Intervista a Rosita Copioli

 

 

In una poesia intitolata “Commiato”, scrivi: “Sono della razza dei romantici”. Cosa significa esserlo? E fino a che punto questa definizione parla di te?

 

L’affermazione va letta nel contesto. Qui la «razza dei romantici» è quella che vive animata dalle «generose illusioni». Ha il sogno di realizzare non dico il paradiso in terra, ma di seguire quella sorta di “proclama” scritto nel 1796 (o tra il 1795 e il 1797) da Hölderlin, Schelling ed Hegel, firmato da quest’ultimo: «La Verità e il Bene si trovano fratelli solo nella Bellezza». Il cosiddetto Frammento di Stoccarda esprime la tensione infinita verso verità, bene e bellezza, che devono essere uniti, per essere, e valere veramente. È l’antico programma platonico che passa nella tradizione cristiana. Per Hölderlin vive nella figura tragica di Iperione, e va verso il Cristo. La sua “ragione” sta nella libertà, ma essa è molto diversa da quella che nei medesimi anni impone il terrore in Francia. È molto più vicina a quella dell’Umanità divina che anima la teologia di Ildegarda di Bingen. Diventerà lontanissima da quella di Hegel, che si avvia all’identificazione della libertà dell’io singolo con quella dell’io supremo, che è lo Stato: la ragione superiore all’individuo che ne richiede il sacrificio, quando occorra, in nome del Bene Collettivo: qualcosa che spingerà a immaginare le ideologie più diverse, e opposte.

“Commiato” non mi identifica completamente, ma è una specie di manifesto, dove dichiaro il fallimento di tutto quello che le generazioni moderne hanno desiderato, le utopie per cui hanno vissuto. Quelle aspirazioni al migliore dei mondi, nella loro tensione infinita, sono state e saranno sempre alla radice del nostro essere, e del nostro vivere con gli altri.

Perdonerai se cerco di spiegarmi meglio, anche perché quel testo, abbastanza perentorio, nasconde in realtà molto. Come sappiamo, la tensione “infinita” verso l’ottimo, si rovescia anche nel suo opposto. Esiste, come scrisse Grierson, un “romantico” come movimento dell’anima, in alternanza al “classico”: classico e romantico sono sistole e diastole del cuore umano nella storia, oltre le loro individuazioni storiche. Lo ricorda Praz quando racconta la radicalizzazione del male e della disgregazione nella letteratura romantica. Il romanticismo radicato per contrasto nei “lumi”, come irrazionale, si è intrecciato a tutte le forme della sregolatezza, dell’arbitrio, mentre le utopie si sono sviluppate in ideologie, in nichilismo contro la “persona”; anche l’idea dello Stato hegeliano ha contribuito: vi sono nati il nazismo, il fascismo, il comunismo applicato in Russia con le epurazioni, e infine, quello che hanno immaginato scrittori come Orwell e Huxley, o l’estensione del materialismo, del profitto, occultato sotto l’attrazione del benessere. Il male, che era Satana, con la sua teologia rovesciata, si è dispiegato nel prometeico illimitato e nei miti più materiali di Faust: nell’orgia del materialismo.  Ricordo un bel libro di Elémire Zolla, Che cos’è la tradizione, del 1971, dove tutte le truffe del male mascherato da bene sono esaminate con una lucidità pari alla sapienza e all’immaginazione, individuandone le origini e i finali apocalittici.

Se il senso della misura e del limite è fondamentale non solo per la convivenza e per il rispetto della natura e del cosmo, oltre che per un concetto di euritmia – possiamo indicarlo come una necessità del “classico” – altrettanto necessario è lo slancio verso l’infinito, che non vuol dire dissoluzione. Uno dei miei riferimenti in tale senso è stato non solo Leopardi – quell’infinito che paradossalmente la siepe “fabbrica” – ma Yeats, unico nel mondo moderno a formare un sistema concettuale fondato sul mondo immaginale: ossia su archetipi, simboli, credenze nella sopravvivenza delle anime, nell’Anima Mundi secondo la philosophia perennis. Ma Yeats contemporaneamente è anche un grande costruttore di realtà tangibili e collettive. Con altri pochi amici dà vita al Teatro nazionale d’Irlanda, che è un veicolo per la fondazione stessa dello Stato dell’Eire, autonomo dall’Inghilterra. È un grande fondatore della sua letteratura, e quando dichiara «Noi siamo stati gli ultimi romantici», indica un’ispirazione che è sia coesione di spiriti, sia amore della patria (non è detto che esso debba essere “nazionalistico”), sia capacità di sacrificio per un fine comune, di cui la poesia è la voce. Questa idea di costruzione fatta anche dal fondo della povertà – dalla profonda derelizione dell’Irlanda – appartiene a un’alleanza degli spiriti più generosi. Operando da tutte le condizioni sociali, essi esprimono la grandezza di una realtà di cultura e tradizioni, che può essere riconquistata nella realtà storica. Mi affezionai a quel sogno repubblicano, e socialista – i sostenitori erano un’alleanza di aristocratici e repubblicani – perché mi pareva di tornare ai sogni di mio nonno paterno, un vero socialista e utopista, un pacifista, conseguente nelle proprie azioni. Era un sogno proiettato nelle cose.

