Estratto da “Korallo” di Pierre Gaffuri.

Korallocopertina

di Pierre Gaffuri


 

Tre uomini, dentro un pezzo di terra così puro da sembrare finto. Due ombre sull’orlo di una strada appena segnata nell’erba, la sagoma di un altro, più lontano, vicino a un cespuglio basso. Silenziosi come animali.
Uno dei due fece un passo avanti.
«Allora?» chiese piano.
«Non so, forse» disse l’altro.
E ripresero ad ascoltare il silenzio e ad aspettare l’alba.
«Ecco, cantano» disse Giulio, indicando la china del monte davanti.
Angelo socchiuse gli occhi e prese a guardare in quella direzione, senza fiatare, per pochi secondi.
«Sono i cani» disse, guardando la macchina e la cassetta appesa dietro.
Giulio scosse il capo, non era d’accordo, tuffò lo sguardo in mezzo al campo di erba medica. Un campo enorme.
«Dov’è Paolo?».
«Laggiù, dietro il cespuglio» disse Giulio.
Angelo fece cenno che aveva visto e con ampi gesti cercò di far capire a Paolo che doveva venire più avanti, lungo la strada.
Proprio in quel momento il cielo divenne di un blu più chiaro e le stelle scomparvero cancellate da un velo di luce sottile come un filo. Le ombre degli alberi avevano un tronco e foglie sui rami, le macchie grigie erano erba medica, le macchie bianche pietre.
«Sono loro» disse Angelo tendendo i muscoli.
Paolo fece un cenno, anche lui aveva sentito.
Giulio sorrise e continuò a guardare il grande campo e le pendici del monte accanto. Era la prima volta che sentiva le starne cantare.
Pareva fossero dappertutto, tra l’erba bagnata del prato, nascoste nei cespugli e anche sulla montagna.
«Sono lassù» disse Angelo indicando il monte.
Erano passati quindici anni da quando Giulio era arrivato al paese. Una volta sola, prima di quell’alba, camminando sulla montagna, ne aveva fatto alzare un gruppo.
Erano volate basse, muovendo veloci le ali e buttandosi subito dietro una cima. Ora finalmente le sentiva cantare al sorgere del sole. Si guardò intorno e poi fissò il cielo. In pochi minuti era cambiato tutto. I colori, un alito di brezza e la nebbia in basso ad annegare i paesi. La luce, il giorno, le immagini semplici e pulite delle cose, da contemplare senza pensare a nulla di diverso.
Giulio Weber, il professor Weber, era un uomo di media statura con una corporatura snella e nervosa. Aveva una fronte alta, capelli corti tirati indietro e occhi marrone scuro, quasi neri. Insegnava storia e filosofia, e indossava spesso giacche di tweed con toppe di pelle sul gomito e scarponcini di cuoio. Quando era in classe non riusciva a stare seduto dietro la cattedra. Per tutto il tempo della lezione camminava intorno e lungo gli stretti passaggi tra i banchi. Anche durante le interrogazioni, poco frequenti, stava in piedi o passeggiava lentamente, ascoltando le parole dello studente di turno. Le sue lezioni erano molto seguite. Agli studenti piaceva il metodo. Giulio Weber, d’altronde, era bravo a raccontare. Raccontava e passeggiava, sostava per qualche istante sotto la parete delle carte geografiche e riprendeva subito a camminare. Aveva una voce giovanile e brillante e giocava spesso con le parole. Così facendo, teneva gli studenti incollati alla sedia tutto il tempo.
Fuori dall’aula cambiava completamente. Camminava veloce sfiorando il muro dei corridoi, come per paura di fare incontri sgraditi. Per la strada, poi, era occupato a leggere il giornale, gli appunti, lo sguardo sempre basso. Era impossibile sorprenderlo a guardare una vetrina o incontrarlo in un negozio. Percorreva vie secondarie, spesso deserte, salite ripide, scivolando sui ciottoli lisci della città vecchia. Sembrava un fuggitivo o un’ombra perduta all’infelice ricerca della sua origine.
