Di Francesco Tomada
Michele Obit, LE PAROLE NASCONO GIA’ SPORCHE, Le Voci Della Luna, Sasso Marconi (2010).
Persona riservata ma al tempo stesso molto attiva e generosa nell’ambito della promozione del lavoro altrui, Michele Obit pone, con “Le parole nascono già sporche”, un nuovo importante tassello nella prosecuzione di un percorso poetico iniziato oltre vent’anni fa e portato avanti con coerenza e rigore in ogni occasione. A distanza di sei anni da “Mardeisargassi” (Moby Dick), questa nuova raccolta esprime il pieno della maturità di un autore che meriterebbe ben altri riconoscimenti per la qualità elevatissima della sua scrittura, riconoscimenti che mi auguro possano – finalmente – pervenire adesso.
“Le parole nascono già sporche” fornisce l’idea di un lavoro essenziale non solo per quanto riguarda il numero dei brani (una trentina), ma soprattutto per il processo di creazione che ne è alla base.
La poesia di Michele Obit sembra nascere dalla pazienza e dal silenzio, dalla sincera esigenza di fissare i versi sulla carta solo quando si sono trovati i tempi ed i modi più giusti per farlo. Le parole non diventano mai troppe o troppo poche, perché ciascuna di esse si carica del proprio significato e lo porta come un valore aggiunto ed al tempo stesso come un peso: “ ma le parole oggi nascono ossidate / raccontano così la melma di questo tempo / il sacro distacco da ogni dovere”. Questi tre versi, tratti dal brano che dà il titolo all’intero libro e che lo apre (una frase che l’autore riconosce di avere preso ad un grande maestro recentemente scomparso, Luciano Morandini), chiariscono subito le coordinate della poesia di Obit, che è una poesia dura ma non gridata né esibita. “Quanto è poco epico questo andare per parole / quasi un rotolare senza toccare / la terra che mai precipita e sprofonda”: Michele Obit sembra a volte interrogarsi sul senso stesso della scrittura, sulle motivazioni che possono spingere a comporre ed a leggere poesia.
La poesia può essere “tenere aperta quella porta / solo per sentire un leggero alito di vento”, può essere caricarsi “tentando di non mostrare / un segno di emozione o di fatica”. La poesia è comunque e sempre un atto di coraggio necessario, che di volta in volta viene declinato verso gli attriti del mondo e del reale – assumendo una connotazione civile – o con altrettanta sincerità verso la propria sfera personale, dove allo stesso modo Obit non cerca né alibi né compromessi, privilegiando invece una lingua che esprime completamente la verità.
Ho nominato la parola civile, perché la scrittura di Obit si volge spesso a temi sociali, a tutte le dismisure che sembrano comporre lo scheletro portante della nostra umanità così poco condivisa. Ma se dovessi cercare di definire questa poesia mi verrebbe piuttosto da chiamarla etica, nel senso che non si accontenta ( ed in ciò sta la sua grandezza) di esprimere rabbia o indignazione o affetto, ma scava fino alla radice comune di quei sentimenti; o ancora poesia giusta, necessaria per raccontare la tenacia che serve per restare attaccati alla vita e provare a darle una forma in cui ci si possa riconoscere.
Sul divano un bicchiere capovolto
per terra i pezzi di un puzzle
ed una bambola coperta da un drappo.
Quando domani mattina scenderai
mi troverai ancora addormentato accanto
a queste cose – la luce ancora accesa.
Penserai a come sto dimagrendo
a forza di cercare il pezzo mancante.
“Le parole nascono già sporche” esprime che cosa serve per continuare a cercare il pezzo mancante nonostante tutto, e come nella ricerca si attraversino momenti di stanchezza e solo di rado – ma per questo più preziosi – momenti di quiete legati alla famiglia, alla totalizzante esperienza della paternità. Fra le basi razionali del percorso umano di Obit e la tensione emotiva che ne incarna lo spirito viene raggiunto un notevolissimo equilibrio, che coniuga in sé la tradizione poetica del Nordest italiano e quella dei paesi centroeuropei a cui l’autore è strettamente legato, anche grazie alla sua opera di traduttore dallo sloveno. Quello che risalta chiaramente (e credo pochissimi altri autori sappiano esprimerlo oggi con tanta compiutezza) è invece l’attrito con il nostro tempo, quell’attrito in cui Stefano Guglielmin dichiara risiedere il valore di verità di un’opera: “ E’ nei giorni / ormai la fatica – in quel sottile / passaggio che si consuma nei ritorni / e nelle partenze solamente sognate”.
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Le parole nascono già sporche
io pensavo avessero un loro candore
e che nel pensiero il feto
trovasse il tempo di liberarsi dalle scorie
le parole invece così non ci riunificano
in ciò che è – io non sono io e altro
non è altro – ma un conglomerato di io.