Quando ero ragazza cominciò la dissacrazione di tutta la letteratura che era stata voce di bellezza. In nome delle ideologie, si negava la libertà e la forza della poesia. Venivano bandite parole come “natura”, “anima”, “mito”. Archetipi e simboli ridotti a un ridotto valore di segni, all’interno di una demitizzazione generale. Ribellarsi contro simili diktat era in me istintivo. Una negazione della tradizione classica, basata fondamentalmente sull’idea della natura, con tutto quel che ciò significava, mi era inconcepibile. Certo, avevo moltissimo desiderio di nuovo, ma non nella linea della distruzione. I miei autori erano i romantici inglesi e tedeschi, in una linea che saliva dai presocratici, Omero, Lucrezio, Virgilio, e poi Dante e Petrarca, Boiardo-Ariosto, Tasso, fino a Leopardi e ai romantici.

La libertà e la forza della parola – la parola emozionale e nominante delle origini, quella dove si configurano i miti, quella che si offre come strumento del Dio-persona, quella che continua a tessere l’anima delle cose insieme con la nostra – non erano mai morte nella poesia, che le garantisce perché dentro di noi corrisponde alla stessa capacità di rigenerazione della natura. Fu dunque una necessità e un atto simbolico ripartire dal prediletto Leopardi, che mentre accettava la distruzione delle illusioni operata dall’assottigliarsi degli “errori” del pensiero, ugualmente levava questa voce indomita di rigenerazione alle soglie del mondo moderno, in ideale fraternità con i suoi grandi contemporanei: con Goethe, Novalis, Hölderlin, Keats, Shelley.

Aborrivo la volontà nichilistica che traspariva dalle tendenze dominanti del Novecento, perché seguitavano l’istinto di morte o la razionalizzazione materialistica del mondo moderno. La sensazione di asfissia che provavo nell’accerchiamento ideologico di ogni settore della vita di quegli anni era insopportabile. Non tolleravo che la poesia, la letteratura, l’arte venissero considerate subalterne, quando la loro essenza risiede nello spirito della libertà, e nella forza del rinnovamento della vita. In modo davvero singolare il linguaggio delle neoavanguardie si integrava perfettamente con il processo politico, sociale, tecnologico, che la società neocapitalistica e borghese di quegli anni assorbiva dal modello americano, per sostituirsi a quello ancora contadino cui apparteneva l’Italia alla fine della seconda guerra mondiale. La parola poeta veniva sostituita dal produttivistico “operatore poetico”. Un intellettualismo parodico portato all’estremo, che fu praticato da Sanguineti, elaborava nel linguaggio forme oppositive a quelle tradizionali della poesia, per opporsi alla realtà. Pasolini, nostalgico dell’Italia rurale, sostenitore dell’impegno, ne rappresentava il polo opposto, conservatore delle tradizioni linguistiche e letterarie nonostante l’investimento politico di marxista eretico. Vennero il ’68 delle contestazioni studentesche, l’autunno ’69 del movimento operaio, che radicalizzarono l’impegno politico delle generazioni non solo giovanili, spazzando via ogni modello, da quello pasoliniano a quello neoavanguardistico. Molto più importante era un corteo o un’assemblea che una poesia. Sembrò contare solo la “prassi”. L’impegno politico fu radicalizzato, si poteva scegliere la lotta armata.