Aveva scelto di abitare in un piccolo paese per stare vicino alla natura, poteva buttarsi nel bosco quando voleva, senza guardare indietro. Quante volte aveva pregato chiedendo la grazia dell’oblio, come ricompensa per gli anni di dolore. E gli rimaneva ancora la speranza. Dimenticare tutto, il suo passato, con l’eccezione di una finestra bianca su un cortile. Il cortile della casa dei genitori anziani.
Angelo stava venendo avanti con i cani al guinzaglio. Il solito sguardo forte e il sorriso fisso e un poco ironico. Comandava lui sulla montagna e lo faceva vedere. Era nato in mezzo alla natura e alla fame, quando la caccia era una necessità, non uno sport. Sbagliare significava non mangiare, glielo aveva insegnato suo padre. Aveva disegnata in faccia la storia della sua vita, una rete di rughe sottili e profonde come tagli e l’espressione dura sotto. Il volto intagliato nel legno di una pianta selvatica. Talvolta Angelo aveva l’impressione che i due amici fossero troppo cittadini e un poco sprovveduti. Allora il duro del volto si piegava alla ricerca dello scherzo. Scherzava con Paolo, soprattutto, lo prendeva in giro. Con Giulio invece si tratteneva, come se avesse paura di ferirlo, di metterlo in imbarazzo. Era troppo educato il professore, troppo buono, gentile.
«Andiamo, sono in alto» disse Angelo, prendendo un sentiero in salita.
Giulio seguì Angelo e i cani che tiravano e respiravano forte.
Il sole era sorto tra due montagne e le starne avevano smesso di cantare, all’improvviso. Forse avevano sentito i cani guaire felici quando il loro padrone aveva aperto la cassetta. I due amici videro il riflesso dei vetri di un altro fuoristrada lontano su un pendio.
«Segugi, cani da lepre» disse Angelo indicando due punti in movimento su un colle.
Giulio camminava in salita muovendosi lentamente, doveva rompere il fiato, come sempre la mattina presto. Una mosca gli ronzava intorno all’orecchio. Il monte era ripido e coperto d’erba bassa, fino in cima. Bisognava mettere i piedi in avvallamenti che parevano fatti apposta per salire, una specie di scala naturale. Ogni tanto c’era un sasso, pezzi di roccia, porosa, tra l’erba. Angelo camminava veloce trascinato dai cani che avevano la lingua penzoloni. Ansimavano per la voglia di correre in giro. Diana era un pointer bianco e nero, Lampo un bretone marrone, veloce e attento. Quando sentiva le starne Lampo si fermava e alzava la testa ad annusare l’aria. Diana invece aspettava il suo momento, con pazienza, e al segno di Angelo faceva volare la selvaggina, sempre dalla parte giusta.
«Paolo viene?» chiese ancora Angelo, voltandosi a guardare.
«È da quella parte» disse Giulio facendo un gesto di richiamo a Paolo che non rispose, continuando a camminare sull’altro lato del monte.
Paolo e Angelo erano i suoi unici amici. Le sveglie la mattina presto, così presto che qualche volta era meglio non andare a letto la sera prima. Il caffè con dentro il mistrà o la sambuca. Il fuoristrada sulla montagna deserta e buia. L’alba e il silenzio. La colazione dopo. Stavano bene insieme, parlavano poco, il necessario. Angelo era il cacciatore, l’uomo delle montagne, lui e il dottore cittadini perduti da quelle parti. Durante la settimana Paolo lavorava in città ma il sabato tornava sempre al paese. Angelo e Paolo, uomini grandi, alti, robusti come piante. I polsi larghi e le dita, rami di pelle. Erano della stessa razza, figli e nipoti di uomini che per tutta la vita avevano scavato, tagliato e costruito con la forza delle mani.
Angelo aveva capelli bianchi, un cespuglio che provava a tenere indietro, le sopracciglia ancora scure e occhi marroni, profondi. L’espressione seria e il velo d’ironia e disincanto di chi ha imparato presto a fare affidamento su sé stesso.
Paolo aveva la barba grigia e bianca, i capelli corti, gli occhi castani. Sempre calmo, anche quando Angelo si divertiva a prenderlo in giro perché arrivava tardi e gli piaceva dormire. Due giganti e in mezzo Giulio, magro e secco. Stava bene con loro, davano sicurezza, a volte bastava uno sguardo.
