GLI STRUMENTI UMANI di Vittorio Sereni

Gli strumenti umani - Vittorio Sereni - copertinaConversazione con Chiara Fenoglio

di Massimo Maugeri

Di recente, per i tipi de Il Saggiatore, è stata ripubblicata la raccolta poetica più rappresentativa di uno dei massimi poeti del Novecento letterario italiano: “Gli strumenti umani” di Vittorio Sereni (pagg. 154, euro 20), arricchita da una corposa, raffinata ed esaustiva introduzione firmata da Chiara Fenoglio.
“Gli strumenti umani” esce nel 1965, quasi vent’anni dopo la precedente raccolta (“Diario d’Algeria”, del 1947, a sua volta preceduta da “Frontiera”, uscita nel 1941) e quasi quindici anni prima dell’ultima opera (“Stella variabile”, pubblicata nel 1979). Chiara Fenoglio non ha dubbi nel sostenere che l’autore de “Gli strumenti umani” sia stato uno dei più grandi poeti nati nel 900; grandezza peraltro caratterizzata anche dalla cautela e dalla parsimonia con cui Sereni è arrivato alla poesia e alla pubblicazione dei suoi versi. «Se lo si confronta con un altro grandissimo poeta di questo secolo, Andrea Zanzotto», dice la Fenoglio, «la differenza tra la mole della produzione poetica zanzottiana e l’esiguità di quella di Sereni non può non saltare all’occhio».
Per Chiara Fenoglio “Gli strumenti umani” è l’opera della svolta del percorso poetico di Sereni. Ed è anche la vetta della sua produzione artistica. «Una raccolta straordinariamente pensata, meditata, orchestrata nei minimi particolari. Un’opera che si distingue nettamente non solo rispetto alle precedenti di Sereni, ma anche rispetto a ciò che offriva il panorama letterario di quel momento. “Gli strumenti umani” condensa una serie di temi fondamentali per Sereni a partire dall’idea di una poesia eteronoma (proprio negli anni in cui cominciano ad arrivare i venti dello strutturalismo e delle neoavanguardie) che fronteggia l’esistente e che parte dalla concretezza delle cose. Questa è una riflessione che Sereni fa spesso nelle interviste che rilascia: “Io sono per le cose e non per le persone”. Tutto ciò, ne “Gli strumenti umani”, è messo in evidenza sin dal titolo».
Nel rileggere la silloge, Chiara Fenoglio si è domandata a cosa alludessero le cinque sezioni che la compongono e quale fosse il rapporto che lega le singole sezioni al titolo della raccolta. «Ciò che mi incuriosiva e mi interessava approfondire era capire effettivamente che cosa fossero questi “strumenti umani”. Molto spesso la critica lo ha detto in modo chiaro: la poesia è uno degli strumenti umani, uno dei mezzi attraverso i quali Sereni sostiene di poter arrivare in connessione con la realtà. Questo è vero, però è pur vero che il titolo è “Gli strumenti umani” e non “Lo strumento umano”. Quindi partendo dal presupposto che la poesia è uno degli strumenti fondamentali, gli altri quali sono? A me è sembrato di poter scorgere all’interno di ciascuna di queste sezioni un particolare strumento attraverso il quale non solo Sereni arriva alla poesia, ma la giustifica in rapporto al reale».
Quali sono, dunque, le cinque sezione che compongono “Gli strumenti umani”? La prima, caratterizzata dallo sguardo – intitolata “Uno sguardo di rimando” – apre su una prospettiva urbana (quella della milanese “Via Scarlatti”, la poesia di apertura, giusto per fare un esempio). Nella seconda sezione, intitolata “Una visita in fabbrica”, composizione fortemente agganciata alla contemporaneità e all’esperienza di quegli anni, allo strumento dello sguardo se ne affianca un secondo: il suono (è il caso del sibilo della sirena che scandisce i momenti della giornata lavorativa). Nella terza sezione, dedicata allo strumento del tempo e intitolata “Appuntamento a ora insolita”, la poesia di Sereni si concentra sulla dimensione temporale considerata sia in senso cronologico e stagionale, sia in senso meteorologico. La quarta sezione, “Il centro abitato”, ha a che fare con i luoghi… tema, peraltro (questo del luogo e dell’incontro), che verrà sviluppato in chiusura del libro nella sezione dedicata a gli altri (concentrata sugli aspetti riguardanti i rapporti interpersonali) dove la forma dialogica assume una valenza primaria.
Nella sua brillante introduzione Chiara Fenoglio esordisce mettendo in risalto le due sensazioni contrastanti suscitate dalla lettura di quest’opera. Sensazioni ‘già segnalate a suo tempo da Cesare Garboli: quella di essere «ospiti, assolutamente indiscreti» di questi versi, trovandoci tuttavia di fronte a un «discorso che ci riguarda strettamente da vicino», sospesi davanti «all’impossibile epifania di un segreto» che parla a nome di tutti (Garboli 1968, p. 165)’.
«Garboli», dice Chiara Fenoglio, «con la sua acutezza coglie un dato fondamentale del Sereni poeta: la volontà di partire sempre dalle cose e la capacità – allo stesso tempo – di trasvalutare queste cose al fine di darne una dimensione il più possibile universale senza tuttavia mai presumere di arrivare alla assolutezza. Per Sereni l’universale non coincide con l’assoluto. L’universale ha a che fare con questa sensazione di cui ci parla Garboli: con l’idea, cioè, che Sereni ci stia raccontando qualcosa di estremamente intimo, di estremamente privato; ma nello stesso tempo questo privato, questo intimo, dice qualcosa all’animo e all’intelletto di ciascuno di noi. Va peraltro evidenziata un’altra caratteristica fondamentale della poesia di Sereni: pur nel suo discostarsi dalle neoavanguardie non è mai pregna di sentimentalismo, di cuore messo a nudo di fronte al lettore. Al contrario, e Sereni questo lo sostiene in vari contesti, e in particolare in una lettera a Fortini, per lui la poesia è elaborazione inventiva di dati emotivi e intellettuali; ma questi due elementi ci devono essere sempre e contestualmente: il dato emotivo e il dato intellettuale. Questo mi sembra un elemento importante per entrare dentro la poesia di Sereni e per capire la dinamica che descrive Garboli in quella fotografia così efficace del poetico sereniano».
Con riferimento alla distanza di Sereni rispetto a un certo contesto letterario del periodo, è interessante mettere ancora una volta in risalto la data di pubblicazione de “Gli strumenti umani” (1965). Siamo proprio negli anni delle neoavanguardie e dal Gruppo ’63. «È vero», ribadisce Chiara Fenoglio; «tuttavia Sereni, a differenza di Bassani e di Cassola, non entrò mai in polemica diretta con le neoavanguardie. Pur tuttavia, in particolare in quest’opera (ma anche nelle altre di Sereni), non può non evidenziarsi una presa di distanza molto forte, molto netta, rispetto a quello che stava succedendo nel gruppo ‘63 e in Europa, in quegli anni».
Secondo la Fenoglio il fatto che questa presa di distanza non sia mai stata espressa in maniera aperta dipende probabilmente dal fatto che Sereni, per sua natura, non ama lasciarsi andare a proclami e preferisce evitare gli scontri. «Ci sono pagine biografiche su Sereni che ci attestano questo dato dell’uomo e del dirigente mondadoriano; e che appunto ci danno testimonianza del fatto che Sereni, laddove poteva, evitava il conflitto. Per esempio: il suo rapporto di amicizia con Fortini fu sempre caratterizzato da tensioni, ma – a differenza di Fortini, che invece le opposizioni e le inimicizie le ostenta – Sereni tende a meditare nel privato. Direi che qualcosa di molto simile succede anche con le neoavanguardie. Di Sanguineti e dei suo sodali Sereni non ne parla sostanzialmente quasi mai. Ci sono però alcuni testi che ci danno la misura di qual è la sua posizione rispetto al manifesto e ai programmi delle neoavanguardie».
In chiusura diamo spazio ai versi riproducendo una delle più belle poesie della silloge (e forse uno dei punti di riferimento dell’intera produzione poetica del Novecento), quella finale, intitolata “La spiaggia”. Per Chiara Fenoglio si tratta di una poesia dalla grande forza dantesca, tenuto conto del fatto che i primi due canti del purgatorio sono – per l’appunto – caratterizzati dalla presenza di una spiaggia deserta.

Sono andati via tutti –
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno più –.
Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari… Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.
I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe d’inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare –
parleranno.

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