di Guido Michelone
La musica rock, ormai con quasi settant’anni di ininterrotta attività, fa dunque parte dell’arte contemporanea, del sistema mediatico, della cultura universale: già alla fine degli anni Sessanta del XX secolo se ne incomincia a raccontare la storia, vecchia solo di un qualche lustro, ma è solo in epoca recente, con i molti decenni alle spalle, che è in atto un’autentica rivoluzione critica anche sul piano storiografico, come testimoniano molte recenti pubblicazioni, di cui le 16 opere prescelte sono a semplice titolo indicativo, anche se in diversi casi rappresentano il meglio di quanto la cosiddetta critica rock sappia esprimere a livello biografico, sociologico, musicologico, antropologico.
Ci sono appunto tanti modi differenti di analizzare, spiegare, narrare, su libro. L’evolversi di un sound stortamente legato alle subculture giovanili, alle estetiche moderne, alla vita contemporanea; questi modi forse non hanno nemmeno il libro come centro propulsore, giacché la critica rock (o comunque il parlare di rock) arriva anche prima della saggistica attraverso il giornalismo più o meno professionistico esternato sulle pagine dei quotidiani, delle fanzines, degli opuscoli, delle riviste, per allargarsi di recente al mondo dell’audiovisivo tra documentari, docu-fiction, biografie filmate, eccetera.
Tuttavia è ancora il testo cartaceo in forma di libro (anche con l’e-book) a offrire spunti talvolta originali e riflessioni spesso profonde su come si manifesta, si organizza, si qualifica la musica rock (e quanto le succede attorno) nel corso degli anni. Con questi 16 titoli si può altresì osservare come il libro rock sia frutto di svariati atteggiamenti critici, con un ambito di scelte che può essere raggruppabile grosso modo in quattro distinti settori: biografie (e autobiografie); volumi illustrati; analisi di periodi, temi, movimenti; apporto della critica italiana al rock straniero.
Biografie (e autobiografie)
Johnny Cash, L’autobiografia, Baldi&Castoldi.
Quasi sotto forma di romanzo, le ‘avventure’ del maggior esponente del rockabilly americano, un ponte tra il country e il r’n’r negli anni Cinquanta.
Cherry Vanilla, Lick Me, Odoya.
La storia autobiografia della maggior groupie della musica rock, ‘compagna di strada’ di David Bowie, Mick Jagger, John Lennon e tante altre star, fra amori e backstage.
Rob Chapman, Syd Barrett. Un pensiero irregolare, Stampa Alternativa.
Convincente analisi della vita e dell’arte del genio maledetto dei Pink Floyd, che lascia presto il gruppo per malattia mentale, ma che lascia il segno nella psichedelia artistica.
Mitch Winehouse, Amy mia figlia, Bompiani.
Il padre, anch’egli musicista, compie un accorato ritratto di Amy Winehouse, eccezionale cantante soul britannica, morta a soli 26 anni per abuso di alcol e droghe.
Luca Perasi, Paul McCartney: Recording Sessions (1969-2011), autoprodotto.
Notevolissima disamina, canzone per canzone, di quanto prodotto e registrato dall’ex Beatles dopo lo scioglimento del quartetto, a ribadirne l’assoluta grandezza solista.
Volumi illustrati
Bruno McDonald, Rock Connections, Il Castello.
Una mappa completa della storia del rock and roll dalle origini agli anni Duemila, attraverso schemi, genealogie, rimandi, grafici e soprattutto una gran quantità di immagini.
Michele Primi, Tragedie e misteri del rock’n’roll, White Star.
Le morti giovani delle ‘stelle’ della musica vengono qui raccontate in agili biografie lasciando spazio a belle foto che ritraggono soprattutto le rock star in scena.
Baron Walman, Gli anni d’oro del Rock, White Star.
Il primo grande fotografo della rivista americana Rolling Stones (a sua volta la principale testata di sound giovanile) antologizzato negli scatti in bianco e nero dei Sixties.
Analisi di periodi, temi, movimenti
Christopher Knowles, Storia segreta del rock, Arcana.
Le origini di questa musica, secondo il giornalista americano, vanno rintracciate nei moderni riti misterici come la santeria, la massoneria e il mardi gars di New Orleans.
Daniel J. Levitin, Il mondo in sei canzoni, Codice Edizioni.
Il punto di vista di un neuropsichiatra (e prima ancora rock man e produttore) su amicizia, gioia, conforto, conoscenza, religione, amore che le canzoni esprimono.
Nick Kent, Apathy For The Devil. Memoria dagli anni Settanta, Arcana.
Firma storica del “New Musical Express” il critico inglese ‘vissuto pericolosamente’ durante i Seventies tratteggia il decennio come un romanzo autobiografico.
Hoover e Voyno, The New Rockstar Philosophy, NdA Press.
Nato dall’omonimo blog canadese, il libro si definisce quale manuale di autoaiuto per musicisti, cercando di spiegare come si possa lavorare nel mondo del rock.
Apporto della critica italiana al rock straniero
Claudia Attimonelli e Antonella Giannone, Underground Zone, Caratteri Mobili.
Il sottotitolo ‘Dandy, Punk, Beautiful People’ spiega in parte quest’agile storia della scena newyorkese di rock alternativo tra il 1972 e il 1979, in un’ottica di coinvolgimento interdisciplinare.
Luca De Gennaro, Backwards, Caratteri Mobili.
Anche qui il sottotitolo è illuminante: The “Rolling Stone” files e altre storie rock (2003-2011), ossia un diario dei viaggi per concerti, dischi, appuntamenti fra centinaia di nomi.
Arcangelo Accurso, Tra arte e rock, I Libri di Emil.
L’autore tenta di stabilire il ruolo della musica rock all’interno del pop contemporaneo, considerando ovviamente ogni aspetto socioculturale dell’esperienza sonora.
Innocenzo Alfano, Storie di rock, Aracne.
A essere raccontati sono soprattutto gli anni Sessanta e Settanta rivisti attraverso i dischi, i festival, i libri, i suoni, i luoghi dell’epoca.


Solo per ipotesi, ho provato ad immaginare quanto sarebbe stata differente la mia vita se io non avessi mai ascoltato una singola nota di Blues o di Rock’n’Roll. Cosa sarei diventato?
Faccio, comunque, molti lavori. Come regista, sono allo stesso tempo uno psichiatra, un organizzatore, un bibliotecario, un avvocato, un agente di viaggi, un promoter, un architetto, un coordinatore musicale, un manipolatore, un fotografo, un narratore, un venditore, un autore, un conducente e un altro po’ di cose che non suonano né affascinanti né creative. Onestamente, è ancora un mistero come tutto questo si trasformi in un solo mestiere. Ma, alla fine, posso dire di aver ricevuto due vere chiamate, due “vocazioni”: io mi sento davvero un viaggiatore e un sognatore. E le due cose sono inseparabili. I film sono sempre dei viaggi, verso l’interno e verso l’esterno. Ma non si parte per andare da nessuna parte senza aver prima di tutto sognato un posto. E vice versa, senza viaggiare prima o poi finiscono tutti i sogni, o si resta bloccati sempre nello stesso sogno. Entrambe queste occupazioni hanno una sorgente comune, dalla quale traggono costantemente ispirazione ed energia. Questa fonte è la musica. Senza la musica io non sarei mai stato un viaggiatore o un sognatore, sarei rimasto semplicemente un regista.
Se non fosse stato per Chuck Berry, Gene Vincent, Elvis Presley, gli Everly Brothers o Eddie Cochran, io non avrei mai conosciuto quel gran desiderio di crescere, per poter essere abbastanza grande da riempire da solo quel jukebox. Senza questi primi rock’n’rollers non avrei passato la mia gioventù nelle gelaterie o sui prati e non avrei speso le mie notti ascoltando Radio Luxembourg tenendo una vecchia radio a transistor sotto il mio cuscino. Il Rock’n’Roll mi ha fatto sopravvivere alla dolorosa età della pubertà. Ha dato un punto focale ai miei vaghi ma intensi desideri.
Se non fosse stato per il Golden Gate Quartet e, subito dopo, per John Lee Hooker, io non avrei conosciuto il lato spirituale e le parole del blues. E senza Skip James, Blind Willie Johnson, Son House e Mississippi Fred McDowell, solo per nominare alcuni artisti blues che ho ammirato, avrei perduto un aspetto molto importante e molto diverso dell’America, non così glorioso, ma certamente più vero di tutti gli altri messaggi che ho ricevuto dalla Terra Promessa quando sono cresciuto. “Tempi duri qui e dovunque vai, i tempi sono più duri di quanto non siano stati prima. E la gente si sposta di porta in porta, non trova nessun paradiso e non importa dove vada…”
Se non fosse stato per i Kinks, i Troggs, i Pretty Things, gli Stones, i Beatles, Van Morrison e, più di ogni altro, Bob Dylan, io non avrei mai sfidato il destino mollando i miei studi di medicina, filosofia, storia e arte per basare il mio futuro in quell’incerto territorio chiamato “la mia creatività”. La loro musica era contagiosa. Ma non nel senso “Hey, lo posso fare anch’io!”, piuttosto un “Se non lo faccio adesso, non lo farò mai”.
Se non fosse stato per Jacques Brel, Francoise Hardy, Serge Gainsbourg e Jacques Dutronc, non avrei mai avuto il desiderio di parlare francese e di spostarmi a Parigi. (Inizialmente per diventare un pittore, ma lì la Cinematheque mandò quel piano in pezzi e riempì i miei occhi e il mio cervello con il desiderio di fare film.)
Se non fosse stato per John Mayall e i suoi Bluesbreakers io non avrei mai avuto l’occasione di ascoltare il mio cantante preferito, J. B. Lenoir. “Una macchina ha ucciso un amico, a Chicago a mille miglia da qui. Quando ho letto la notizia, la notte è arrivata nel mio giorno. J. B. Lenoir è morto, e la notizia mi ha colpito come una martellata…”.
Se non fosse stato per il rock’n’roll in generale, ma in particolare per una band tedesca pre-punk, “Ton, Steine, Scherben”, il loro meraviglioso cantante Rio Reiser e l’album “Macht kaputt, was Euch kaputt macht” (“Devi distruggere quello che ti distrugge”) io avrei potuto non prendere l’importantissima decisione, allora, di non appartenere al sistema che distruggeva. Finii in prigione nel maggio del 1968, ma nella certezza che fosse il posto giusto dove essere.
Il mio primo film era intitolato “Summer in the city”. Il titolo era preso da una canzone dei Lovin’ Spoonful. Girammo tutto in inverno, ma non faceva molta differenza. Io dedicai il film ai Kinks. La loro meravigliosa canzone “Days” compariva nel film, sparata da un televisore. Venti anni dopo, Elvis Costello l’ha interpretata per “Fino alla fine del mondo”. “Ti ringrazio per i giorni, quei giorni senza fine, quei giorni sacri che mi ha dato…”.
E se non fosse stato per i Beach Boyes, i Byrds, Harvey Mandel o i Jefferson Airplane, la West Coast Americana non sarebbe apparsa ai miei occhi come il Paradiso. (E io forse non avrei finito per viverci molti anni della mia vita.)
Senza la chitarra bottleneck di Ry Cooder il mio viaggio nel West Americano sarebbe rimasto sotterrato e Parigi non avrebbe trovato una tale simbiotica unità con il Texas.
Senza i Creedence Clearwater Revival alcune fasi di depressione sarebbero durate molto più a lungo. (Questo posso dirlo per il Rock’n’Roll in generale, di sicuro, ma per i Creedence Clearwater Revival in particolare.)
I Bad Seeds e i Crime and the City Solution di Nick Cave mi hanno fatto vedere Berlino come se fosse il centro del mondo. La musica di quegli australiani incagliati sotto il cielo della mia città divisa definisce, per me, quell’era meglio di chiunque altri.
Se Bob Dylan, Van Morrison, Johnny Cash o Bono non avessero difeso le loro opinioni così apertamente e incondizionatamente, sarebbe stato molto più difficile per me fare altrettanto. Ma loro sono stati dei grandi esempi.
Se non fosse stato per Lou Reed e i Velvet Underground, New York non sarebbe mai apparsa a me come la città definitiva, la città di tutte le città. (E la frase “la mia vita è stata salvata dal Rock’n’Roll è una citazione da una canzone di Lou, comunque.)
Senza le canzoni di Bob Dylan io non avrei mai avuto il coraggio (o diciamo meglio la “hybris”) di voler fare dei film. “Allora è meglio che comincio a nuotare, o affonderai come una pietra, perché i tempi stanno cambiando”.
Senza Roy Orbison (non mi bastano le parole per descrivere quella perdita…) Senza Gene Clark! Senza Van Morrison!
E soprattutto Senza Bono!
Tirando le somme: Senza rock’n’roll niente sogni. Senza sogni niente coraggio. Senza coraggio nessuna azione.
Wim Wenders
L’ha ribloggato su Semplicemente Stella Maria.