Pietro De Marchi, Con il foglio sulle ginocchia (Bellinzona, Casagrande, 2020)
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Estratto: “Quelle lezioni zurighesi”
Chi, vincendo timidezza o riserbo, per la prima volta si accostava alla sua cattedra, per chiedere un’informazione alla fine di un’ora o semplicemente per darsi a conoscere come novizio, Dante Isella lo accoglieva con un pronto e cordiale: «Lei si chiama…?». E da allora non si era più, per lui, degli anonimi uditori.
Posso dire, senza vanteria, ma non senza legittimo orgoglio, di essere stato tra gli studenti più assidui, di non aver perso che pochissime, quasi nessuna, delle lezioni tenute da Isella nei suoi ultimi sette semestri zurighesi, tra l’ottobre del 1984 – da pochi mesi era uscito il volume dei Lombardi in rivolta, per molti di noi una lettura fondamentale – e la fine di febbraio del 1988, quando Isella tenne la lezione di congedo che qualche anno più tardi, con il titolo desanctisiano di Una lezione zurighese, avrebbe suggellato la sua seconda raccolta einaudiana di saggi: L’idillio di Meulan (1994).
Qualunque fosse l’attività, di studio o di ricerca, che in quel momento ci impegnava, alle cinque di sera del lunedì, e alle quattro del martedì, si andava al Politecnico, da Isella. Le lezioni, come ricorderà chi ebbe la fortuna di frequentarle, erano due: la prima di solito incentrata su autori e testi della letteratura italiana moderna e contemporanea (su Parini o Manzoni, su Gadda o Montale, o Sereni o Tessa); la seconda dedicata per lo più ad «antichi testi lombardi». La prima ora, va da sé, era maggiormente frequentata, e da un pubblico eterogeneo: studenti del Politecnico e dell’Università, certo, ma anche insegnanti dei licei di Zurigo e di Aarau, letterati o aspiranti letterati in erba o in là con gli anni, luminari di chimica non sordi al richiamo della poesia, conferenzieri di passaggio, eleganti signore ticinesi.
Coloro che restavano anche nella seconda ora, numerati ma fedelissimi, non ci vuol molto a immaginare che si considerassero dei privilegiati: c’era un sostanzioso e prelibato banchetto di filologia e critica da spartire con pochi amici.
Neppure l’intervallo tra una lezione e l’altra costituiva un tempo morto. Lo si sfruttava per domandare qualcosa a Isella: e in cambio si ottenevano notizie su libri appena usciti, su mostre da poco inaugurate, su progetti editoriali avviati o vicini all’approdo. Ogni settimana arrivava a Zurigo un pezzo dell’Italia più «esportabile».
Per molti l’insegnamento di Isella non finiva alle 17.50 del martedì, quando il professore, mentre continuava a parlare, incominciava a raccogliere le schede e i volumi che gli erano serviti per far lezione e li faceva ordinatamente scomparire dentro il suo mitico borsone. La lezione di Isella fruttificava durante tutta la settimana, trascorsa in parte in biblioteca, alla ricerca dei libri da lui segnalati o raccomandati.
Chi poi avesse voluto dedicarsi allo studio di uno degli argomenti di cui Isella parlava, era sufficiente che seguisse le sue indicazioni, concrete, precise, su come lavorare. Perché i suoi suggerimenti erano quelli essenziali, la strada da percorrere era quella che lui stesso avrebbe percorso se si fosse occupato personalmente dell’argomento.
Frequentare le lezioni di Isella voleva dire vedere all’opera un rigoroso metodo di lavoro ed essere esposti al fascino di una passione contagiosa per la letteratura e per gli studi letterari. Ma la più vera lezione di Isella è affidata, per me, al ricordo delle sue letture di testi poetici. Non sarò il solo a ripensare con commozione al cambio di tono che si avvertiva quando Isella, presentato un autore, chiarite le questioni di cronologia, di fonti, dissipati i dubbi interpretativi, passava alla lettura, diciamo meglio, all’esecuzione dei testi. E poteva trattarsi del sonetto di Porta Paracar che scappee de Lombardia, o di una poesia del primo Sereni, con l’olea fragrante nei giardini, che d’amarezza ci punge, o del Montale tra Occasioni e Finisterre, col fuoco d’artifizio del maltempo delle Notizie dall’Amiata, o col lampo che candisce alberi e muri della Bufera. O poteva essere il Tessa di Caporetto 1917 o di De là del mur: e allora la filologia lombarda di Isella si faceva parente del grande teatro. Si percepiva, in quel cambio di tono, che c’era una differenza, uno scarto tra il momento del commento e quello della lettura del testo. Perché quei testi non erano distaccati oggetti di studio: erano invece parte della vita, della più profonda esperienza esistenziale di chi ce li leggeva.