In contrasto con tutto questo, mi laureai nel 1971/1972 con Luciano Anceschi sull’idea di paesaggio, ossia di natura di Leopardi, mentre la maggior parte delle tesi nel suo ambito avevano come oggetto il Futurismo, i Formalisti russi, la scuola di Francoforte, lo Strutturalismo, la Psicanalisi, l’Alienazione, le Weltanschaungen del Novecento o Dubuffet (opposite side invece la letteratura dell’impegno, la letteratura meridionale, i vari materialismi applicati alla letteratura, «Officina» di Leonetti, Pasolini, Roversi). Non ho mai aderito a quelle contrapposizioni di atteggiamenti diversamente impositivi, che Luciano Anceschi distinse secondo le linee prevalenti dei suoi anni, con i termini «Autonomia» ed «Eteronomia». Fuori da scuole e da ideologie, sia per la mia inclinazione solitaria, sia perché soffrivo particolarmente le parole d’ordine degli sperimentalismi senza sbocco delle neoavanguardie e quelli della poesia politica (gli uni e gli altri ubbidivano a pratiche demitizzanti, parodiche e ripetitive, a velleità ideologizzanti) ho seguito la mia strada dove natura, mito, classici in quel momento vilipesi, erano fondamento e sostanza della lirica: mi ponevo nella luce che essi riverberano, ancora e sempre potentissima.

Seguirono anni in cui le prime crisi economiche, inizi di riforme scolastiche sempre più catastrofiche sull’onda di travisamenti del pensiero riformistico migliore si associarono allo smantellamento di varie istituzioni statali: fu il decennio delle bombe e delle stragi, del caso Moro e di Prova d’orchestra di Fellini. Anche poeti più vecchi che avevano continuato il loro corso, mutarono lo spirito della scrittura. Montale, per esempio, abbandonò il grande respiro che aveva ospitato. Negli anni Settanta i nuovi poeti manifestavano tutte le varianti delle reazioni, che due antologie registrarono: nel ’75 la prima di Cordelli e Berardinelli, Il pubblico della poesia, rilevava una situazione difficile da definire; nel ’78 la seconda di Pontiggia e Di Mauro, La parola innamorata, coglieva una linea di tendenza intorno a poeti che sceglievano la realtà amorosa e metaforica del linguaggio in diverse valenze. Tra essi Cucchi aveva già pubblicato Il disperso nel 1975, De Angelis Somiglianze nel 1976 e la sua rivista «Niebo» sarebbe durata dal 1977 al 1980, mentre Conte nel 1976 curava due memorabili numeri de «il verri» che inauguravano un nuovo corso, ben rappresentato dal suo poemetto L’ultimo aprile bianco, uscito nel 1979.

Io me ne ero stata in disparte. Scrivevo ma non ne ero soddisfatta, e solo nel 1979 mi decisi a mostrare ad Anceschi una piccola raccolta. C’erano l’albero dell’Eden e gli dèi, la preistoria vegetale e il giardino, il silenzio della notte e il dolore della morte, la luce del sole e il desiderio amoroso, le favole dell’uomo e l’illusione, la memoria delle origini che la poesia mantiene, e che è. Vi accoglievo la parte construens dello sperimentalismo, non quella decostruttiva. La mia non era un’operazione di calco neoclassico o un riecheggiamento di tradizioni umanistiche scolastiche. Era la coscienza di abitare da sempre luoghi di elezione che non erano mai scomparsi, nonostante le loro negazione. Come ricordai più tardi, non sono gli dèi ad abitare in noi. Siamo noi ad abitare in loro. Da allora, fin da Splendida lumina solis (1979) la mia lingua parlava con il latino di Virgilio, Ovidio, Lucrezio, o con le parole che aveva scelto Leopardi.

Quando poi, anni più tardi, ho scelto di curare il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Leopardi, l’ho fatto continuando a pensare alla sua presenza simbolica all’interno delle grandi “Difese della poesia” che nel corso dei secoli sono state scritte per difendere qualcosa di più alto e di più importante delle vite degli stessi poeti.

Riporto qui la poesia dalla quale hai voluto iniziare la nostra conversazione.

 

Commiato

Tutto ciò che sembra utile, forte e potente,

gli eserciti, le armi, le forme di governo degli stati,

non valgono le ali di un uccello,

e sono altro dalla vita umana.

Anche per me la cosa più bella

è ciò che uno ama

su questa nera terra.

Così seguo Saffo e Blake. E se vuoi

aggiungo Goethe eYeats.

Non pensare, giovane o vecchio lettore,

che nel secolo scorso e in questo

non abbia fatto, scritto, detto qualcosa di minimo

per mutare la rotta di questa dismisura che taglia

le ali dell’uccello, le tue ali, il tuo respiro.

Sono della razza dei romantici.

Ma per quanto fossimo buoni nuotatori,

hybris e dismisura hanno gonfiato la marea

che ci travolge.

Scrivere, dire, fare,

ha sempre avuto limiti, ma ora!

Alle colonie, ai crolli degli imperi,

alle ideologie infernali, ai genocidi ininterrotti,

non è seguita l’età dell’Acquario ma questo

ipermercato dove tutto ciò resta, trasformato.

