Domenico Sapio, “Notturno barocco”

Recensione di Francesco Improta

Domenico Sapio, Notturno barocco, ed. Colonnese, 2020

Domenico Sapio, docente di letteratura poetica e drammatica al Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, dopo aver affrontato in Dei senza Olimpo un tema di grande interesse ma poco dibattuto, quello delle “voci bianche”, approda alla narrativa con un romanzo di grande impatto emotivo e di stupefacente bellezza, Notturno barocco (Colonnese editore 15 €). Già il titolo ci catapulta in un’epoca tra le più feconde della nostra Storia, a dispetto dei tanti giudizi negativi pronunciati per il passato in maniera sommaria da storici e studiosi.

Siamo in una Napoli settecentesca, ricca di contraddizioni, “solare e selenitica”, splendida e umbratile, sfarzosa e miserabile, razionale e magica, meglio ancora misterica ed è qui che si muove il vecchio castrato Gaetano Majorano, affermatosi con lo pseudonimo di Caffarelli, in onore di Pasquale Caffaro, maestro cantore che ne aveva riconosciuto il talento e lo aveva sottratto alla povera condizione di contadino cui era condannato sull’esempio del padre.

Caffarelli, però, ci viene incontro fin dalle prime pagine quando è ormai avanti negli anni nel suo sfarzoso palazzo in mezzo ai ricordi e alle ricchezze frutto di una luminosa carriera. Come un vecchio aristocratico, pur non avendo quarti di nobiltà, officia i suoi riti privati con solenne puntualità, circondato da un piccolo drappello di servi pronti alla più cieca obbedienza, anche se i più giovani, come Gennarino, storcono il naso insofferenti e assumono atteggiamenti provocatori. Come non pensare, soprattutto nel momento della colazione e della vestizione, a Il Giorno di Giuseppe Parini. Poco importa che i due protagonisti non siano assimilabili e per età e per mansioni, sono entrambi, comunque, espressione di una società e di una cultura che coltivavano la bellezza e la galanteria tra frusciare di sete e di broccati, parrucche e volti infarinati, crinoline e finti nei, melodrammi e voci bianche. Un mondo dal quale la stragrande maggioranza della popolazione era esclusa o vi partecipava solo in condizioni di totale sottomissione e servilismo, vittima dei capricci, dei vizi e della violenza non solo verbale dei padroni.

L’avversario più temibile di Caffarelli, però, è lo specchio che gli rimanda l’immagine di un uomo stanco, segnato dal tempo e dalle rughe che gli solcano il viso offuscando l’antica bellezza, né le vesti pregiate riescono a nascondere la decadenza fisica – palpebre cadenti, gote incavate e una bocca, una volta tumida di carnosa sensualità, ora ridotta a una fessura -, una decadenza accentuata per giunta da un male oscuro che si porta dentro da tempo e che negli ultimi anni non riesce più a controllare e a nascondere a sé stesso. Per stordirsi e soffocare i sensi di colpa, per tacitare i rimorsi che affiorano sempre più spesso, frequenta bische e bordelli in una Napoli sulfurea e dannata, tra ombre e fantasmi fino all’incontro che sconvolge la sua esistenza. È allora che l’autore con grande perizia narrativa recupera il passato di Caffarelli tramite una lunga analessi e dà vita a un efficace montaggio parallelo. Entra in scena un altro giovane castrato Bartolino Del Dio, figura speculare, anche se immaginaria, a quella storica di Caffarelli e i due giovani pur non essendo coetanei si affrontano in una gara canora, alla presenza augusta del compositore e maestro Nicola Porpora dove il talento di Bartolino strepitoso ma ancora immaturo viene sconfitto dalla maggiore esperienza del Caffarelli, il quale però, intravisto il pericolo concreto di perdere il primato e il favore del pubblico, corre ai ripari. Da quel momento le vite dei due castrati seguono percorsi diversi addirittura opposti: da un lato gloria, successo e ricchezze dall’altro miseria, degrado e abiezione. Credo che sia opportuno, a questo punto, non procedere oltre nella narrazione per consentire al lettore di apprezzare l’inattesa conclusione di questa vicenda umana, musicale e artistica, che si snoda come il movimento di un mare ondoso che si gonfia e muggisce prima di rovesciarsi con violenza sulla rena o sulle rocce.

A ben guardare è una storia di peccato, espiazione e redenzione che passa attraverso tutte le tappe di una tormentata via Crucis, popolata da tristi figuri, fattucchiere e reiette che pur nella desolazione più totale con­servano talvolta una loro indiscussa dignità, come Catarinella.

A livello strutturale il romanzo si compone di dieci capitoli, in cima ai quali ci sono i titoli di arie famose di compositori barocchi (G. F. Handel fa la parte del leone in quanto ben cinque delle dieci arie sono state composte da lui) e queste arie fungono quasi da esergo e introduzione al capitolo che segue.

In calce al romanzo una breve ma illuminante nota sulla castrazione che rivela nell’autore interesse reale e sicuro gusto filologico.

Al di là della convincente architettura e macchina narrativa e della capacità di Sapio di approfondite analisi psicologiche, con cui riesce a cogliere fiori e cardi nel giardino dell’anima, quello che affascina particolarmente è la sua scrittura che, fedele al titolo, è decisamente barocca per la ricchezza dei particolari, per la ricerca della magnificenza e della meraviglia, per la raffinata strumentazione retorica (abbondano metafore, antitesi e sinestesie) e per l’utilizzo sapiente dei cinque sensi, che rivendicano l’unità alla base delle arti.

Potrei citare molteplici esempi, fin troppo eloquenti, di questo suo stile elegantissimo e di questo lessico antico e ricercato, tendente secondo i canoni del barocco al preziosismo, mi accontenterò di un solo brano che contiene in sé molte caratteristiche della scrittura di Domenico Sapio.

Calava il canto sopra ogni cosa che, rischiarato dalla luce dei finestroni e avvolto in veli di fumo odoroso, sembrava assumere uno spessore visivo, una consistenza tattile; ma quando, alla fine, volò fuori dalla chiesa aprendosi nella piazza luminosa e bisbigliando agli orecchi sordi di vicoli ciechi, esso si liberò di peso e di forma e corse leggero in braccio all’infinito, dove le labbra del mare e le dita del cielo si sfiorano e i sogni tormentati degli uomini, all’affannosa ricerca dell’eterno, disegnano piste di luce verso l’arte, la musica, il canto.

                                                                                               

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

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