Un ricordo di Vitaliano Trevisan offerto da Anna Costalonga. L’immagine è l’ultima scelta dallo scrittore come foto profilo su Facebook.
«Ti porto nel bar più rivoltante di Vicenza» mi disse un’estate di un bel po’ d’anni fa, quando ci incontrammo a Vicenza.
Ci sedemmo invece in un noto locale in piazza dei Signori, di fronte alla Basilica Palladiana.
Caffè, sigaretta, ancora una sigaretta, ancora un caffè, ancora una sigaretta.
Lo sguardo tagliente e ironico, mentre sorrideva delle interminabili discussioni (e ilari fraintendimenti) provocate dalle sue citazioni nei social – dai fratelli Goncourt a Beckett e Voltaire…
Al di là delle chiacchiere generiche, parlammo di musica contemporanea e di letteratura francese – «Mi piacerebbe imparare il francese, sto leggendo Michel Leiris», mi disse – frammiste a cose ben più quotidiane, come il suo cane Dean, ad esempio. Molta gente lo salutava e lui ricambiava sempre sorridendo e con gentilezza.
Quel suo raccontarsi tra l’indignato e l’ironico – come di tutte le volte che cercavano di farlo partecipare gratuitamente a eventi letterari senza nemmeno compensargli le spese. La sincerità di dire le cose come stavano – anche quelle più personali – a una semplice conoscente, qual ero io. E una sincerità scomoda, perfino imbarazzante.
Ed è la stessa sincerità che ho ritrovato nei suoi libri, soprattutto in Works, con lo stesso fluire di parole, ironia e ricordi.
E poi il lavoro. Gli avevo raccontato dei miei piani di cambiare tipo di impiego, perché quello dell’epoca non mi dava sicurezza, e per rincuorarmi mi disse «Ma nemmeno io posso dire di essere sicuro economicamente.»
Ecco, sì, quello che allora mi sembrava uno scambio di esperienze per amor di conversazione, ora lo rivedo sotto un’altra luce.
E mi viene da dire che l’insicurezza economica entra sotto la pelle e diventa congenita assoluta insicurezza, ed è molto più di un topos letterario da studiare in un saggio critico.
È la quotidianità dei più, è la realtà senza sogni di tutti i non privilegiati che hanno sentito in Vitaliano Trevisan un loro portavoce, quasi un amico elettivo.
Perché nella terra degli «schei», del lavoro per il lavoro (quando c’è), non è permesso parlare di soldi. Come non è permesso parlare di sofferenza mentale.
Vitaliano ha fatto tutt’e due. Il suo articolo sulle condizioni del cosiddetto «accertamento sanitario» avvenuto a Montecchio Maggiore ha fatto accapponare la pelle, credo non solo a me.
La sofferenza mentale è sofferenza invisibile, sottovalutata, sbeffeggiata, cosa privata da curare privatamente – chi può, altrimenti c’è quello che c’è, spesso malasanità – oppure è topos letterario, roba buona da farci film e romanzi.
Ma di sofferenza mentale mal curata si può morire e di sofferenza mentale possono morire patrimoni culturali in carne e ossa come è stato Vitaliano Trevisan, non solo per il Veneto.
«Perché leggi la pagina dei necrologi, Vitaliano?» gli chiesi: mi pareva una cosa curiosa, uno strano attaccamento alla morte. Venerdì scorso è toccato a noi leggere il suo.

Grazie per questo ricordo