Tuttavia finché l’occhio si fissa

nello sguardo dell’altro, non perdere tempo sull’abiezione.

Secoli di letterati l’hanno fatto. Tu parla di civiltà e rispetto,

con amore, sdegno, ira, rigore.

Sarai sempre in buona compagnia. Con Omero, Rûmi,

Dante, Hafiz, Shakespeare, Leopardi, i loro

umili fedeli.

Come potrai, mentre un occhio giovane

ti guarda e lo guardi,

fissare l’attenzione solo

su politiche e guerre,

su nient’altro che ciò che è male?

Infine impara il riso.

Non seppellirlo in te, ridi, non sempre

il riso è degli stolti.

L’intelligenza passa dal riso,

ridi, scivola via, leggero.

(da Il postino fedele, Mondadori, 2008)

 

La tensione verso l’universale non può essere estranea a chi ama la poesia. Nella tua scrittura, essa ha preso anche la forma della rilettura del mito. Qual è, secondo te, il ruolo degli archetipi?

 

Fin da ragazza ho lavorato con archetipi, simboli, miti. Essi sono dentro di noi, anzi noi siamo dentro di loro. Ma non li penso in modo soltanto psicologico, bensì materico, sostanziale, d’anima come un tutt’uno d’essenza fisica, e di spirito. Alcuni anni fa mi chiesero se Hillman mi aveva influenzato. Risposi che da quando ero bambina nutrivo un intenso rapporto con il sacro. Parlai di un vedere gli dèi che veniva dalle immaginazioni incrociate su Iliade e Odissea: a dodici anni avevo scritto una poesia su Atena, questa dea con gli occhi del colore glauco e «di civetta» trasvolante sul molo del porto vicino a casa mia, come una vedetta. Così la vedevo in un sogno a occhi aperti. Ne dipingevo poi anche i quadri (allora disegnavo e dipingevo: un’abitudine che lasciai verso i trent’anni). La figlia di Zeus danzava su un tempio di ghiaccio e di piombo (chissà perché) sospeso sul mare; aveva l’intelligenza delle foglie dell’ulivo e del mare. I suoi occhi attraversavano la tenebra, vedendo dove l’occhio umano non poteva arrivare. Sempre lei, con l’egida di Medusa, diventò la Minerva di una poesia di molti anni dopo, entrando in altre configurazioni. La facevo anche coincidere con la natura, perché scrivevo che nell’occhio antico della natura c’è il sugo della vita, e senza di essa è come essere staccati dalla terra, un fiore senz’acqua che muore. Con molta ingenuità, ritraevo un panorama marino che è rimasto essenziale anche oggi per me, nel mio rapporto con il nuoto, che per me ha l’importanza dell’unica esperienza “mistica” che mi è concessa.

Perciò nel 1972, quando Hillman arrivò in Italia, con il merito di animare ulteriormente la scena di Jung, per me fu un’ulteriore, felice, confortante rappresentazione delle realtà non solo psichiche, ma divine, che si manifestano nella natura, negli uomini, nel cosmo, e che ci accolgono. Mi aveva sempre attratto l’ininterrotta presenza di archetipi e simboli che le religioni avevano conservato insieme con la letteratura e l’arte, facendo tutt’uno con la cultura e la lingua e trasformandosi nelle superfici per accogliere nuovi riflessi nei secoli. Prime, più vicine, la cultura classica greco-latina con quella ebraica (e anche quella celtica) come nostre dirette ascendenze, poi quella indiana dei Veda, con cui abbiamo alcune basi comuni, e quindi la mistica islamica che presuppone un’origine non dominatrice; ma anche le culture extra-europee che avevano avuto tardi e sfortunati contatti con la nostra civiltà – penso a quella degli indiani d’America, o degli aztechi e dei maya, per esempio, che presentavano miti antitetici rispetto all’hybris di conquista e supremazia dell’Occidente. In me c’era una mente medievale e umanistica che conciliava, o meglio che trovava analogie, connessioni e trasformava, piuttosto che bloccarsi sulle differenze e sulle antitesi: al centro di tutto vedevo e vedo la bellezza del vivente, la necessità di proteggerlo.

Ma c’era sempre stata la folgorazione primaria, essenziale, della bellezza, da cui sono nati tutti i miei simboli principali, le loro costellazioni, il loro senso. Intorno a Elena, la bellezza, e alla sua prima forma di aurora, come emerge dai miti vedici che vedevo trasparire sull’Adriatico nella figura di Mater Matuta e di Maria stilla maris, e che sperimentavo nelle reali immagini femminili anche materne, ho intessuto una trama non conclusa, che ha continuato a esprimere racconti e riflessioni. Le costellazioni femminili fanno parte delle cosmologie, dove il mondo maschile entrava in dialettica, spesso violenta (ma non necessariamente violenta). Per me Elena ha sempre significato, secondo la visione di Saffo, bellezza di rigenerazione ed eros, ma soprattutto androginia, libertà e determinazione di scelta. Su quell’orientamento Saffo anticipava Platone, come lui stesso fece riconoscere a Socrate.