Angelo, intanto, era arrivato in cima e aveva sciolto i cani.
«Là» disse, facendo un cenno a Giulio.
Lampo era fermo sul dorso del monte, gli occhi fissi puntati tra i ciuffi verdi. Diana non c’era e Angelo fece due passi lenti in avanti. Anche Giulio prese a camminare in quella direzione.
Lampo muoveva leggermente il muso da una parte. Angelo lo guardava concentrato e immobile. Il cane con il muso indicava la posizione e i movimenti della selvaggina tra le piante. All’improvviso due starne partirono veloci a sinistra, volarono radenti il prato e si buttarono nel vallone di sotto. Avevano sentito il fiato e l’odore del cane e per qualche istante erano rimaste accucciate nell’erba sperando che se ne andasse. Il cane era rimasto fermo a guardarle con i suoi occhi acuti, da cacciatore selvaggio. Allora le starne avevano camminato per qualche metro a sinistra, per prendere tempo e sviare la punta, prima di volare. Angelo stava più in alto e aveva seguito la traiettoria degli uccelli con il braccio teso.
«Veloci, vero?» disse, con espressione soddisfatta.
«Belle» disse Giulio, voltandosi indietro un poco dispiaciuto perché Paolo non le aveva viste.
Il dottore comparve dopo alcuni istanti da quella parte della montagna. Prima la testa e la barba e poi il resto. Disse che aveva visto l’ultimo tratto di volo. Aveva in mano un sacchetto di plastica, pieno di funghi. Prataioli con il cappello bianco e lamelle rosa sotto, duri come pietre, freschi.
«Nati nella notte» aggiunse, sorridendo.
Angelo fece finta di nulla e continuò la salita con i cani che correvano senza sosta tutto intorno. Giulio rimase indietro, poco lontano da Paolo, a cercare i funghi che sembravano ciottoli sul prato.
«Guarda!» disse Paolo, facendo segno con una scarpa.
«Cosa?».
«Anche questi sono buoni».
Giulio in un primo momento non vide nulla, poi scorse una fila di piccoli imbuti marroni. Mise un ginocchio a terra, contro l’umido fresco dell’erba, e cominciò a raccogliere. I funghi avevano una struttura elastica e lamelle marrone chiaro sotto l’imbuto, erano solidi, non si rompevano tra le dita. Un poco in disparte, c’era un altro genere di fungo. Uno strano colore, rosso chiaro, trasparente.
«Quello è vecchio» disse Paolo, che aveva seguito i movimenti del compagno e voleva che prendesse i migliori.
Giulio allungò la mano, le dita a sfiorare il fungo vecchio. Sembrava una cosa preziosa, veniva voglia di prenderlo ugualmente e portarlo via. Una gemma rubata al prato, come corallo, ma era solo un fungo e vecchio per giunta.
Il corallo è un albero di pietra, rosso sangue e più lucido di un sasso di fiume. Le sue foglie e i suoi fiori sono tentacoli bianchi, piccole corolle trasparenti sulle pareti delle grotte di mare. I palombari vanno a cercarlo chiusi dentro scafandri e caschi di rame. Toccano la roccia, accarezzano la madrepora e, quando trovano il ramo, scavano le radici. Colpi leggeri, nel silenzio. Staccano dalla pietra l’albero e lo ripongono in una tasca di rete. Oppure sono i subacquei ad andare nel buio fitto. Il fascio di una luce accarezza gli ingressi delle grotte, illumina nuvole di plancton e piccole meduse. Il respiro è lento e l’aria ha sapore di metallo. Bolle bianche e nere si perdono nel nulla. La luce, d’un tratto, contro una parete, trova un piccolo ramo rosso vivo. Scavare è un lavoro lento per non consumare energie e poi, finalmente, la lunga risalita nel blu. L’acqua diventa azzurra e lo sguardo corre in alto verso la superficie. Fuori, l’aria fresca nei polmoni e un rollio dolce. Il sacco di rete appoggiato sulla coperta della barca. I fiori bianchi appassiscono in fretta, rimane solo un piccolo tronco levigato e i rami spogli.

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