Articolo di Giovanni Agnoloni
dal blog di Easy Languages
Nel mio approccio al tradurre, che comprende lavori tecnici e lavori letterari, c’è una cosa che faccio sempre, e che accomuna le due attività: arrivare alla “verità” per successive approssimazioni. In altre parole, un lavoro di traduzione consiste in ogni caso nell’avvicinarsi progressivamente a un risultato, che sia – nella lingua obiettivo – l’immagine il più fedele possibile di quello che un certo testo era nella lingua d’origine. Determinate parole emergono subito nel loro significato, mentre altre richiedono un approfondimento, uno studio, per “rivelarsi”. In teoria, si potrebbe svolgerlo subito, fermandosi sui dettagli fin dalla prima stesura, ma questo correrebbe il rischio di far perdere il senso dell’insieme, o quella continuità musicale (ma, direi di più, energetica) che collega le varie parti di un discorso articolato. Personalmente, preferisco stendere il mio “rullo” del tradurre su tutto il testo a ondate successive, via via scandagliando e mettendo sempre più a fuoco i singoli termini.
In questo sono utilissimi gli strumenti che Word mette a disposizione. È sufficiente mettere in giallo le parole che necessitano di questo tipo di riflessione, o anche evidenziare – separandole con lineette o barre – diverse possibili traduzioni di un nome, un aggettivo o un verbo. Insomma, far sì che, al seguente passaggio in quel punto del testo, si possa avere un orientamento per proseguire il percorso, migliorandolo. Un po’ come degli esploratori farebbero in una foresta che stanno attraversando per la prima volta. Tradurre è, in questo senso, tracciare un sentiero che prima non esisteva. È imparare a orientarsi in un mondo che non è il “nostro”, perché è di colui che ha scritto il testo che stiamo traducendo, ma stendendovi sopra un lieve “strato” del nostro mondo: esterno e non invasivo, certo, perché alla fine noi saremo sì presenti, ma senza farci sentire, bensì dando solamente una voce alla voce di un’altra persona. Come dei bravi interpreti musicali, o degli attori ben calati in un personaggio diverso da loro.

Trovo l’articolo di una acutezza straordinaria. Esprime concetti apparentemente semplici in manieta chiara quasi scientifica. Complimenti! Molti hanno tentao di esprimere il concetto di traduzione ma mai con questa perfetta conoscenza nella scelta delle parole. Da ottimo traduttore insomma!
L’opera svolta da un traduttore dovrebbe essere compiuta in modo acritico e impersonale, ma questo credo non sia possibile a causa del fatto che ogni traduzione implica un’interiezione tra la consapevolezza di chi traduce, e quella di chi ha scritto ciò che sarà tradotto. È una questione complicata dall’elasticità che le parole devono avere, per potersi adattare a concetti espressi da un insieme di parole che sono interdipendenti tra loro. Nelle lingue a scrittura ideografica la responsabilità del traduttore è grande, perché gli ideogrammi non hanno alcuna rigidità interpretativa e sono caratterizzati da una fluidità quasi liquida. Costituiscono il lato complementare di altre lingue, come è il Sanscrito, che è lingua non sottomessa a mutazioni di significato, e questa sua rigidità ha il compito di salvaguardare il senso, che è direzione, dato a ogni termine. Sia le lingue ideografiche che quelle relativamente fisse appartengono alla tradizione e sono le uniche adatte, ognuna per le sue speciali caratteristiche, a illustrare la natura della consapevolezza spirituale. Per natura, però, non si deve intendere il significato profondo, essendo questo incomunicabile come è incomunicabile tutto ciò che si riferisce all’Essenza che relativa non è. Quando un traduttore deve lavorare su un testo della tradizione esoterica e metafisica, per esempio, o è egli stesso un metafisico con una consapevolezza superiore allo scorrere della durata temporale, oppure non riuscirà a portare a termine il compito che si è dato.
Vi ringrazio per il vostro apprezzamento e le vostre considerazioni, molto stimolanti. Indubbiamente il compito del traduttore è simile a quello dell’interprete di un brano musicale o di una parte attoriale, che riproduce (sia pur calandovisi in profondità) l’idea del compositore o la vita del personaggio che rappresenta, ma non ne coglierà mai l’essenza esatta – insomma, non “sarà” mai “lui”.
Ma è il massimo che si possa fare, che comunque è importantissimo, nella misura in cui la vita è flusso, e ogni interpretazione “nelle corde” del “testo” originario costituisce un contributo efficace alla prosecuzione del viaggio (individuale e collettivo) – e, in fondo, proprio quella nota “personale”, che è la componente di “differenza” rispetto alla fonte, costituisce il “quid aggiuntivo” che ci fa procedere.
Giovanni A.
Il traduttore deve sempre sacrificare se stesso, sia quando la sua consapevolezza è superiore a quella di chi ha la paternità dell’opera tradotta, perché non deve migliorarla, che quando a quella è inferiore, perché non deve rovinarla e, dunque, dovrebbe affidarla a un altro traduttore migliore di lui… Ciao Giovanni 😉