Io ero convinto che nel pensiero le parole
ritrovassero quel senso perduto delle cose
che oggi sta in una ciminiera fatta barcollare
(le microcariche non fanno esplodere
non qui – qui si cade di lato – pesantemente)
o nelle immagini di barche con uomini
alla deriva. La nostra vita quotidiana
è fatta di parole che nascono calpestate
prese a manganellate e violentate. Per
questo io speravo che almeno l’origine
avesse una discordanza con la fine.
Che le parole nascessero guardando la porta
di casa aprirsi o le mani timide di una figlia
o un pomeriggio fumoso davanti
alla finestra e al di là l’acquazzone
e le parole sentite gridare dentro
mentre lei condisce l’insalata
ed un sospiro si mescola con l’aceto
quelle parole io avrei voluto conservassero
una loro purezza – qualcosa che le avrebbe
preservate dalla ruggine e dalla mestizia.
Ma le parole oggi nascono ossidate
raccontano cosí la melma di questo tempo
il sacro distacco da ogni dovere
la ragione che non pretende ragione d’essere
le claudicanti verità degli avvoltoi
il dolce abbandono che ci aspetta.
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Cosa tra canto e silenzio
concede più illusioni – assorbe
la circolarità immaginifica del tempo –
cosa porta una mano a scrivere
sul muro le parole voi siete
cosa porta ad aggiungervi dei puntini
e poi la mia famiglia e appoggiare
il gesso e saperlo per sempre.
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(i ponti levatoi)
Quanto è poco epico questo andare per parole
quasi un rotolare senza toccare
la terra che mai precipita e sprofonda
come l’appartenere a questo mondo
che è pandemonio di sole e di acque.
Qui i ponti levatoi non s’innalzano
sino a toccare il solido muro
(per noi che non siamo né passione
né memoria il muro non va a porre ostacolo
ma è onda schiumosa che incontra
altra onda) – stanno in quel punto sospeso
da cui si possono vedere le stanze ferite
ranjeje sobe, ki se jim okna odpirajo v zelenje,
zazidane v sneg.? Là dove gli attimi
si svolgono senza l’attesa di un incedere
o di un temporale che bagni
le finestre e pregiudichi lo sguardo
su un corpo avvolto o su una pineta.
Perché qui tutti fuggono
lasciando impronte saltuarie e rami
spezzati – qui tutti hanno qualcosa
da dire o da fare ma intanto scrutano
la strada e sanno dove andare (o percepiscono
l’indifferenza che li accompagna).
Ed io a tenere aperta quella porta
solo per sentire un leggero alito di vento
quando si sollevano le tende e l’alba
racconta di un giorno nuovo – carico
di una felicità che presta coraggio
– di un fioco sapore sulle labbra.
?Dal poema V resnici di Miklavž Komelj, poeta sloveno: stanze ferite, le cui finestre si aprono sul verde, / costruite nella neve.
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(radon)
Terra che si scatena
sta al mio fianco ed io guido
dice: non più – dice: si accumula
tutto il male e la rabbia che
ho dentro – e quando le faglie
attivano il gas allora sì trova
una via di fuga e raggiunge
la superficie – perché alla fine
è vero che ti amo e non posso
però è anche vero che il tuo egoismo
fa crollare ogni piccola conquista
e lo dice a voce bassa – e tutto
si poteva esattamente prevedere
tranne l’andamento oscillante
del sismografo.


Grazie Francesco per questa lettura partecipe.
Il libro di Michele Obit mi ha confermato le prime impressioni avute leggendone dei testi nel web.
Vi ringrazio entrambi.
“…questo io speravo che almeno l’origine
avesse una discordanza con la fine.
Che le parole nascessero guardando la porta
di casa aprirsi o le mani timide di una figlia…”
Il divenire delle parole, rispetto al senso originario o a quelli aggiuntisi e appresi in un dato momento, segue forse pari pari i cambiamenti del mondo; decandenze e nuove aurore dove il senso di esse va rivisto, se non proprio ricontrattato, per scongiurare la babele, per non spezzare i fili empatici coi nostri simili. Ma le parole sono anche “ponti levatoi” che possono distaccare irrimediabilmente da un porto di partenza, irrimediabilmente, non consentire altro approdo, in uno stato di sospensione breve o tragicamente definitivo.
Grazie a Michele Obit e a Francesco Tomada, a Nadia che li ha proposti.
Giovanni
la poesia e lo spirito e poesia e spirito quando ti fa incontrare parole come queste: a dispetto del titolo della silloge pulitissime, linde, trasparenti. trasparenti: perché consentono di guardarvi attraverso, sono una porta per l’altrove, per quel luogo da cui vengono. ho letto qualche giono fa alcune traduzioni di michele obit nel blog di francesco marotta, ora lo ritrovo qui con grande piacere. leggerò, grazie.
Mi piace questa idea di poesia, una poesia che si sporca con la realtà e che nel quotidiano ritrova le modalità del nostro essere, oggi. Grazie a Michele, a Francesco, a Nadia.
davvero una grande proposta
grazie a voi tutti
in nome della poesia
c.