
di Giovanna Menegùs
Poesia come sete, o sete di poesia. Desiderio inappagato e inappagabile, risorgente sempre e nonostante tutto a fornire una prova dell’esistenza dell’anima, se non di Dio. La metafora e il simbolo, tanto antichi quanto potenti, mi accompagnano in sottofondo da alcuni mesi con La sete, titolo del libro in versi di Sergio Bertolino pubblicato lo scorso ottobre da Marco Saya. Li ritrovo ora in un altro libro di poesia fresco di stampa (Collezione privata di Elisabetta Sancino), in cui un breve testo si intitola anch’esso La sete, ispirandosi a un’omonima scultura di Arturo Martini, che nel Novecento rappresentò il tema in più versioni.
La persistenza del tema in autori e forme differenti mi sollecita, e mi induce a tentare di dare forma a qualche considerazione nel presentare le due sillogi.
Riguardo alla sete – cui lega il concetto positivo di “vuoto” – Bertolino cita il Gorgia di Platone, in cui Socrate dice che il piacere che si prova nel bere deriva dal dolore della sete. L’essenza del desiderio risiede nella mancanza, e questo è vero sia per l’anima sia per il corpo. «Tutto ciò che esiste si muove perché desidera, ossia ha una mancanza. Tale mancanza io la chiamo “vuoto”.» Enjoy the Void è il nome dell’apprezzata band musicale di cui Bertolino è leader, e il titolo del primo album del gruppo.
Ma come viatico alla lettura del suo libro riesce forse più illuminante Emily Dickinson: «L’acqua, si impara dalla sete. / La terra – dagli oceani attraversati. / La gioia – dall’angoscia». L’acqua dolce sazia la sete; l’acqua salata separa le terre e gli uomini, è lontananza, fatica e pericolo e dolorosa incertezza di viaggio. Il tema delle acque attraversate e dell’errare è centrale nella silloge, evidenziato dalla citazione biblica posta in epigrafe («Allora andranno errando da un mare all’altro», Amos 8, 12) e dalla chiusa di alcuni componimenti: «Umu, passata l’ansia dei deserti, / ci vedremo al di là del mare» (p. 15), «non t’ho dato / che la riva stanca del mio mare» (p. 43).
Antonio Bux, curatore della collana in cui La sete è pubblicato, in quarta di copertina scrive: «Se le singole poesie di questo notevole canzoniere offrono al lettore un ampio ventaglio di contenuti e paesaggi interiori, le sezioni che scandiscono l’intero lavoro rendono il corpus un preciso spartito dove la sostanza lirica si avvolge indissolubilmente al tracciato biografico del poeta». Nonostante queste parole, da parte mia devo dichiarare una difficoltà nella lettura, nella messa a fuoco del mondo poetico e dei mezzi espressivi della raccolta. Ora, che la poesia sia “difficile” è un luogo comune fornito pure della sua parte di verità, e come lettore di poesia non nascondo personali sordità e limiti di formazione e di gusto: limiti sensoriali o sensitivi da san Tommaso che deve riuscire a vedere e toccare col proprio dito quanto è per definizione invisibile e intangibile… Ho avvertito subito di trovarmi di fronte a liriche con momenti, passaggi di forte e indubbia suggestione, nell’addensarsi tuttavia di simboli e parvenze di cui faticavo a cogliere i contorni. Nell’insieme, una dizione spesso nobilmente novecentesca, quasi aulica («Né tace la parola che mi crebbe», p. 37; «È lì che vivo, arcanamente», p. 29), motivi rilkiani (l’angelo, la bellezza terribile…), dichiarazioni di intenti esplicite riguardo al Sacro (maiuscolo) mi hanno indotta a una sospensione di giudizio. E un’insufficienza o inutilità del mezzo verbale, una crisi espressiva ed esistenziale vengono del resto dichiarate a più riprese dal giovane poeta: «“Mi taglierei la gola / per darti un inchiostro migliore”» (p. 30) «Scrivere perché non si è imparato a vivere»(p. 36, enfatizzato dal corsivo), «Pieno il silenzio, vuota la parola» (p. 46).
Ad agganciarmi al discorso lirico che La sete orchestra in cinque sezioni (In profondo, Elementi, La sete, Prima clavis, La bella morte) sono stati se mai e meglio alcuni intermittenti sprazzi, energici e risentiti: «T’insegnerò a ridere del pathos, dei trompe-l’œil, / dei molli panorami cardiaci» (p. 37); «C’è sempre un fuori / che per poco mi somiglia: la pertica / che resta a galla come un morto» (p. 41), dove la ricerca di un rapporto col mondo e con le cose, il tentativo del soggetto di uscire da se stesso e ritrovarsi nella realtà, è labile e di breve durata, e approda a un oggetto inerte che mima il cadavere.
Dopo avere dunque errato per un certo tempo attraverso il testo (secondo l’intenzione dell’autore? considerato l’esergo biblico…), le bussole per orientarmi e fare presa mi è parso di poterle individuare in tre versi e in una breve formula che congiunge due opposti. I versi si leggono nella poesia che apre la sezione Elementi, e sono rivolti alla madre: «Tutte le frecce puntano un centro, / lo stesso di quando in due abitavamo un corpo: / ma trent’anni non sono bastati a risalire le acque verdi» (p. 27). Viene dunque qui individuato con forza un centro, un nucleo, e il testo trova una compattezza e un accento di verità umana convincente e toccante:
Non c’è alternativa.
Stanca la bocca nell’esercizio del fiato,
ciò che resta – la più piccola parte
di me – trema per un lascito d’amore,
abbarbicato come cosa morta.
Conosco la ferocità della commedia; non m’incanta
la fanfara dei màrtiri a sera, l’irrilevanza di una lingua
e del tempo. Tutte le frecce puntano un centro,
lo stesso di quando in due abitavamo un corpo:
ma trent’anni non sono bastati a risalire le acque verdi.
E oggi le bevo perché torni alla verità della vite,
al remoto, al diverso che dà luce.
La formula cui accennavo è: «celeste / e terragna». («“Celeste /e terragna. Stasera / hai come nuvole in gola”», p. 63, in incipit.) «Celeste / e terragna» è la donna o una donna, il tu femminile oggetto d’amore e soggetto di colloquio che con fattezze diverse si affaccia in vari testi della silloge. Ma «celeste / e terragna» è certo anche la vita, la realtà: la vita desiderata, irreale e ideale: la formula definisce insieme l’amore e la vita, cioè l’idealismo esistenziale del poeta Bertolino, e permette forse di leggere l’intera Sete attraverso questi due temi forti, che in larga parte coincidono e si sovrappongono.
Per l’amore, «estrema consonanza» come in alcuni versi di Luzi («Non avrei conosciuto la mia sete / se non fosse per lei che portata dal gorgo / di reciprocità l’impara e me l’apprende», in Su fondamenti invisibili), spiccano la seconda poesia della sezione Elementi e questi versi: «Amica mia, / sono stanco di quest’inutilità – / ma tu prega Istanbul, /e la Moschea Blu dei nostri baci /dove il Bosforo sposa Oriente e Occidente. // Ho mancato l’idea di te: / oltre ogni cosa / grande e tremenda, / ti ergi sul mio prato d’insonnia / cantando cieca a un avvenire /che tracci sempre da lontano» (pp. 55-56).
Per la sete inappagata dell’idealismo: «l’assoluto / che conosco per vertigine o crasi, la relazione / che nullo mi trova a navigare sul bianco, il paradosso / del tempo tornato a scucire» (p. 23); «Tutto cambia. Nulla è cambiato / – sii sempre insoddisfatto. / … / Che non ci sia altro da esplorare / è l’idea che muove al metafisico. / O meglio, è la paura» (p. 57). Il testo che conclude la sezione La sete rimane indefinitamente sospeso sulla soglia di quell’ideale, «l’invisibile» che «è già nostro», «giusto un attimo più avanti». Pure per raggiungere quella pienezza, dell’esistenza e insieme dell’amore, è necessario saltare:
Verrà il tempo,
il cerchio esatto in cui ti attendo;
e con le voci delle cose incompiute
attorno, t’accorgerai
che l’invisibile è già nostro,
ch’è giusto un attimo più avanti.
«Salterai?»
Il corpo ha finalmente
dichiarato il suo ritiro. Un attimo,
il tempo, il tempo di saltare.
Nei testi la parola “sete” ha due uniche occorrenze: «se la belva si batte e lascio che viva / in una sete di specchi» (p. 23) e «Col vero mi tenta a non piegare il ginocchio / chi per sete ha scatenato i cancelli» (p. 68). In entrambi i casi la posizione è di rilievo (rispettivamente in chiusa e in apertura) e il tono drammatico, oscuramente oracolare.
Ma la mia attenzione è stata attratta, per i caratteri formali e per la lingua, da un testo – compreso sempre nella sezione eponima e centrale, p. 42 – in cui la sete viene declinata come fame:
Solo al buio saprò dirti chi sono,
la bocca inerte in questa luce.
Dalle finestre avvampa un coro
negro. Traduce in qualcos’altro le mie voglie –
in qualcosa di lento, di feroce,
che le mie poche foglie
ammutolisce –
e come un dardo scocca fuori
il mio pensiero
– solo sì, come solo Dio può dirsi –
in dono a mani esperte della notte,
a mani vecchie e nuove assieme…
tra scogli e lingue e lame e forme rotte,
o nella tana del leopardo
– lì dove mai si dorme per la fame
scoprirai chi sono.
Anziché sete, fame: il tema diventa carnale ed erotico, animalesco («nella tana del leopardo»), avvampa feroce, dopo la potente sinestesia iniziale «la bocca inerte in questa luce». In 16 versi, un fitto e in parte nascosto tessuto di rime potenzia le parole chiave e i nessi di trasformazione e opposizione che le legano: luce-traduce-feroce; voglie-foglie-scogli; dardo-leopardo; notte-rotte; lame-fame. Due endecasillabi echeggiano il Dante infernale sia per il metro sia per l’impasto lessicale: «tra scogli e lingue e lame e forme rotte» (lame qui può essere letto anche come luoghi bassi, secondo l’uso dell’Inferno dantesco); «– lì dove mai si dorme per la fame», quest’ultimo al limite della parodia.
«Solo al buio saprò dirti chi sono.» «Solo al buio […] /scoprirai chi sono.» La difficoltà di espressione e lettura che mi è parso di avvertire in Bertolino è qui modulata in una forma di sfida e incantamento, tra il celarsi e il complementare invito al lettore-interlocutore. Lo svelamento rimane sospeso sul confine del buio notturno (ribadito dal «coro negro» e dall’atmosfera infera), sul limite del dire.
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Sergio Bertolino
La sete
Sottotraccia, n. 13, collana diretta da Antonio Bux
Marco Saya, 2020
78 pp. – 12 euro
