Oggi è la Domenica delle Palme, giornata che per il mondo cristiano è simbolo di pace. E di pace è tornato a parlare papa Francesco, concludendo il suo discorso con l’invocazione: “Si ripongano le armi, si inizi una tregua pasquale ma non per ricaricare le armi e riprendere a combattere. No. Una tregua per arrivare alla pace attraverso un vero negoziato, disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente. Infatti, che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie?”. Parlando a “un Occidente che si dice culturalmente ‘cristiano’, senza più avere nulla a che fare con l’insegnamento di Cristo”. