Leggevo in spiaggia l’ultimo articolo di Alessandro Baricco, un funerale senza nostalgia per sua Eminenza la Profondità: prima la gente pensava che il bene, il senso, la verità fossero sepolti molto in fondo, in una stanza segreta, in un luogo sacro e quasi irraggiungibile. Bisognava accostarsi con attenzione, scavare con cura per anni e anni, leggere libri importanti, ascoltare i grandi saggi, fare esperienze pure e selettive per calarsi laggiù, sotto la crosta delle apparenze. Nulla si dà facilmente, nessun tesoro ci aspetta sullo zerbino di casa o sul davanzale della cucina: il bene è il risultato di una fatica. Bisogna trivellare per trovare il petrolio! Questo pensavano i ragazzi di un tempo, i giovani poeti del Romanticismo, gli eroi rivoluzionari, i mistici, i matematici, i giusti. Il mondo è solo illusione, un teatrino d’ombre proiettate sull’intonaco, la menzogna della caverna platonica, e la soluzione di tutto quanto sta in fondo, come una moneta d’oro in un pozzo. Prima. Ora, dice Baricco, le cose sono cambiate e non ha alcun senso piangere e rimpiangere, stracciarsi le vesti, maledire il nostro tempo mascalzone e veloce.Il mito della profondità è tramontato per sempre, bisogna accettare le svolte della Storia, i soprusi dello Spirito. Oggi di quanto accade in profondità non importa niente a nessuno, o forse solo a qualche esaurito che passa il suo tempo dallo psicanalista alla ricerca della rotella perduta. Oggi tutto accade in superficie. Del resto già lo aveva scritto Von Hoffmansthal: “La profondità si nasconde in superficie”. Ma qui non c’è nulla da nascondere, esiste solo ciò che si vede, il resto è una povera illusione per vecchi sognatori. La verità e il senso stanno negli infiniti rapporti che ogni cosa e persona e situazione hanno con tutto il resto. Non c’è più il ragno, solo la ragnatela. La musica tecno, la pittura dei writers, il cinema di intrattenimento, la pubblicità, la merce, il desiderio, il sesso, il lavoro, le amicizie, le paure, i viaggi e le pause, la vita intera, tutto scorre sulla pelle del nostro tempo, come fremito, brivido, sudore, percezione, emozione.Il pensiero è accantonato, sta troppo giù, in cantina, tra le cose vecchie da buttare. Baricco sostiene che è inutile rammaricarsi troppo, bisogna vedere come procede il treno, dove portano i binari che fuggono sulla superficie del mondo.Io qualche rimpianto ce l’ho, nutro ancora riconoscenza per quegli speleologi dell’intelligenza e della sensibilità che ho seguito con timore perché mi portavano dove non ero mai stato, tra le pieghe profonde dell’anima e della materia. Però alzo gli occhi e mi rendo conto che Baricco probabilmente ha ragione: sulla spiaggia sono tutti tatuati. Ognuno si scrive addosso la sua storia, vera o inventata, il nome dei figli, dell’amato, della squadra del cuore, e poi diavoli e angeli, ideogrammi cinesi, disegni tribali, greche e spirali, frasi assurde.Nulla viene conservato nella penombra segreta dell’interiorità, tutto sta lì, sfacciatamente in vista sulla pelle, insensatamente palese. Speriamo che alla nuova estetica non venga un’orticaria tremenda: potrebbe grattarsi a sangue e cancellare tutto.
30 agosto 2010
Da: Tiscali articoli


può benissimo aver ragione baricco, e prima di lui Andy Warhol. e prima di lui altri.
però non bisogna, per questo motivo, essere superficiali, se è vero che nella superficie si nasconde il profondo. visto che si tratta di nascondimento, c’è sempre una ricerca da fare, per quanto magari non più di scavo.
anche gli scienziati cercano, come i matematici. non necessariamente si deve andare fuori di testa per ricercare. né dallo psicanalista.
Aspettavo l’occasione per dire in proposito due paroline che non suonassero da mosca cocchiera o da caudatario, e mi sembra sia arrivata.
A parte ogni altra considerazione, non pensino gli alfieri della superficialità che la medesima semplifichi le cose, o che in essa non possa celarsi nulla, o che addirittura abbia a che fare con l’evidenza.
Che non ci sia più nulla da capire può crederlo solo chi non ha mai avuto nulla da capire.
Grazie per lo spunto e un saluto,
Roberto
Ciao a tutti,
leggo con piacere l’articolo di Lodoli che mi è sempre stato simpatico (anche se non ho mai capito come abbia fatto a scrivere Snack Bar Budapest: ma come hai fatto? Boh); non ho invece letto Baricco.
L’osservazione sulla morte della profondità è in linea con la sua tesi sui “Barbari”, in cui è nel passaggio attraverso i simboli e non nei simboli stessi che si troverebbe il senso dell’oggi; società fluida, dinamica, flessibile: tutto pare puntare nella stessa direzione. L’idea è interessante, ma forse si semplifica dicendo che è presto per capire dove stiamo andando, per mettere a fuoco la meta.
L’idea di Baricco è mutuata da quella della Rete, in cui i link, dinamici, definiscono la sua struttura molto più dei suoi nodi statici – le singole pagine. Il tutto è in tono con lo spirito del tempo e quindi, probabilmente, corretto, anche se un po’ futurista come impianto.
Io ho invece il sospetto che questa sovrapproduzione di simboli vuoti, che portano a pensare che non esista più un senso se non in superficie, prepari invece la slavina che chiuderà fuori dal mondo della cultura quelli che negli anni ’68-’89 ci erano potuti entrare per la prima volta e la generazione successiva.
Una sorta di “libero mercato” delle idee ad alta volatilità, che in realtà prepara un riassestamento che in altri settori è già avvenuto – economia, mondo del lavoro, società tout court.
In questo senso, non è la profondità del romanzo o della cultura che manca, ma il suo livello medio che viene ridefinito e che per il momento non permette ancora di definire quanto sia distante il fondo.
Per il resto, sono certamente articoli stimolanti.
Secondo il mio modestissimo parere sono cambiate le modalità di scavo, ma la ricerca nel profondo non è passata di moda. Faccio un esempio banale: le trivellazioni petrolifere. Negli anni, le tecniche sono cambiate moltissimo, grazie soprattutto all’ammodernamento tecnologico sempre presente nel panorama umano. Un rischio, però, è insito in tali attività: quello di portare alla superficie dei flussi incontrollabili di pensiero, o di…. petrolio. Con la conseguenza, disastrosa, di creare una ferita difficilmente rimarginabile, per l’individuo e per la specie.
Premessa: quel che sto cercando di dire si può comprendere meglio se si è letto l’articolo.
A me l’articolo di Baricco ha dato fastidio soprattutto per l’armatura di infalsificabilitià entro la quale pone la sua idea: questo perché fa parte integrante del suo concetto l’enunciazione che chi cerca la profondità è vecchio. Cioè: anche se volessi, io NON SONO IN CONDIZIONE di difendere la ricerca della profondità, perché per Baricco già il fatto che io ci tenti è la prova che sono vecchia e che non dispongo degli strumenti per argomentare a sfavore della superficialità.
Ora, infalsificabile per infalsificabile: a me la superficialità ha sempre ripugnato. Non mi sento vecchia in testa, anzi mi fanno l’effetto di poveretti i superficiali. Ergo, sono convinta che Baricco abbia torto.
Posso fare una metafora arguta a sfondo osceno-genitale? Eccola: tutto torna comodo, perché più cazzoni (i superficiali) ci sono, più i fighetti (i Baricchi) prosperano.
Profondità e superficie applicate a un testo letterario sono metafore spaziali usate dalla critica letteraria, non dogmi sacri. Detto ciò, un conto è rifiutarle per un loro superamento in funzione di nuove categorie critico-letterarie, un altro, come il “duo” Lodoli-Baricco mi sembra faccia, esaltarne l’una e vanificarne l’altra. In questo senso, il loro discorso mi pare una resa alle opinioni del nostro tempo, non già una nuova, fondativa visione critica
si, l’articolo di Lodoli va bene,
ma ho gradito ancor di più il savio commento di Roberto Rossi Testa :-))
E poi mi sa che Baricco guardi troppa tibbù
e frequenti dei giri di persone di poca zucca,
o cortigiani, chesoio, superficialoni;
perché scavare un po’ di più costa caro, per prima cosa, allo scavatore, al minatore di sè stesso.
Basterebbe che il Barich si leggesse, almeno almeno, il supplemento cult/domenicale del Sole24ore e troverebbe filosofi, storici, letterati, neurologi, scienziati che ricercano con solerzia, tenacia, ancora e sempre,
era per dire,
tanto per dire
il pericolo non risiede nell’evidenziare il fatto in sé, che siamo alla crosta senza niente sotto, ma nel passare alla fase due direttamente: attribuire valore ad una cosa che non ne ha solo perché esiste, spacciare per inevitabile e perciò auspicabile ciò che con una bella frenata si potrebbe fermare, fino ad invertire il senso di marcia, dare per naturale il corso degli eventi, quando si tratta pur sempre di cultura umana, cioè quella cosa stracarica di responsabilità, anche, e soprattutto, quando è sub-cultura. stiamo grattando il fondo del baricco, chissà che ne veniamo fuori, magari dall’altra parte. e senza baricco.
Ma Baricco sa niente del Nouveau Roman?
Robbe-Grillet aveva decretato la fine del mito della “profondeur” già alla fine degli anni ’50 (“la destitution des vieux mythes de la profondeur”).
Prima di lui Valéry aveva scritto: “ciò che vi è di più profondo nell’uomo è la pelle”.
Come suonano insipidi e ignoranti gli “scrittori” attuali…
Non ho letto l’articolo di Baricco, probabilmente era mediocre per far produrre a Lodoli (del quale ricordo scritti molto intelligenti) un articolo a sua volta così mediocre. Messa così, la questione pare una sciocca contrapposizione tra estetica godereccia e disperatissimi studi: chi mai, aldilà di pochi snob scaltriti a sufficienza sui vari smarcamenti del campo culturale, si metterebbe dalla parte della superficialità con Warhol e pochi altri? E’ ovvio che tutti noi vogliamo essere profondi, o almeno sembrarlo. La questione in realtà riguarda le nuove forme di intelligenza che si possono, o si dovranno, formare in ragione di modalità di comunicazione (come queste che abbiamo appena cominciato a sperimentare) del tutto nuove rispetto al passato. Non una questione di critica letteraria bensì un’ipotesi molto azzardata, e però intrigante, di mutazione antropologica. Ma se non c’è riuscito Baricco, a sintetizzare degnamente il suo “i barbari” io nemmeno ci tento. O invece sì, ma in maniera economica, attraverso la giustapposizione di due frammenti (uno di Sennett, l’altro di Baricco stesso) che, traguardati insieme ,dovrebbero far intuire un isomorfismo (forse) davvero all’opera nella società (che sia un bene o un male è un altro discorso).
Nella musica per pianoforte, un punto sopra le singole note o accordi indica un suono marcato, uno staccato. Spesso il pianista impara ad eseguire il suono puntato tenendo immobili le articolazioni e piegando la mano a livello del polso; questo piccolo movimento secco del polso finisce per diventare un’abitudine. Ogni volta che il o la giovane pianista vede uno di questi segni, agisce senza pensarci su. Ma il lavoro del polso non si limita a questa routine.