Lo sguardo sulla natura e sul paesaggio era connotato dalla esperienza del sacro. La contemplazione precedeva l’azione, che nel mio caso ha comportato un lavoro storico volto alla protezione-salvataggio dei luoghi patrii. Per me non c’è mai stata soluzione di continuità fra gli interessi più diversi che prendono gli aspetti pratici della vita. Ciò non significava contaminazione, ma assecondamento della struttura complessa dell’esistenza. Alla contemplazione potrei attribuire la mia tendenza alla lirica, mentre alla necessità storica (intendendo per necessità storica il bisogno-dovere di stare nelle cose e di non sottrarmi al “prossimo”) attribuisco lo sporcarmi le mani.

Concludo la risposta sottolineando che la naturale presenza in me di miti e simboli non è stata una “rilettura”, ma un attraversamento totale. E che all’affiorare delle figure archetipe, ho affiancato sempre una ricerca teorica (ho anche diretto per dieci anni «L’altro versante», una rivista “militante”, e nel 1988 con altri amici organizzai la manifestazione a tesi «La nascita delle Grazie», su argomenti quali immaginazione simbolica, mito, ecc.). Su poesia, drammi, prose, saggi, ho sempre lavorato in unità.

 

Qual è (se esiste) la dimora privilegiata del Sacro? 

 

Non so se ci sia un luogo privilegiato. La natura: il vasto regno animale, vegetale, minerale, l’uomo: ossia il tutto: niente di meno. Ogni cosa è sacra ed è un riflesso del divino, anche se del sacro hanno fatto parte terrori, ripudi, violenza, sacrificio (tutto quello che Gesù ha rifiutato e riscattato in un segno diverso, non ancora del tutto compreso, a proposito del “sacrificio”). Ma se dobbiamo pensare al “privilegiato” come a un cuore, a un’essenza originaria, ecco, cara Raffaela: per me è sacro chi è inerme, indifeso, chi possiede soltanto il suo respiro, come scrisse Anna Maria Ortese con parole che mi commuovono. Sacra è la bellezza, minima o grande, che viene offesa, in tutti i sensi e in tutti i modi: le forme diverse della vita violata, crocifissa, mortificata: uomini, animali, vegetali, pietre, anima del mondo: i loro ulteriori infiniti riflessi fisici, intellettuali, spirituali.

Vorrei ricordare che Cristo predilige gli ultimi, i reietti, i “poveri” (i “tapini”, poveri di, o in ispirito), nel riscatto della “pietra scartata” che diventerà “pietra angolare”. Però ciò va letto anche nel senso più metaforico, non solo in quello letterale, che è sacrosanto, ma mettendo a fuoco ciò che sta diventando “ultimo” e “reietto”, in una scala di valori che a poco a poco sta rovesciandosi, per anteporre l’utile come obiettivo primario. L’etica del sacro va riconsiderata senza luoghi comuni, e, soprattutto, senza ipocrisie.

 

Quali sono le tue radici e che peso hanno nella tua vita?

 

Quando nacqui, il mio piccolo paese, Riccione, già appendice di Rimini, era diventato da molti anni la “Perla dell’Adriatico”. Da luogo di villeggiatura d’élite, Mussolini l’aveva scelto e aveva accentrato attenzioni e mode. Riccione continuò anche nel dopoguerra esclusività ed eleganza, senza diventare mai del tutto di massa. Ma dietro, c’era la tradizione di una Romagna antica, preromana e romana, con Rimini parte della Pentapoli dell’esarcato di Ravenna che i Malatesti avevano occupato riempendola di storie, con il paesaggio di Pascoli, con la marina che per me fu insieme il primo paesaggio d’anima, dove mi affacciavo. Romandiola significava pienezza d’immaginazioni, linguaggio, una tradizione classica mantenuta da eruditi e papi romagnoli, da studiosi come Garampi, Borghesi, Serra e Campana. E a due passi, nelle Marche, Leopardi. Però al mare devo più di tutto la mia natura, forse è l’unico luogo dove mi concilio con me stessa.

Le trasformazioni del paesaggio, le cancellazioni della storia antica e recente, la labilità della nostra cultura costruita come su sabbie labili, una Rimini melting pot di culture già nella fondazione a prima colonia di diritto latino nel 268 a.C., con il fascino della frontiera, e la pericolosa tendenza alla distruzione delle memorie, mi hanno indotto ben presto a occuparmi di studi storici, ricerche d’archivio, a fondare un’associazione internazionale per difendere luoghi e beni, e valorizzarli anche con collane di studi. Credo sia stata determinante per me, questa appartenenza a una cultura antica in una città di provincia – la città di Fellini – completamente rovesciata dalla conversione turistica degli ultimi secoli. Antichità, oblio, provincia, cosmopolitismo: ingredienti se non in conflitto, conviventi in una strana, talora affascinante, ma anche pericolosa turbolenza.

 

A cosa è legata la gioia, nella tua esperienza? La leggerezza può rendercela più vicina?

 

Più facilmente la poesia si lega alla malinconia, al dolore; altrimenti è difficile avere un’urgenza, quasi una costrizione a scrivere, per quel respiro, o sospiro che ci muove il petto, e “urge”. Ma Leopardi scrisse che bisognava possedere almeno un briciolo d’allegrezza: «quantunque chi non ha provato la sventura non sappia nulla, è certo che l’immaginazione e anche la sensibilità malinconica non ha forza senza un’aura di prosperità e senza un vigor d’animo che non può stare senza un crepuscolo, un raggio, un barlume di allegrezza». (Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, 24 giugno 1820).

A un certo punto io mi sentii in obbligo di dire anche la gioia, non nel modo pindarico della vittoria, bensì come un’esperienza da riconoscere, e da celebrare. Il canto di lode è la cosa più rara, la più difficile da dire, da cantare. Rischia di sembrare fuori luogo, nella media insofferenza e sofferenza per l’esistere. Ma la gioia non è soltanto lo squillo dell’eccezione, oppure il suo raro riconoscimento, di cui potremmo rendere grazie, se siamo davvero vivi. È visione della bellezza, partecipazione della grazia che dobbiamo vedere nelle cose viventi. In modo diretto ho lodato la gioia in un testo de Il postino fedele (2008). In forma meno diretta, nel testo conclusivo delle Acque della mente, dove la celebrazione è lode della parola incarnata, come emerge dalle Nozze di Cana raccontate nel Vangelo di Giovanni. La gioia è un sentimento assoluto, potente, radicato nella speranza, in quel seme di Eden che ognuno di noi dovrebbe ospitare in se stesso: quel punto, quel microcosmo di felicità dal quale dipendono tutte le sensazioni di estasi della nostra vita. Qualcosa che convive  – non in contraddizione – con il sentimento del tragico. La poesia lo sa bene. Il terpein della poesia apollinea era un piacere corporeo, che impegnava tutto l’essere: gioia come del cibo, dell’amore, del bagno, della danza; ma gioia non ingenua, perché Apollo includeva le frecce che davano la morte. Non lontano dal concetto di catarsi: «La tragedia deve essere una gioia per l’uomo che muore». In alternanza, e solo in apparenza più leggera, la poesia del fratello Ermes nasce dall’incanto notturno, dalla magia, dal segreto, e anche dal sorriso. Alla luce assoluta che contiene la tenebra, si alterna la luce tenera e quieta, un dolce tepore, la seduzione dell’eros, il sortilegio del sonno, l’arte elusiva e inafferrabile dell’inganno, il potere delle Sirene: lo thelgein. Gioia, piacere, passioni, poteri. I greci hanno creduto in tutte le possibilità della poesia. Vorrei dire che hanno anticipato anche quello stato d’animo, che crediamo moderno, dove la disperazione per il massimo del tragico arriva all’umorismo: a Kafka, a Cioran. Il riso sull’orlo dell’abisso. È leggerezza quel riso? Penso di sì, avendo abbandonato la gravità di cui si è carichi. Una sua figura è l’acrobata sul filo. Si ride negli stati miserabili. Quanto è stata capace di riso l’Italia di un tempo, quella povera, dove si sono create maschere come Totò, Peppino De Filippo.

Togliere peso è una grande arte. Anche quella del riso. Non sono la stessa cosa, sebbene talora coincidano. Per questa ragione avevo concluso “Commiato” con l’invito al riso. Esisteva un dio Riso, che Apuleio ricorda (non dimentichiamo che le Metamorfosi, ossia L’asino d’oro, è anche un romanzo iniziatico, dove compare la più bella testimonianza dell’amore mistico antico, la Favola di Amore e Psiche raccontata dalla vecchierella). Credo non sia casuale che Fellini lo rievochi nel Satyricon. Io ho raggiunto la maggiore leggerezza sempre nel Postino fedele, il più ricco di felicità esistenziale. La leggerezza del cuore coincideva con la velocità delle sensazioni, delle occasioni, dei movimenti. Il peggior nemico di gioia e leggerezza è lo scoraggiamento, lo sconforto come oppressione, ciò che può finire in “tristizia”: acedia, indifferenza, ottundimento, chiusura del respiro vitale. Perciò l’invito di Goethe: «compi così con le tue forze / in piena gioia la tua traversata».

Solo la leggerezza porta alla trasfigurazione, a uno stato di trasparenza e levitazione, respiro, aria, aura, intorno alle immagini: come l’invisibile permanenza del desiderio che vi sta nascosto. Di questa trasfigurazione è stato inarrivabile Leopardi. Nella prima delle Lezioni americane sulla leggerezza, Calvino ne descrive il miracolo: «nel suo ininterrotto ragionamento sull’insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza», comunicando attraverso l’immagine della luna «una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo incantesimo […] è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare». Come per gli sciamani e per le streghe, «c’è un nesso costante tra levitazione desiderata e privazione sofferta». Calvino accosta a Kafka. Nel suo racconto Il cavaliere del secchio, il secchio vuoto con cui un uomo, durante la guerra, nell’inverno più freddo, si reca invano a chiedere carbone, diventa così leggero che vola via con l’uomo, fino a perdersi oltre le Montagne di Ghiaccio. Così quel secchio vuoto, segno di privazione, e desiderio, e ricerca, eleva al punto, scrive Calvino “dove la tua umile preghiera non potrà più essere esaudita”.

 

Con gli anni, cosa è cambiato nella tua scrittura e cosa è rimasto costante? 

 

Gli stili cambiano, ritornano, si camuffano, in nessun libro sono rimasta uguale. Ma proprio questa mutabilità mi appartiene. Le forme aderiscono alle necessità di temi e contesti. Anni fa dovevo scrivere una storia accaduta a mia madre, alla fine della guerra, e coinvolgeva ancora più che l’Europa e il passato e il presente, nelle forme più tragiche. Nasceva però anche da luoghi belli e felici, da situazioni d’Eden e di idillio, pur precipitando nella catastrofe. Non avrei potuto scrivere che in forma poematica, con versi mobili che potevano allungarsi quasi all’infinito o restringersi in contrazioni, con soluzioni liriche e prosastiche insieme. È Le figlie di Gailani e mia madre. L’ultimo libro, inedito, manifesta forme di poemi, dove entrano squarci storici e mitici, voci diverse, parti drammatiche e contrastanti, testi aforistici, e ci confluiscono tutti i modi possibili. Sì, ho iniziato con forme vicine a liriche brevi, musiche latine, da Virgilio e Lucrezio, poi via via credo di avere restituito molti amori letterari e musicali con strutture diversissime. Ciò che conta per me, è che nelle differenze di intonazione, io esca con la mia voce. E che questa voce, se ad altri è riconoscibile, parli, e dica come ditta dentro. 

 

Pensando al campo sociale, quali sono secondo te gli sviluppi più preoccupanti degli ultimi tempi? E quali sono le maggiori opportunità?

 

Mi è difficile risponderti, non perché voglia sottrarmi alla domanda, anche se la velocità dei tempi ci travolge. La cosa che appare più tremenda è l’ottundimento dell’intelligenza critica, e della reattività. Non credo che sia un problema dal basso, quanto lo sia dall’alto. Ossia credo che da diversi decenni le classi dirigenti abbiano cessato di esercitare la scelta dell’orientamento critico attraverso le forme istituzionali. Sembrano per la maggior parte finalizzate a risultati economici di immediata riscossione, e non a progetti a lungo termine, ispirati a ideali collettivi, e al rispetto reale della natura, dell’arte, della cultura. È molto difficile per le forze private e per i singoli influire positivamente su quelle statali, per migliorare la cultura, sulla quale da troppo tempo le riforme scolastiche hanno prodotto seri danni, e per riuscire a sopravvivere nella selva delle burocratizzazioni, che invece di diminuire aumentano in modo soffocante. Ho insegnato in scuole d’ogni livello, e perfino in scuole tecniche coinvolgevo gli studenti sulla cultura classica, con programmi di storia delle idee e delle concezioni del mondo, perfino con classi unite da un collega di religione, sacerdote, presentando al Vaticano l’idea che non si dovesse insegnare Religione, ma Storia delle religioni… Nulla può essere tanto arduo, che non possa essere trasmesso. Ma fa comodo a chi vuole manipolare ignoranti, sottrarre il “pane degli angeli”, così scriveva Dante. Certo, oggi l’erudizione, l’acculturamento sono disponibili facilmente attraverso i mezzi più accessibili. Anche i migliori, non c’è dubbio. Ma chi li indica come primari, mettendoli insieme all’educazione spirituale? Chi fa ricordare, ossia fa accettare, che la difficoltà è una delle inevitabili prove dell’esistenza, anche nella cultura? 

