
di Giampaolo Centofanti
Chiedo spunti sulla situazione attuale. Sui possibili sbocchi.
Situazione spirituale
Aspetti culturali
Aspetti sociali
La situazione esistenziale, in Occidente, è in condizioni pietose: alle persone si mostra, in modo martellante, ciò che non hanno, per trasformarle progressivamente in clienti. L’essenziale è che comprino: tutto il resto diventa secondario, compreso Dio, il quale, come nella Cappella Sistina, prende prima gran parte dello spazio e poi diminuisce, fino a sparire. Ciò che conta è l’oggetto, la merce. La religione diventa pubblicità: si pensi al noto spot di un caffè, che si svolge in paradiso. La vita spirituale si può ridurre ad atti quantificabili, come la benedizione delle auto, che nasconde spesso motivazioni discutibili, del tipo “non si sa mai”. La religione cosificata si oppone all’incarnazione di Cristo, che si colloca agli antipodi: qui ogni realtà si offre come memoria dell’amore che crea e custodisce. Anche nella Chiesa, a volte, si seguono maestri che guidano grandi movimenti, trasmettono valori e contenuti, ma si viene a scoprire che manca il dato più importante: il compromettersi in prima persona, l’esperienza di un Dio che visita te, che viene a cercare proprio te.
C’è poi una fede che vuole adattarsi al gusto postmoderno: una semplificazione che degenera in banalità, in soluzione fittizia dei problemi. I dogmi diventano un ingombro, non si accetta più la dimensione del mistero, ciò che conta sono le istruzioni per l’uso, che permettono il montaggio e lo smontaggio di una fede fai-da-te. Inutile ricordare la presenza di una tradizione bimillenaria, dell’eredità patristica, della dottrina dei santi: ciò che si persegue è un cambio di paradigma, per rottamare ciò che si è creduto fino a oggi. Una terza possibilità è rappresentata da coloro che, provocati dalla situazione di cui sopra, sentono rinascere in sé un desiderio profondo delle eterne verità dello Spirito, e si rendono disponibili a cambiare. Quello che chiedono – come Salomone – è un “lev shomea”, un cuore che sappia ascoltare.
Per quanto riguarda gli aspetti culturali, siamo alle ultime propaggini del grido di Nietzsche: Dio è morto. Si vive un’orfanezza che diventa, da una parte, anarchia disarmonica di stili e contenuti, dall’altra, tentativo di adattarsi agli schemi di successo: è l’epoca dei “corsi”, che coprono tutta l’area della domanda pubblica, dalla cucina alla letteratura, dalla psicologia al marketing. I filosofi si adattano ai dibattiti televisivi, gli scrittori cercano visibilità nei social media, finendo con l’annacquare le poche gocce di vino d’annata. Tutto è organizzato da lobby che decidono chi deve emergere o alzare la coppa di turno, destinandolo comunque a un rapido oblio. Anche qui c’è la possibilità di una ricerca autentica: ma chi ha il coraggio di avviarla è considerato un profeta di sventura, e quindi escluso da ogni tipo di riconoscimento. La cultura soggiace alla pressione dei grandi gruppi finanziari, che sponsorizzano ciò che meglio si piazza sul mercato.
Da ciò che si è detto, consegue il risvolto sociale delle idee dominanti: una massa telecomandata, che applaude o fischia a seconda degli ordini calati dall’alto, alla ricerca disperata di un “mi piace”, tutta protesa sul fuori e accuratamente disinteressata al dentro. Il linguaggio è fatto di slogan da cui è impossibile evadere, se si vuole essere integrati in quella che si definisce vita sociale.
Quali sono i possibili sbocchi? Tutto ciò che va in direzione della profondità, dell’ascolto autentico, della condivisione, difficile e feconda nello stesso tempo. La via d’uscita è un progetto che valorizzi la persona nei nessi fondamentali della fede, del lavoro, dell’esperienza fraterna vissuta nella vita quotidiana, alla ricerca dell’abito su misura tagliato da Dio apposta per lei. Ciò che si può auspicare è una nuova civiltà che decida di vedere le cose come stanno, favorendo la crescita di quello che resta, come scrive san Paolo, ossia l’amore in tutte le sue declinazioni: spirituali, sociali, culturali. Attraverso una serie di pubblicazioni, sto perlustrando questa traiettoria insieme con Sabrina Trane. È un paradigma che attraversa la storia, portando a un discernimento ultimo e definitivo, fondato sulle grandi virtù teologali della fede, della speranza e della carità: come fiducia nell’umano alla luce della Creazione, come apertura radicale al nuovo proveniente dallo Spirito, e come accoglienza incondizionata dell’altro, al di là delle proprie paure e dei propri desideri. Dio ci desidera sereni, sicuri, naturali e puri, e non ci scopriremo felici finché non lo saremo diventati.
[da qui]

Ho “ascoltato” l’intervista (letta due volte per capire bene), e siccome non mi ritengo un granché “critico” o “opinionista” provo ad esporre il mio sentimento in questi termini;
“… TUTTO È COMPIUTO… E CHINATO ILCAPO EMISE IL SUO SPIRITO…”
Certo, le Scritture e la Tradizione ci ‘continuano’ alla Risurrezione, e alla Speranza della” Parusia”… Allora mi domando ancora :.. “Quanto manca all’alba sentinella ?”…
” Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato”.
San Paolo (dalla Prima Lettera ai Corinzi)
L’analisi è, a mio parere, indiscutibile. Ma ciò che manca, sempre a mio parere, perché la gente senta il richiamo dello Spirito è un serio ripensamento della dottrina. l’anima (che, da Dante in poi, è immaginata praticamente come un fantasma), il Purgatorio (e le indulgenze), e altri concetti andrebbero ridefiniti smettendo di cozzare inutilmente contro la scienza e la logica. Benedetto XVI ha “abolito” il limbo: benissimo. Ma cosa succede a chi muore senza battesimo (se basta che sia buono e Dio lo salverà, allora a che serve il battesimo?). Eccetera eccetera. La gente sente queste cose (come vogliamo chiamarle? Stranezze, aporie, mancate spiegazioni?) e finché non otterrà qualcosa di meglio della solita risposta (se non accetti il magistero ecclesiale andrai all’inferno) continuerà a domandarsi a chi deve credere, e sospenderà il giudizio.
Grazie agli intervenuti. Caro Riccardo, questo è il momento meno indicato, almeno per quanto mi riguarda, per mettere in discussione la dottrina, già abbastanza violentata da interpretazioni che ne snaturano il senso. La fede richiede, appunto, un atteggiamento di fiducia, di abbandono a qualcosa di più grande, per cui è inutile pensare di risolvere un mistero che ci si rivelerà solo post mortem. Questo non significa esimersi dal fare i conti con l’attualità: ma pensare che il deposito della fede debba adattarsi ai criteri di una scienza, peraltro sempre meno sicura di sé stessa, mi sembra decisamente fuori luogo. Il tentativo di certi teologi di risolvere quelle che tu chiami aporie, è destinato, a mio parere, a fallire miseramente. Ci sarà sempre un punto nel quale i conti, per la razionalità umana, non torneranno: qui c’è di mezzo Dio.
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.
Deificare la ragione ..noi siamo oltre…andiamo all’altra riva…l’orizzonte è più chiaro…
Scrivo il mio pensiero su questa intervista: perché siamo arrivati a valorizzare i cosiddetti “amici” sui social, a dare importanza su ciò che si ha, e a dimenticare presto perché la velocità dell’ultimo post cancella il precedente. Questo stato di cose non è piombato all’improvviso, non siamo stati attenti via via che si andava formando questo tipo di società . Non so come si fa a tornare a valorizzare l’uomo che è rispetto a quello che ha. La fiducia e la fede possono,
Probabilmente non sono stato chiaro nell’esporre il mio pensiero. Non metto affatto in dubbio la fede e sono arcisicuro che la ragione umana ha limiti tali da non poter raggiungere certezze. Ma sono sicuro che Fabrizio capisce quel che volevo dire. Certo: il momento, e forse anche il luogo, non sono indicati. Ne parleremo in una migliore occasione. A presto.
Grazie Riccardo. Il “serio ripensamento della dottrina”, che auspichi, non è interpretato da tutti rettamente, come da te. E i temi sono proprio quelli del peccato originale e di altri nodi delicati che diverrebbero rampe di lancio per il cambio di paradigma che una certa teologia persegue. Ma è un discorso complesso, che non si può fare qui, appunto. Carla, grazie: certe mutazioni avvengono lentamente, a volte insensibilmente , per questo bisogna vigilare.