
di: Guido Tedoldi
(dopo la lettura di «Tutto per amore», romanzo di Catherine Dunne, Guanda, 2011, pp. 358, € 18)
Per le donne l’amore è un nido, da condividere con una certa persona. Per i maschi l’amore è una persona, e non importa dove lei sia: si va e la si raggiunge.
In estrema sintesi è questo che Catherine Dunne racconta in «Tutto per amore». All’inizio naturalmente non lo si capisce. Nelle prime pagine una donna decide di scomparire e chi le sta intorno stenta a capirne i motivi. Ma piano piano il quadro si delinea, grazie anche al fatto che negli ultimi 3 anni lei ha convissuto con uno scrittore di romanzi gialli il quale per mestiere ha qualche competenza su come si ritrovano le persone scomparse.
La donna che se ne va è Julia, medico 60enne, in passato sposata. Ma una decina d’anni fa ha aiutato a morire la sorella del marito e probabilmente questo ha lasciato strascichi sul matrimonio. D’altra parte 4 anni fa Julia aveva in cura Hilary, la quale era rimasta inferma fisicamente a causa di un ictus. Però era ancora presente mentalmente, al punto da poter scrivere lettere a numerose persone dettandole all’infermiera. Lettere d’addio, perché si stava preparando a morire e voleva essere sicura di salutare adeguatamente chi le era caro. Anche se non tutte quelle persone erano d’accordo con la sua scelta, a cominciare da una delle figlie, Greta.
È per quello che Julia se n’è andata? per evitare di rimanere impastoiata in questioni legali relative all’ammissibilità o meno dell’eutanasia?
William, il compagno giallista degli ultimi 3 anni, stenta a crederci. Ricorda come è cominciata la storia con Julia, 3 anni fa. Quello stato di grazia in cui alla familiarità inattesa e inspiegabile si univa la facilità dell’intimità emotiva e fisica. Quella sensazione di completezza ritrovata, di aumento esponenziale di potenza, di benessere straordinario ma ovvio. Quell’amore, insomma… come altro chiamarlo, su!
(Cioè, questo è quanto racconta la Dunne, una donna. Dentro la testa di un maschio, visto che ci racconta cosa prova lui. Con una precisione così chirurgica, così bella. È letteratura, d’altra parte).
E così William indaga. Parla con la figlia di Julia, che lo accusa di essere la causa della sparizione della madre – che le manca adesso, dopo mesi che non se ne era preoccupata. Parla con le amiche di lei, reticenti per motivi noti soltanto nelle sorellanze. Fa telefonate. Tutto l’armamentario dell’investigatore privato, insomma, anche se qui non c’è il solito crimine dei soliti romanzi gialli. Qui è soltanto sparita una persona, quella che gli interessa di più nella vita, e quindi lui si impegna per ritrovarla.
Alla fine, grazie alla motivazione forte, la più forte che c’è, William ritrova Julia. È andata in India dove c’è uno degli ospedali più attrezzati al mondo per la cura di un tumore che lei ha. Sebbene questa non sia la spiegazione più forte della sua fuga. Quell’ospedale è diretto da una sua amica, pure lei medico. Sebbene nemmeno questa spiegazione, un po’ più precisa, sia quella giusta. Lì in città c’è un orfanotrofio, diretto da un’altra amica; con i soldi che Julia ha messo da parte in una vita di lavoro, in Europa ci faceva quasi niente, mentre lì in India sono sufficienti a ingrandire e migliorare l’orfanotrofio.
Il nido, ecco. William vuole stare lì? con lei?
Naturalmente sì. E senza nemmeno recriminare. A lui non passa per la mente l’ipotesi che lei avrebbe potuto dirglielo prima, tipo 350 pagine fa. A qualche lettore magari sì, quella mancata comunicazione potrebbe venire in mente. Ma non ci sarebbe stato questo libro. Non ci sarebbe stata questa letteratura. E quindi va bene così. A lui sta benissimo quella persona, in quel nido.
