
Caproni. Il mio Enea, a cura di Filomena Giannotti»prefazione di Alessandro Fo postfazione di Maurizio Bettini ed. Garzanti, Milano 2020
I) Lo studio di Filomena Giannotti su Giorgio Caproni, di cui si è ricordato nel 2020 il trentennale della scomparsa, è incentrato sull’accurata riproposizione delle tante occasioni (articoli, interviste, interventi) in cui il poeta, dal ’48 all’ ’88, rievoca, con variazioni e aggiunte, il proprio «incontro» con Enea.
Ne risulta un ritratto inconsueto di Caproni, focalizzato grazie a un filo conduttore che ne sostiene unitariamente l’opera e mostra, nitidamente, un suo messaggio orientatore, risanatore per il presente.
«Un poeta profondamente in bilico» -così definì Caproni, Vincenzo Ostuni nel 2006; in bilico, «fra ripiegamento lirico e narrazione antilirica e deidentificata, fra negazione brutale e leggerezza suadente, fra novecentismo e antinovecentismo, fra nichilismo e umanesimo […]» (cfr. V. Ostuni, Flautoclarinescente, postfaz. a G. Caproni, Amore, com’è ferito il secolo).
Ora, attraverso lo studio della Giannotti, attraverso le sue preziose Note ai testi raccolti, potranno anche servire, a esprimere il percorso poetico di Caproni (percorso «libero […] da moralismi, da tesi» – scrisse Pasolini), il suo stoicismo, la sua fede nell’uomo, via via movimentati, poeticamente ricalibrati sulle necessità del presente (dal mondo di rovine del dopoguerra, alla «solitudine dell’uomo d’oggi nella massa», al «vuoto lasciato dalla scomparsa di Dio»), via via messi in rapporto con un sentire umano e poetico popolare, universale.
«Oggi più che mai occorre stoicismo e fede nell’uomo» -dice Caproni nel ’72, e lo conferma, con aggiunte e variazioni, tutta la vita, sempre collegando il proprio tenersi stretto alle cose concrete con lo stoicismo e, nel 1990, affermando: «E quanto al “pessimismo”, o “nichilismo”, son parole che proprio non mi calzano», perché il mio«non è né pessimismo né nichilismo, ma semplicemente realismo: stoicismo».
II) Caproni incontra Enea dopo la guerra, nel ’48, in «una delle città più bombardate d’Italia», Genova; in piazza Bandiera, «ancora sottosopra e ingombra di calcinacci»; lo incontra – lui dice – «in persona», scolpito (sopra la fontana della piazza) mentre fugge da una guerra col padre Anchise sulle spalle e Ascanio per mano:
«Fu l’estate scorsa ch’io, trovandomi a Genova per una visita, m’incontrai la prima volta (e si capisce mentre meno me l’aspettavo) con Enea figlio d’Anchise. Me lo vidi di soprassalto davanti in piazza Bandiera, e sebbene fosse un Enea di marmo, cioè quel monumentino a Enea che tutti i genovesi sanno, la mia emozione non fu minore di quanta ne avrei provata incontrando Enea in carne e ossa» (da Noi, Enea, in «La Fiera letteraria», 3 luglio 1949).
E ancora: «Non avrei mai scritto Il passaggio d’Enea […] se non avessi incontrato, in piazza Bandiera, Enea in persona» (da Genova, in «Weekend 7, 42, ottobre 1979»). Ma chi è, e cosa rappresenta, per Caproni, questo vivo, fuggitivo Enea, «questo pover’uomo» che passa, che sosta, «solo nella catastrofe», in una piazza «ancora ingombra di detriti e con ancora le case spellate e senza più palpebre di persiane o d’imposte»?
È la sua figura «così dimessa, così umana, così vera» […] «non il mito, bensì la verità di Enea» che emoziona Caproni, verità di fronte a cui egli può definire l’uomo «ch’ha per la mano il figliolino, e che porta ciondoloni sulle spalle, come l’agnello del Buon pastore, il padre» […], «quanto di più commovente io abbia visto sulla terra».
Mentre, su Virgilio, riscontrando in lui qualcosa d’urgente, di vitale per il presente, scriverà:
«Attraverso il suo Enea, Virgilio ha saputo darci dell’uomo (di noi) una rappresentazione che ancor oggi è quant’altre mai attuale. Dico d’un Enea […] il quale, scampato dalla totale distruzione della sua città, cerca di portare in salvo, sulle spalle, una tradizione che cade da tutte le parti e non lo sostiene più, mentre per la mano ha un domani ancora incerto […]. Quale altro poeta, mai, ci ha offerto uno specchio così preciso anche della tremenda solitudine e responsabilità dell’individuo d’oggi […]?». (cfr. G. Caproni, Ultima immagine dell’«Eneide», recensione alla trad. dell’Eneide di Cesare Vivaldi, in «la Nazione», 15 marzo 1963, p.3).
Subito, dunque, Caproni collega Enea alla propria generazione, sola nella guerra («la guerra / penetrata nell’ossa»), sola con la ferrea, stoica, necessità di conservarsi per gli altri:
Io come sono solo sulla terra
coi miei errori, i miei figli, l’infinito caos dei nomi ormai vacui e la guerra penetrata nell’ossa!… […]
ma poi, via via «lungo tutta una vita», come scrive Alessandro Fo nella prefazione, lo collega sempre di più a «tutta l’umanità moderna», a «tutta intera la nostra umanità d’oggi», come l’amaro simbolo «del punto di estrema solitudine raggiunto dall’uomo»; «lungo tutta una vita» dunque, si snodano in vario modo variazioni sul tema, il cui succedersi va a comporre, in questo studio della Giannotti, una sorta di nuova opera di Caproni, «una singolare, sperimentale nuova Eneide della contemporaneità -scrive ancora Fo- che travalica lo stesso poemetto direttamente dedicato al Passaggio d’Enea».
Ma “ancor prima” e innanzitutto -direi- Caproni collega Enea a Genova e ai genovesi, alle «bisagnine», al popolo; perché, Genova «è l’unica città al mondo dove esiste un monumento ad Enea».
E i genovesi, che hanno fama d’essere «chiusi e calatafati come i loro scafi», con la loro «chiusa lingua in salamoia», le «chiuse tradizioni», «il chiuso spirito mercantile», «non solo non hanno venduto Enea, bensì gli hanno innalzato una statuina dimostrando con ciò di comprenderne, a fondo, tutta l’umanità».
Furono le erbivendole, le «bisagnine», «dette così a Genova perché provenienti in gran parte dalla Val Bisagno», ad accogliere degnamente Enea «(e quale altro popolo – sottolinea Caproni – è così grande quanto tali bisagnine?)».
Lo accolsero in piazza Fossatello, dove il settecentesco «monumentino» sormontante una fontana, giunse nel 1844 (dopo aver prima «sostato a lungo in piazza Soziglia e anche in piazza Lavagna») e «gli fecero buona accoglienza data la comodità ch’esse ottenevano per lavare gli ortaggi».
Come «acquaiolo» e «lavatore d’ortaggi», Enea rimase lì «paziente in mezzo alle brave donne» fino al 1870, quando, ripreso il cammino, «proseguì raggiungendo piazza Bandiera dove tutt’oggi è in sosta».
III) L’incontro con Enea significò per Caproni apparizione, comprensione dell’uomo concreto: «figlio e nel contempo padre», egli «deve agir da solo per salvar passato e avvenire», «deve reggere un passato che crolla e portar avanti un avvenire che non si conosce»; e questo, non soltanto durante la «terrificante» guerra, ma ancor più, molto di più, come il poeta, «ahimè», sa implacabilmente, nella «cosiddetta civiltà di massa e del “miracolo”», nella società, «se società può dirsi, di massa», che «mira a distruggere il singolo (la persona)», a imporgli «bisogni artificialmente prodotti per alimentare una macchina economica che trae a sé tutto il profitto, a pieno scapito d’ogni libera scelta interiore».
Nel 1972, parlando de Il muro della terra (1964-1975), Caproni anticipa che conterrà i suoi «consueti temi, più scarniti»: «la solitudine dell’uomo nella massa, forse la morte stessa dell’uomo, Enea sempre più solo e che sempre meno sa quale città fondare» (cfr. Intervista a Giorgio Caproni, a cura di Antonio Altomonte, «Il Tempo», 5 nov. 1972, p. 7).
E anni dopo dirà:
«[…] Ne Il muro della terra si legge una lunga poesia intitolata Parole (dopo l’esodo) dell’ultimo della Moglia, in cui parlo […]della metropoli come luogo di annientamento dell’io».
(cfr. Anche un poeta ha la sua Chernobyl. Colloquio con Giorgio Caproni, a cura di Aurelio Andreoli, in «Fiera», 25 luglio 1986).
La Moglia è un paesino dell’Alta Val Trebbia dove Caproni va ogni anno. «C’è rimasto solo un vecchio; tutti gli altri si sono inurbati e si sono perduti […]. Nella poesia il vecchio dice: “io non me ne voglio andare, finché ci sono io ho qualcuno che mi fa compagnia, se me ne vado in città mi perdo”. Lui vuole essere se stesso fino all’ultimo»:[…]
Ma non m’arrendo. Ancora non ho perso me stesso. Non sono, con me stesso, ancora solo.
[…]
L’uomo inurbato, “invece”, nella breve poesia Condizione (anch’essa ne Il muro della terra), è:
Un uomo solo,
chiuso nella sua stanza. Con tutte le sue ragioni. Tutti i suoi torti.
Solo in una stanza vuota, a parlare. Ai morti.
Riguardo a questa scarnita poesia, non certo contrapposizione, bensì variazione della precedente, Caproni dice:
«Io veramente volevo, specialmente con Condizione, precisare la posizione in cui viene a trovarsi una persona, dico, non un uomo, una persona di oggi nella civiltà tecnologica, nella civiltà industriale. Io appartengo ancora alla civiltà preindustriale. Io mi sento terribilmente solo, quindi non ammetto questa società, questi poteri che oggi si sono costituiti; e vedo […] l’uomo […], solo, chiuso nella sua stanza che se parla non parla agli altri, perché non lo ascoltano: è impossibile, non c’è possibilità d’ascolto».
«Non c’è possibilità d’ascolto», e la poesia non è affatto un rifugio consolatorio, un’isola felice «anzi, è lo strumento forse più acuminato per esprimere un vuoto», accumulato, ingigantito, “penetrato nell’ossa”:
Com’è alto il dolore.
L’amore com’è bestia.
Vuoto delle parole
che scavano nel vuoto
vuoti monumenti di vuoto. Vuoto del grano che già raggiunse (nel sole) l’altezza del cuore.
E’ anche vero che, come l’ultimo della Moglia, il poeta -che si sente «terribilmente solo», non è «ancora solo»: se «in tempi di massificazione e burocratizzazione assoluta», l’interlocutore non c’è, «lui se lo inventa. Scrive (deve scrivere) come se il pubblico ci fosse»; del resto «il tempo del poeta non è l’immediato presente. È semplicemente il tempo». Lui «deve andare contro i tempi in favore […] del nostro tempo». Perciò, dice Caproni:
«non penso che il poeta debba tacere, anzi, la sua voce è più che mai necessaria per tutti coloro che vogliono ritrovare e salvare la propria identità: la propria persona»; «la poesia è un mezzo per ritrovare se stessi perché l'”io” scavato dal poeta è l'”io” di tutti, in cui tutti possono riconoscersi».
(cfr. Il poeta è «uno spatriato», in «Tuttolibri», CXVI, 22 maggio 1982, 105, p. 2; e Parole che si dissolvono, a cura di Domenico Astengo, in «Corriere del Ticino», 23 maggio 1987).
«Non mi piace esser chiamato “poeta della crisi”» – dice Caproni – «La mia poesia ha sempre indicato certezza: stoica certezza. Pochi hanno saputo leggerla in questa direzione. Afferma per negazioni».
Perché, con certezza, in concreto, tutti «nel profondo riescono […] a conservare, nel caos, una loro unità e dignità di uomini, sia pure unicamente e paradossalmente basata sul puro e semplice dovere di vivere». E «l’importante – Enea o no – è che il ritratto dell’uomo d’oggi ci sia, ci sia la fiducia, la dignità di quest’uomo non più Principe ma nemmeno gorilla o petalo di rosa».
«Enea o no»: “infatti”, nell’ultimo tratto del percorso di Caproni, chiamato talora “metafisico”, l’emblema dell’uomo non è solo Enea, ma, più in evidenza «il Singolo». E come l’uomo in quanto Enea è solo con padre e figlio, così, in quanto Singolo è, kierkegaardianamente, «agostinianamente», solo con Dio; quel Dio, sparito, ucciso, suicidato, assente, a cui Caproni si rivolge senza tregua, e a volte con livore, violenza, accusandolo di non esistere:
«Piaccia o non piaccia!» disse. «Ma se Dio fa tanto,» disse, «di non esistere, io, quant’è vero Iddio, a Dio
io Gli spacco la Faccia.»
In Res amissa (1991), nella poesia “In lode del «Singolo»” (come nel tono poetico dell’intero ultimo libro, con poesie sia “ai familiari” sia “a un’ «inconoscibile», sempre già perduta, «grazia amissibile»”), Enea e il Singolo sono uniti, indivisibili, e sebbene Enea non venga nominato (ma lo è Folco, il canottiere-vogatore-liutaio- arciere, di cui Caproni canta le gesta), egli è ben presente, è contenuto, sottinteso in pieno nel Singolo.
In definitiva, «l’uomo solo al culmine della solitudine», «proprio l’uomo solo», «insomma, sola guida di se stesso», «colto nella sua assoluta solitudine», come Caproni lungo tutta una vita definisce Enea, è sempre, in concreto, “accompagnato”; da “se stesso”: padre, figlio, Singolo.
Egli è, solo con la propria ricerca, la propria coscienza:
Ma non m’arrendo. Ancora non ho perso me stesso. Non sono, con me stesso, ancora solo.
Non c’è una solitudine ulteriore: perché altrimenti si andrebbe nell’irrealtà, nell’astrattezza, nei «luoghi non giurisdizionali», nella dissoluzione linguistica, ma senza lingua non c’ è niente, neanche il caos, il vuoto, perché: come «si può rappresentare il caos o il vuoto col caos o col vuoto?». Non si può; dunque, non si può che restare, stoicamente, realisticamente, «diatonico, antropomorfo» nella forma come nei contenuti.
Tuttavia, il “diatonico” rapporto forma/contenuto viene sempre indagato, variato, ampliato da Caproni, culminando infine, anch’esso, in una apparizione rivelativa, analoga e coincidente con l’iniziale apparizione di Enea.
Riguardo a questo tema, una breve poesia di Res amissa (1991) dice:
Ahi mia voce, mia voce. Occlusa. Rinserrata. Anche se per legame musaico armonizzata.
Caproni ribadisce qui il suo fondamentale sentire la lingua poetica (la «mia voce») come musica; ovvero, come «architettura», in cui le rime (peraltro niente affatto obbligatorie), sono come le colonne che reggono l’architrave in architettura, come le consonanze e le dissonanze in musica, come due «idee» che richiamandosi, «fondendosi o cozzando insieme» ne suggeriscono una terza.
Tuttavia, malgrado tale suprema dignità architettonica, tale intangibile (come dice Dante nel Convivio) legame musaico armonizzato, la voce poetica è, per Caproni: «Occlusa. Rinserrata».
Essa è -lui dice- rinchiusa in se stessa, «è un oggetto a sé, e voler conoscere, come tanti pretendono, un oggetto attraverso la parola, è come voler conoscere un oggetto con un altro oggetto».
Questa posizione nominalistica va emergendo e accentuandosi sempre di più, durante il percorso di Caproni (come si accentua lo sconcerto del poeta per la sempre maggiore vanificazione di parola e realtà nel mondo attuale), fino a quello che Ostuni definisce «l’angosciante nominalismo dell’ultimo Caproni».
Ma, una parola veramente giusta, indubitabile, che colga davvero la realtà, che risponda pienamente alla nostra necessità di verità, per lui, fin dall’inizio e fino alla fine, appare innegabilmente, c’è (e la poesia non può non attestarla, cantarla); essa è «la sola giusta parola» di chi parla “con il gesto della sua vita” (come scrive Ostuni), con il silenzio figurale del proprio essere:
Ha fatto tutto da sola
Ha costruito una casa e l’ha confortata.
Giorno per giorno.
Stanza per stanza.
Ha eretto i figli.
Ha detto
la sola giusta parola, e nessun’altra.
Insiste nell’affermarla, senza
ripeterla…
Per lei,
e solo grazie a lei, esiste
dunque uno spiraglio ancora
di qua d’ogni inerte speranza?…