Nelle sonate per pianoforte di Beethoven, per esempio, il punto rappresenta degli attacchi sempre più diversificati: gli uni sembrano tamburi, gli altri triangoli, altri ancora cimbali. Tutta la varietà dei marcati di Beethoven appare nel terzo movimento della Sonata n.30 in MI maggiore, Op. 109; nella seconda variazione di questo movimento, le note puntate possono essere eseguite con piccoli colpi del polso, ma per le note puntate della sesta variazione la vecchia abitudine acquisita dal pianista non basta: la sesta variazione fa improvvisamente scoprire al pianista che il piccolo movimento del polso della seconda variazione intralcerebbe la fluidità. Quindi il musicista deve fermarsi e pensare, sperimentare: la partitura non dà alcuna indicazione sul da farsi. Lo smarrimento momentaneo e la perdita di controllo non sono la fine della storia. Il pianista può scoprire la soluzione che io stesso ho trovato, cioè tenere il polso fermo e lasciare lavorare le articolazioni. Una volta eseguito consapevolmente questo movimento, la pratica rientra nel campo dell’abitudine; il musicista non esegue più consciamente il movimento. Ma l’effetto più importante di questa scoperta ricade sugli altri gesti del polso; la gestualità si distende e interagisce con il nuovo movimento acquisito sulle articolazioni, rendendo più coordinata tutta la mano.
Questa curva dell’apprendimento ha un nome formale: essa mostra il passaggio da una conoscenza tacita a una conoscenza esplicita. Il campo tacito è formato dalle abitudini che, una volta apprese, diventano naturali; il campo esplicito emerge quando le abitudini incontrano resistenza e sfida, e quindi c’è bisogno di una scelta deliberata. Il ritorno al tacito non è la conoscenza con cui si è partiti; se introiettate bene, le nuove abitudini hanno arricchito e modificato le vecchie. [da Sennett – Rispetto]
Naturalmente, non ottenevi il calcio totale con gente come Burgnich, e nemmeno, spiace dirlo, con gente come Rivera o Riva. Se volevi quell’utopia, una mutazione era necessaria. Se tutti devono fare tutto, è difficile che tutti riescano a fare tutto benissimo: ed ecco la famosa tendenza alla medietà, tipica delle mutazioni barbare. La medietà è deprimente, per noi, ma non lo è per i barbari, per una ragione ben precisa, e calcisticamente verificabile: la medietà è una struttura senza spigoli in cui può passare un maggior numero di gesti. Zambrotta non difenderà bene come Burgnich, ma quante cose fa, in più? Quante possibilità in più genera all’interno di un gioco che in quanto a regole non è nemmeno cambiato un granché? Lo vedete il fattore di moltiplicazione? La regressione di una capacità genera una moltiplicazione di possibilità. Ancora uno sforzo: perché queste possibilità diventino reali, è necessaria ancora una cosa: la velocità. Per fare accadere tutto in qualsiasi parte del campo, devi correre veloce, giocare veloce, pensare veloce. La medietà è veloce. Il genio è lento. Nella medietà il sistema trova una circolazione rapida delle idee e dei gesti: nel genio, nella profondità dell’individuo più nobile, quel ritmo è spezzato. Un cervello semplice trasmette messaggi più velocemente, un cervello complesso li rallenta. Zambrotta fa girare la palla, Baggio la fa sparire. Magari ti incanta, certo, ma è il sistema che deve vivere, non lui. Quando i barbari pensano alla spettacolarità, pensano a un gioco veloce in cui tutti giocano simultaneamente tritando un numero di possibilità più alto possibile. Se per ottenere questo devono mettere in panchina Baggio lo fanno, e in questo è inscritto un verdetto che troveremo in tutti i villaggi saccheggiati: un sistema è vivo quando il senso è presente ovunque e in maniera dinamica: se il senso è localizzato, e immobile, il sistema muore. [da Baricco – I barbari ]
Grazie per i vostri interventi.
Giovanni