoli. Ingenuità, innocenza, i doni dell’infanzia, ancora ignara delle dannazioni degli adulti. Bunny Jr. non sarà il redentore di suo padre.

“I am damned”, sono perduto, pensa Bunny Munro, alla prima riga del racconto.

Cave scrittore è meno originale, meno carismatico del Cave musicista e rock star. Paga forse la timidezza nell’abbandonare i modelli letterari di riferimento. È stato citato McCormack, ma forse l’influenza maggiore è quella di Bukowski, con una vena di millenarismo e una forte indulgenza (o rassegnazione) verso la cultura di massa. Molte canzoni di Cave sono piccole storie sviluppate con un grande talento di perspicuità; ricorda a volte Tom Waits, solo meno terso, meno intenso, meno jazzato, con una vena d’isteria e un’altra di sardonicità, alternate a down malinconici. La scrittura del romanzo invece si fa a volte prolissa, e non è incisiva come ci si aspetterebbe, fatta salva l’inquietante sensibilità dell’autore nel rappresentare tutte le azioni che una mente monomaniacale può concepire e mettere in esecuzione. Temi e situazioni non trovano sempre un conveniente accomodamento nell’intreccio. Alcune pagine sono fortemente ispirate a (per non dire derivate da) film d’autore: certe visioni di Bunny ricordano il Fellini di e de La città delle donne. La morte di Bunny è una prolungata elaborazione onirica presa di peso dalla sceneggiatura di All That Jazz di Bob Fosse.

Una parola sulla traduzione, che pare fatta un po’ in fretta e non riesce a offrire il tono linguistico stravolto e insieme colloquiale del testo inglese. “I am damned” in apertura diventa “Sono finito”, e non esprime l’oscuro presagire della dannazione incombente. Un errore imperdonabile: la traduzione dello sproloquio di un portiere d’albergo: “It’s biblical! It’s Reve-fucking-lations! If we could all just be a bit nicer to one another!” (cap. 24), reso con “È biblico! È rivelatorio, cazzo! Se solo fossimo un po’ più buoni gli uni con gli altri!”. È un riferimento esplicito (e non è per nulla rivelatorio, quindi) all’Apocalisse di Giovanni, che nell’area linguistica inglese si chiama Book of Revelation.

3 pensieri su “Nick Cave, La morte di Bunny Munro

  1. Chiara Daino

    In primis: love you Nick!

    Purtroppo non ho ancora letto il libro, Roberto [non crepo solo perché *devo* ancora leggere e tanto…], ma grazie per averlo postato/proposto.
    Trovo più che naturale la commistione artistica nel caso di personalità come Cave, trovo assurde le *avvertenze* per il linguaggio espresso [esigo le stesse avvertenze per il Dante della Commedia o per il 99% dei cosiddetti *comici*!].

    Nell’a presto – del dopo lettura

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  2. Roberto Plevano

    Ciao carissima Chiara. Ho sententiato, credimi, da fan più che lettore critico, e da fan di un artista multiforme ho dovuto prendere atto che Nick è caduto spesso nelle pagine de questo suo lavoro in una sorta di manierismo delle parole four letters. L’ho detto, il romanzo non è così personale come la media dei pezzi musicali.
    Sulle avvertenze, che stiano! Dante non ha riempito l’inferno di lussuriosi e basta, e i suoi residenti del secondo cerchio sono perlopiù spiriti gentili, non tossicodipendenti monomaniaci (ecco, un dubbio, quale contrappasso per i tossici?). Meglio allora riferirsi all’Aretino, ma vedi, le mie osservazioni si appuntavano sull’incongruenza del lancio pubblicitario con il registro linguistico dell’opera.
    Ci risentiamo allora a lettura ultimata.

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  3. Chiara Daino

    Affretterò la lettura, Roberto.
    Quanto a Dante [credimi! mai come in questo periodo sono immersa nella Divina Commedia] rimango, perdona, della mia opinione. Strano che da tosco [e toscano e tossico: sdoganato ormai il suo uso della cannabis] non abbia creato un contrappasso adatto…
    Verò è che se ti sbrinzi e fumi i dannati finiscono in cenere e l’eternità della pena va a farsi benedire…

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