Marilù Oliva intervista Franz Krauspenhaar su “Un viaggio con Francis Bacon.”

FRANZ KRAUSPENHAAR

ATTIVITA’: Scrittore
SEGNI PARTICOLARI:Nessuno (almeno credo)
LO TROVATE SU: www.markelo.net
www.lapoesiaelospirito.wordpress.com

Cosa ti senti di essere, nella tua essenza più profonda?

Uno scrittore. Eclettico.

In quest’intervista parleremo del tuo ultimo libro, Un viaggio con Francis Bacon, uscito per Zona Editore nella collana Novevolt.Come definiresti il genere?

Un racconto-saggio. Un ibrido fra narrazione autobiografica e saggistica. In sostanza, un modo molto personale per parlare di un argomento (nel mio caso Francis Bacon). Come se avessi girato per i luoghi, le suggestioni, le parole e ovviamente le immagini di Bacon con una macchina da presa operante in soggettiva.

Attraverso le pagine compi un viaggio non solo artistico. Affronti la poetica dell’autore, penetri la scorza delle immagini ed approdi all’intimo sentire dell’uomo. E cosa trovi? Come tu scrivi: «Trovo dolore a migliaia di chilometri quadrati, deserti accesi di sole morente interi; e trovo rabbia e soprattutto disincanto, quest’ultimo nudo come un verme spellato vivo. Un disincanto, voglio dire, che non lascia nulla ai retrogusti agrodolci che restano anche nelle bocche più avvezze alla degustazione dell’amaro dell’esistenza umana. Potrei dire che il disincanto di Bacon è antecedente a qualsiasi incanto, e se lo chiamiamo così è perché, per dirla tutta, vogliamo renderlo in qualche modo meno terribile, metallico, odioso. Vogliamo nominarlo con qualcosa di diverso e meno repellente al palato dalla parola nullità.» Anche tu hai provato (o provi) lo stesso genere di disincanto?

Lo provo spesso. Il disincanto è una difesa provvisoria. Si stabilisce a seguire di una ferita, un fallimento, una disillusione. E’ una corazza che serve ai senza pelle. Ma, per quanto mi riguarda, è solo un rumore di fondo. Giusto, sano che sia tale. L’illusione, o meglio l’incanto, ricresce sempre, come la pelle nuova. Deve essere così.

Secondo te da cosa è scatenato? Qual è la differenza tra chi è incantato e chi non lo è?

Il disincanto credo sia un atteggiamento esperienziale. E’ come quelle sostanze che non esistono in natura, ma frutto di una sintesi di laboratorio. L’incanto invece è naturale. Ecco perché è più potente, e molto più pericoloso. Chi è incantato si nutre della natura, possiamo dire. Chi è disincantato si nutre di uno strano mix tra natura e difesa dalla stessa, cioè paura. Una paura molto umana e credo anche necessaria.

Proseguo con una citazione dal tuo libro: «Il segreto di tutto questo successo sta nella rappresentazione orrorifica, eclatante, del male. Nella solita fascinazione del male.» Cos’è il male per te?

Bella domanda. Il male è – forse ti sorprenderà questa risposta – assenza di amore. Dove l’amore latita, scarseggia, dove l’amore viene colpito a morte, annientato, ecco il male. Credo che in sintesi le cose funzionino così. Dunque il male è un sostitutivo drogato dell’amore.

Ancora da Un viaggio con Francis Bacon: «L’uomo baconiano è colui che soffre il suo inferno anche nel godimento, che muore ogni volta un soffio di vita – precario, gelido, intimamente provvisorio – lo accarezza col potere dell’illusione. ». Ci si riconosce, tra uomini baconiani? Da cosa?

Non credo che ci si riconosca. Nel senso che uomini baconiani siamo un po’ tutti. É una specie molto allargata. Diciamo che l’uomo baconiano è un predatore infelice, un T-Rex provvisto d’umanità che sa riflettere sulla propria condizione ma non riesce a cambiarla. Non ne ha la forza. É stretto nella cornice del quadro. É lì, agitato nel vuoto che si è creato, e che la storia della sua vita gli ha creato. Forse, addirittura, stenta a riconoscere i suoi simili. Non accetta che l’altro sia simile a lui. L’altro che disprezza. E di cui disprezza soprattutto la sofferenza, come fosse un morbo di cui vergognarsi, soprattutto perché uguale alla sua.

Bacon e il senso della morte che pervade chi lo osserva «come una nube tossica». Qual è il tuo senso della morte? É costante, ciclico…. è pesante, leggero… cosa pensi della morte?

Diciamo che è spiccato. Ci penso spesso. Cammino per la strada e ci penso. Ho un senso di cedimento. Come per incanto, ogni volta, mi dico che la mia ora non è ancora venuta. Allo stesso tempo, scrivo molto perché ho paura di morire senza aver lasciato una traccia significativa di me. Lo so che è terribile e forse comico, ma è così. Non ho figli, probabilmente non ne avrò, e dunque i miei libri sono davvero un segno per me importante della mia esistenza. La morte mi ha accompagnato per lunghi tratti. La morte dei miei cari mi ha cambiato, e ha cambiato tutta la visione della cosa. Stranamente, mi è diventata più aliena. La sento fortemente, ma come se sentissi in me l’esplodere di una seconda natura che arriva dallo spazio profondo. Faccio i conti con la morte ogni giorno, e per questo vacillo tra un cristianesimo aconfessionale (al massimo potrei essere protestante) e un agnosticismo che mi va comunque stretto. Non riesco a immaginare una fine nera, totale. L’ateismo mi sembra più che altro una reazione – umana finché si vuole – ma vuota. É un negare, non un affermare. Io sono per l’affermazione, invece. Monca finché si vuole, claudicante, anche disperata. Non sento dentro e attorno a me il nulla; anzi, l’opposto.

Siamo in un’epoca votata all’immagine: ti ritieni un cultore della bellezza? Facci un esempio.

Amo la bellezza femminile. Amo la bellezza delle arti. Mi ritengo un esteta. Una mano femminile che tocca un oggetto qualsiasi puo’ darmi un senso di bellezza profonda. Un sorriso, un gesto fatto nell’amore. Un grande quadro, come un Bacon. Intriso di sofferenza, disincanto, orrore. Eppure la bellezza arriva lo stesso, attraverso il canale di un estro enorme e di un’armonia comunque compiuta attraverso quest’estro e una cultura profondamente radicata.

Un commento ricevuto che ami ricordare.

Mah, non saprei… Mi dicono che sono pazzo, ma spesso quelli che lo dicono non sono da meno…

La cultura ha un ruolo? Chi “maneggia la cultura” ha dei compiti o deve solo rispondere della propria arte?

É un grosso problema. Io penso che, se non hai un ruolo definito, un ruolo pubblico e istituzionale intendo, allora l’unica grande responsabilità è di fare della propria arte qualcosa che possa essere importante. Bisogna impegnarsi al massimo, cercare di migliorare sempre, non sentirsi mai arrivati, ma all’inizio, semmai. E cercare di scambiare esperienze con altri artisti. Una cosa triste di questi nostri tempi è che gli artisti sono piuttosto isolati. E corrispondono quasi soltanto con colleghi della loro disciplina. Sembra tutto scontato, tutti stanno fermi nel loro recinto. Io cerco, faticosamente, di avere a che fare anche con gente che fa cose diverse. Non può che arricchirmi. E dunque mi appassiono alle altri arti. Sono un esteta ma anche un indagatore, cerco continue suggestioni nella pittura, nel cinema, nella musica. Non fosse così, non avrei scritto questo libro, che nasce per passione, come tutti i miei libri, che siano romanzi, poesie ecc. In fondo questo libro racconta una passione forte, senza mezzi termini. É la storia dell’amore di Franz Krauspenhaar per l’arte di Francis Bacon e le suggestioni che ne derivano. Da indagatore, ho seguito la scia delle suggestioni culturali, ho indagato veramente me stesso e ne sono uscito cambiato, più consapevole. Ecco, se la scrittura diventa esperienza di conoscenza, come è per lo studio e il viaggio, allora possiamo dire che essa accontenta l’autore e i lettori, così perlomeno si spera. Non ho scritto questo libro per mio esclusivo piacere, ma soprattutto per comunicare qualcosa a un pubblico. La scrittura è un atto d’amore, un atto sessuale se vuoi, nel senso più alto. E’ comunicazione intensa, profonda.

Ti chiedo di ricordare due tue opere precedenti con un’associazione di 3 parole per ciascuno

– Era mio padre: verità, sofferenza, resurrezione.
– L’inquieto vivere segreto: scrittura, prezzo, redenzione.

Lo Zingarelli ti chiede di scrivere la definizione del lessema “scrittore” per il suo nuovo dizionario.

Colui che nuota verso l’ignoto usando le parole.

La critica letteraria: come si divide, quanto conta, quanto davvero critica.

Ci sono ottimi critici, da noi. Non ho ancora capito quanto contino, ma certo esistono le scuole, le conventicole. Come è sempre accaduto. Credo che spesso certa critica si occupi di libri marginali, di cose di nessun conto. A volte, o spesso, la critica segue le classifiche. Tempo fa polemizzai con una critica che mi disse che lei seguiva solo gli autori che le piacevano. Questo mi fece francamente infuriare. Un critico dovrebbe avere il dovere di seguire tutto o quasi. Con le antenne, certo – non si puo’ leggere tutto di tutti. E invece ci sono degli studiosi che coccolano i loro autori senza indagarne altri, e questo lo trovo desolante, a dir poco. Alcuni, dato che studiano e recensiscono autori italiani, pensano che occuparsi di autori stranieri che non siano i grandi classici del passato non sia necessario. Io penso che un critico vero ha una grande responsabilità.E dunque deve essere preparato in tutto, deve consumare tutto. Non può permettersi di avere della falle. Io me lo posso permettere, lui no.

Tre libri che non ti porteresti mai sulla Luna.

Difficile rispondere. Sono troppi. I libri fatti a tavolino, che non sanno di sangue. I libri sopravvalutati, come molti di Philip Roth, per esempio.

Tre libri necessari ovunque.

Credo che non esistano libri necessari. Quando sento parlare di “libro necessario” mi viene un po’ da ridere. Comunque dico Viaggio al termine della notte, La Divina Commedia, La pelle. Due italiani su tre.

Due tuoi difetti e due pregi

Sono iracondo e polemico. Però sono sincero e disponibile.

L’ultima volta che ti sei arrabbiato

Mi arrabbio spesso. Forse ieri.

L’ultima volta che hai pensato: “Qui c’è qualcosa che non funziona.”

Credo oggi.

L’ultima che hai pensato: “Qui funziona tutto a meraviglia.”

Quando è uscito questo libro!

L’ultimo bacio

Un paio di settimane fa.

Progetti?

Tanti, per fortuna. Sto scrivendo il secondo libro di poesie, un racconto lungo per un’antologia, sto pensando a due ibridi però molto diversi da questo. E ho l’ultimo romanzo, una cosa davvero forte, in giro per editori.

Salutaci uscendo da un quadro a scelta di Bacon.

Esco da Man reflecting in a mirror. Nel libro ne parlo abbastanza a lungo, c’è di mezzo la scrittura. Ecco, esco da quel quadro, nel quale dei fogli sono macchiati di sangue, per fare una bella vacanza, possibilmente da me stesso.

Adesso salutaci con una frase che sia tutto tranne saggia.

Buttatevi a pesce e fregatevene delle conseguenze…

[Pubblicato su www.mariluoliva.splinder.com]

2 pensieri su “Marilù Oliva intervista Franz Krauspenhaar su “Un viaggio con Francis Bacon.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *