
Esprime positività e speranza il titolo che Silvano Trevisani ha scelto per il suo libro di poesie di recente uscita da Manni Editori, nella collana Occasioni. Proprio mentre questo tempo, per crescente accelerazione e moltiplicazione mediatica, farebbe temere invece l’esatto contrario: le parole si moltiplicheranno, si ridurrà l’amore. Ma questo libro rivela da subito consapevolezza culturale, storica e generazionale.Pure individuale, certo, ma quale esito di un confronto ampio e imprescindibilmente incrociato con altri destini, perché, come scrive l’autore nella poesia che apre la raccolta “La storia non è altro che uno spazio/vuoto, dove nulla consiste/se le memorie/non si inglobano incrociando./Ma se vagano sole,/nella trincea del tempo il ricordo/può diventare pazzia […] (La storia). Si rileva dunque in questo libro un confronto ampio, interno alla generazione attuale e, tra questa, e quelle che l’hanno preceduta, dove a prevalere è appunto la prospettiva del noi, meditata e decisa. Rifuggendo dal canto soggettivo del bel tempo andato, così frequente nella poesia che circola, per affermare l’”episteme”, il vero e risaputo contro i falsi miti come quello, per citarne uno, dell’intraprendenza femminile attuale rispetto al pudore dei decenni passati: “Perché le sartine,/evase della scuola del ricamo,/nell’ora più incerta del giorno,/avevano più ardore/delle dive del porno/nello strusciare di sbieco,/i corpi dei ragazzi impertinenti,/già in attesa dal primo pomeriggio.” (La prima ora della notte, I). La consapevolezza è fatta di intelligenza e memoria che, quando manca, prima o poi presenta il conto: “Questo suolo, intaccato, si vendica attraverso la memoria,/ci umilia col confronto” (Necropoli ellenistica); oppure, “La raccontano i tombaroli/la verità nascosta del loro prezzo/riscattando ogni affondo con un tesoro irripetibile,/che puoi comprare ma non possedere.[…]. Che valore possiamo infatti dare alle cose senza una comparazione larga, nel tempo e nello spazio?
Il libro contiene poesie più intime, dedicate agli affetti e ai ricordi più personali: “Ecco cosa rimpiango/di ciò che non ho scritto. L’attimo/che eravamo noi due la poesia”[…](Il premio), […]“Alla tua finestra/un nastrino celeste mi avvertiva/che ci saremo visti/la sera. E così l’ansia/svaniva, pregustando/il sole del ritorno, la speranza/di un bacio”[…](Era estate), “I ragazzi stanno dormendo./Potrebbe svegliarli/l’ansia struggente/del mio rimpianto./Anche senza sfiorarli./Li baciavo senza pudore,/quando stavano nel palmo della mano.”[…](I ragazzi stanno dormendo), “Madre, nei sogni resti giovane/come io mai ti ho avuta. Più di me/che finisco di vivere senza avere mai imparato.” (Madre mia).
L’intera raccolta è percorsa da una tensione fortemente etica, non di rado, con un’ironia amara a temperare l’indignazione: “…gli operai/dell’Arsenale/si beffavano della primavera,/respirando l’inebriante scarico dei bus,/eclissatosi l’azzurro del mare/finalmente.[…] (Gli operai dell’Arsenale), “Si è infilata per metà nel cassonetto/per chiedere asilo alle porte del mondo/rimosso, ma cercava solamente/una busta poco usata dove avvolgere pezzi di destino,/scampati il giorno prima,/a tavole di sapienze afrodisiache/a distratte incette compulsive” […] (La mendicante). Vi è il prendere atto di un mondo che muta inesorabilmente lasciando vittime ovunque: “”La redazione è vuota,/ne conosco a fondo/la solitudine. Di quando /tacciono i desk che normalmente/spettegolano feroci,/certi di stabilire il domani del mondo.” […] (La redazione chiude), “La città sta scomparendo/dietro un’onda di rimozione,/un tappeto di vendesi/fittasi/ne punteggia l’anima, ne certifica/l’agonia.” […] (La città sta scomparendo)
La poesia di Silvano Trevisani è densa e ricca, dal punto di vista tematico e testimoniale, come di rado se ne legge, e, per questo, coraggiosa e vera, e disillusa: “[…]Non credete/a chi dice che la vita è nella memoria/di chi rimane!/Nessuno rimane abbastanza/per ricordare il colore degli occhi/e i sogni che vi galleggiavano, nessuno/può vivere per voi.” […] (La vita è domani). Disillusione finanche nell’aura che proprio la poesia spesso ostenta: “Un’altra età conoscemmo/coi tuoi passi dentro le osterie/e chiedevi dov’erano le donne/perché, si sappi, qui tra noi “vivevi”.[…] (Ungaretti a Taranto), “Misericordiose/avanguardie militanti/taceranno di me,/la parola che conta/si scrive/su fogli impalpabili/di cielo, quello solo/ho voglia che mi avvolga/per essere innervato nella luce.” (Cover).
*
Ho detto la mia
Bambini, non sapete
quant’è stretta la foglia,
alla fine
della storia non importa che la fine.
Se il sonno poi ti prende mentre sei
alle prese con i conti
lo spazio può allargarti
l’anima all’infinito, il viavai delle ombre
smetterà appena cerchi
con la mano il posto vuoto
e la lista delle assenze:
non tornano i conti,
larga è la via, la mia l’ho detta
ma chi si è voltato ad ascoltare?
*
Silvano TREVISANI
Le parole finiranno, non l’amore
Manni (2020)