Mi chiedi delle opportunità. Mai ne abbiamo avute tante, e mai così tante sono state disilluse. Nessuno poteva disporre della Rete, quando sono state costruite le cattedrali che coprirono l’Europa come un manto bianco. Le comunicazioni arrivavano, nonostante le catastrofi, le pesti. Ivan Illich ha dimostrato le illusioni della nostra potenza quanto a velocità, ed educazione. Tuttavia non si possono attribuire colpe a casaccio. In ogni caso, la distruzione, per me criminale, della scuola, non è che lo specchio di una tendenza e di decisioni automatiche, in una cultura sempre più povera e semplificatrice in nome del profitto (di chi?). Insomma Orwell.  

 

*

 

Tre poesie:

 

Io non so se sia leggerezza

 

Io non so se sia leggerezza

quel che non vedo e ti bagna la pelle,

l’involucro che sembra la tua pelle,

la parte eterea di te.

Senza cura te ne ammanti

sino a farmi morire.

Non sei mai stato diverso da come sei

eppure l’ho pensato

e tuttavia non ho sbagliato.

Tu porti altrove la tua devozione.

Dicevo così ed era vero.

 

Ora la leggera cura si è trasformata.

La tua leggerezza

è diventata devozione

anche per me.

La tua pelle il tuo velo

ogni superficie eterea di te

ha ricevuto il sole

che ora mi riflette.

   

(da Il postino fedele, Mondadori, 2008)

 

*

 

Come il postino più fedele

 

Tu mi dài delle notizie.

Io le ricevo. Come il postino più fedele

le recapito all’indirizzo giusto.

Qui l’indirizzo è mio,

ma il messaggio è sbagliato.

 

Il limite non è limite

lo varca di colpo la mente

la mente sale, va sempre più

verso te, che limite non sei,

che sei essenza, e irraggiungibile.

 

(da Il postino fedele, Mondadori, 2008)

 

*

 

Notte preziosa più dell’ebano

 

Questa notte, notte di delizia solitaria,
notte preziosa più dell’ebano,
profumata, questa notte ero tutta presa
e pure espansa, dentro il tuo abbraccio.
Mi aveva avvolta la nube della proprietà.
Io ero tornata. Il mio corpo era tornato
al suo corpo. L’appartenenza e la proprietà
erano sanciti di nuovo.
Mi sono resa conto di nuovo, di notte,
cosa vuol dire appartenenza e proprietà.
Se sei lontano, da tempo, credi
di mantenere. Solo il mistico mantiene
la realtà. Finché non lo diventi,
tu la devi avere nel corpo. Capisci
cosa è di diverso la lontananza
da quella presenza che hai in te.
E allora capisci
quanto è preziosa la presenza
oltre la presenza, quanto sei prezioso tu
in ogni goccia di tempo di presenza.

 

(da Le acque della mente, Mondadori, 2016)

 

*

Rosita Copioli ha pubblicato libri di prosa e saggi (tra cui I giardini dei popoli sotto le onde, Guanda 1991; Il fuoco dell’Eden, Tema celeste 1992; Ildegarda oltre il tempo, Raffaelli 1998; La previsione dei sogni, Medusa 2002; Il nostro sistema solare, Medusa 2013; Gli occhi di Fellini, Vallecchi Firenze, 2020; La voce di Sergio Zavoli, Vallecchi 2021), drammi, testi storici. Di poesia: Splendida lumina solis, Forum 1979; Furore delle rose, Guanda 1989; Elena, Guanda 1996; Odyssée au miroir de Saint-Nazaire, MEET 1996; Il postino fedele, Mondadori 2008; Animali e stelle, La stampa 2010; Le acque della mente, Mondadori 2016; Le figlie di Gailani e mia madre, Franco Maria Ricci, 2020; Elena Nemesi, mc 2021. Ha diretto la rivista «L’altro versante» (1979-1989). Ha curato e tradotto opere di Yeats, Saffo, Leopardi, Goethe, Flaubert, Fellini. Pronti per la stampa un libro su Boiardo, e la raccolta di poesie I fanciulli dietro alle porte. In corso di stampa Simbolo, Vallecchi.

 

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