Cesare Oddera, Niente parole d’amore per un fucile, Edizioni CFR
Si può parlare dell’amore in molti modi perché ci sono diverse forme d’amore: quello carnale, sessuale, quello ermeneutico, della bellezza, quello disseminato su tutte le creature e su tutto il creato, quello platonico, quello adorativo, quello mistico, quello sofferente, quello gaudioso e trionfante,..
Tante forme d’amore possono ispirare tante forme di poesia anche se spesso quelle che ricordiamo sono i versi di Prévert o di Garcia Lorca, o di Neruda,… quelli che hanno nutrito la nostra adolescenza, struggimento dell’anima (e chi non ricorda” Barbara- Tre fiammiferi…- Posso dire le parole più tristi stasera,…”) ; sono versi del mistero dell’amore e del suo incanto, sono versi di sofferenza per la perdita o sull’incapacità di dirlo con le parole, con gli esatti gesti. Sono fulminazione di genio poetico. Sono numerosi i versi sull’amore, carnale e non; più frequentemente si parla dell’amore perduto, raramente di quello che si sta vivendo, perché è un sentimento abbastanza esclusivo: quando si ama non si scrive d’amore, semplicemente l’amore si vive. Ci sono poemi sull’erotismo, taluno prezioso, altri pencolanti pericolosamente sul volgare.
Cesare Oddera , invece, compie una scelta abbastanza inconsueta: l’amore di cui parla è concreto, carnale, che illumina o abbruma l’esistente, ma si espande su un gran numero di creature, esistite, esistenti, uomini, donne, bambini, che hanno avuto una storia che si è spesso intersecata con la sua, che è stato toccato e generosamente chiama a rigenerarsi, attraverso la poesia, gesti , storie, piccole – grandi tragedie.
E’ dunque un amore disseminato, ma sull’umano. Mancano stelle e lune, fremiti ; l’amore che Oddera canta è di memoria, come espresso fondato sulla memoria e sull’appello degli amati, ma è come togliesse la lastra sepolcrale per farli risorgere e rifulgere; quasi tutte le poesie portano una dedica , l’iniziale di un nome puntato. Dunque siamo avvertiti, non ci canta di strizze mentali illusorie e / o metafisiche, ma di persone , delle loro piccole intimità, della loro individualità, di ciò che hanno portato qui , presso di lui, della fitta rete che hanno intessuto con la sua.
Nessun uomo è un’isola: Oddera ce lo dimostra chiamando i più cari a testimoni.
“ ../ Lo zio si curava la vita insieme alla Delia,/ lasciando sempre il vino a metà/ Tu beviti il fondo, amore mio/ il fondo della verità e della bottiglia/ il fondo che mai nessuno ha osato toccare.”; “ Qualcuno l’ha vista arrivare? / Qualcuno l’ha veduta andare via?/ Nessuno ha visto / la ragazza coi codini?/ Codini lunghi otto anni, ormai/ Codini da cometa/ Come sarebbe a dire / che non l’abbiamo vista?”
Sono versi rubacchiati a qualche poesia , servono ad indicare la rotta dell’amore che Oddera canta e di come lo canti. Il suo dettato poetico, apparentemente semplice , quasi narrativo, qua e là con aspetti decisamente erotici , è spesso re iterativo ma ha scarti deittici improvvisi che costringono il lettore a capriole mentali , a seguire il verseggiare labirintico spesso incognito, qualche volta la storia si esplicita, qualche volta si immagina, tal’altra appare senza uscita. E’ decisamente innovativo questo verso che non s’appoggia a nessuno e fa di se stesso pane e condimento.
Dalle pieghe della sensibilità e della memoria, ma anche dalla esperienza del quotidiano, nasce un fraseggiare scarno anche quando le poesie sono lunghe, perché la qualità di questa poesia non è la sentenziosità e neppure la visione, ma l’esplorazione, il dissodamento di un terreno , quello del significato dell’amore, nelle zolle che il vomere traccia.
Il titolo esplicita comunque ciò che l’amore non può fare; le guerre non si fanno per amore ma per potere.
La ballerina
Ogni oggetto della tua stanza adolescente
salta agli occhi con un balzo aggraziato
Inarca la schiena la capriata del soffitto
Ondeggiano le braccia della tenda
La sedia e sulle punte, e pure
il telefono ha il suo delizioso tu-tu
Girandola ancora, ragazzina
Il canto di tua madre dalla cucina
e una canzoncina da carillon
Volteggiano le mille pagine del libro
che ho in mente di scrivere per te
e non oso pensare
il tuo nome senza musica
Ninetta e il soldato
Era la notte di San Lorenzo
e qualche stella doveva pur essere caduta via
anche dalle spalle spioventi dei generali
e dalle polverose galassie degli alberghi
se il soldato prese la mana di inerte
e a Ninetta cadde un fiore dalla mano,
se Ninetta strinse forte la mana del soldato,
quella mano da fucile,
e da quella mana cadde un fucile
E Ninetta si sdraiò sul prato, il soldato su Ninetta,
e la pioggia di stelle attorno non li bagnò
Qualcosa di strepitoso, inimmaginabile
doveva essere accaduto
la notte che Ninetta disse al soldato
ti prego sii dolce
se il fiore e il fucile
dormirono l’uno accanto all’altro
come due limpide solitudini
senza ormai padrone
sotto il cielo di tutti
E fai piano, disse Ninetta
Che fa vita non si svegli
Che fa storia non si accorga
Bormida
Saluta tutti, indistintamente
ma non scambia una parola con nessuno
Si è innamorata così tante volte
che pare la sua scorta d’amore
sia ormai agli sgoccioli
Qualsiasi cosa ne dicano i Casanova
non ha mai baciato
per due volte lo stesso uomo
Ha digerito insulti, carezze,
maledizioni e lacrime
di chi ha potuto ammirare
le molteplici versioni della sua bellezza
Ha reso agli uomini
il doppio dei rifiuti che ha ingoiato
Le sono state rivolte suppliche e preghiere
cui è rimasta sorda
come s’addice a una dea
Ha svezzato sciami di ragazzini
nudi e magri come libellule
E stata la moglie dei solitari,
la ruffiana dei maritati,
la madre dei segaioli
e ha ricevuto in dono
orecchini da studentessa,
bracciali da cameriera,
pesanti collane e cavigliere dai suicidi
Non ha mai fatto mistero
del suo essere femmina,
i suoi capricci, le lune torbide,
le fuoriuscite dei seni,
il gonfiarsi dei fianchi,
1o spalancarsi improvviso
della chiusa delle cosce
Anche se cani e tedeschi
le hanno pisciato addosso ogni giorno,
nessuno ha mai avuto
il coraggio di ingravidarla,
e per anni, passando per Cengio,
ha avuto un inarrestabile marchese
Il nonno parla di lei
come di una vecchia amante
la prima ad averglielo preso in bocca
e la meglio scopata di una vita intera
nel Sessantaquattro indimenticabile, racconta
Solo alla fine, dal fondo riaffiora
il tronco duro della misoginia montanara
Puttana!, le dice, sputandole dritto in faccia
Se n’è presi tanti!
Puttana!
Sono qui per la tua bellezza per Sonia
Cerca di non scomporti
Sono qui unicamente per la tua bellezza
e anche se la strada che ho dovuto fare
a qualcuno può non sembrare malta
sappi che sono in giro da tanto tempo,
quindi vedi di tenere una posizione
che mi consenta di imprimere nella memoria
ogni sfumatura e di trovare,
in questa poesia, una cornice
adeguata al tuo pudore
Ecco, cosi e perfetto
Ora possiamo addirittura spingerci
a fare conversazione
Ho sentito che due
dei nostri migliori amici
congiungeranno le loro solitudini
al prossimo settembre
Cosi tutto sarà compiuto, sostengono i saggi,
per loro e per noi
Per allora avrò ultimata
il tuo ritratto di signora
e il loro chiaro di luna nel pozzo
sarà definitivamente tramontato
Li benediremo, stai sicura
Un amore senza mezze misure ci svelerà
la distanza esatta tra 10 spirito
e il lavoro pesante
Per ora resta quella che sei
Non ti muovere, ho quasi fatto
No, non trasalire proprio adesso
Ho appena deciso che non tollererò
la minima increspatura
e il tuo silenzio è un dettaglio
difficile da dire
Sana qui solo per questa, in fondo
per compilare la tua bellezza
come il listino prezzi di una merce
che vende dannatamente bene
E non darti pena per il rumore
di catene che ti giunge dal corridoio
La casa è sicura e non è ancora troppo tardi,
e quello che senti è solo il suono
di qualcosa che accade
a parecchi di quelli come me
Mi è capitato lo stesso con il lavoro,
la poesia e i vecchi amici
Te l’ho detto, sono in giro da tanto tempo
e il fantasma di colui che era
continua a perseguitarmi
Niente parole d’amore per un fucile
Un fucile uccide
Per questa è stato creato
Non ha scelta
Niente parole d’amore, per un fucile
La sua bocca è tuono
La sua lingua un lampo
La sua voce è morte
Solo questa sa dire
Un fiore è bellezza disarmata, disarmante
Bellezza che incombe alta
al di sopra delle lame affilate
dell’erba spada
Lassù l’ha posta il sangue della terra,
noi tutti, i globuli rossi
del piano economico mondiale,
il tramonto che arrossa
quelle stesse lame
E ugualmente esso non ha scelta
E’ venuto al mondo come simbolo
e morirà su una bandiera
Ora, io sono certo di non sbagliare
quando affermo che Erica
è nata per l’amore,
per tenere i fiori lontani dalle bandiere
e gli uomini lontani dai fucili
E nemmeno per Erica c’è scelta
L’amore non sceglie
Si fa scegliere
Un fucile, un fiore, Erica
Marte, bellezza, amore
Questi i loro nomi
Questi i loro compiti
E da ragazzo
ho corso a spaccapolmoni
Itll1go prati sterminati
E da soldato mi sono addormentato
stretto ad un fucile
E se l’ho fatto è perché
questi sono i compiti
di un ragazzo e di un soldato
Calpestare le bandiere
e dormire abbracciato alla morte
E dopo, solo dopo, da poeta
ho raccolto in fila
la bellezza di tutti i fiori
e ognuno di essi l’ho armato
con un fucile di morte
Poi ho sistemato Erica
dall’altra parte dell’amore
e ho dato l’ordine
Perché questo è infine
il compito di un poeta:
mischiare le carte
e gridare “fuoco!”
L ‘ultima luna
Non m’importa quali guerre si stiano decidendo
mentre sono in compagnia della tua bellezza
I muscoli del pianeta si rilassano
I volti di coloro che saranno trucidati all’alba
muoiono placidamente nel sonno
nella loro ultima luna
Come tutti gli amanti che si rispettino
la tua bellezza ed io riusciamo a parlare
solo quando siamo l’una nelle braccia dell’altro
Baciamo la medaglietta religiosa
che l’eternità ci ha appuntato fra le gambe
e insegniamo ai cuori pili fragili
ad infrangersi dolcemente
Sei l’ultima cosa che vede
il bersaglio della fucilazione
e sei il dito che indica
il bersaglio al bersagliere,
e il bersagliere non vede che quel dito
5


Una scrittura poetica che si misura con la storia e ne fa materia di elocuzione lirica con l’insieme del parco ideo-logico che denota e connota il suo esser-ci – pur nella circolarità dell’“eterno ritorno” (nietzschiano) riformulato con l’immagine calviniana rivisitata (“un viaggiatore invisibile / […] / che […] / si trovi a vivere diversi istanti // nel medesimo luogo – dove nel futuro / saranno altre presenze / indifferenti –.”, Racconto, p. 9) – non può essere letta che epicamente straniante. Epica in quanto parola che racconta l’accaduto e il travaglio dell’accordare l’empirico e il razionale, la prassi e l’ideale; epica anche nel senso di una produzione poetica che, ponendosi quale punto di vista straniante che separa e distanzia la veduta, costantemente tuttavia relaziona tra loro gli elementi costituenti la strutturazione linguistica che simboleggiandola la mima.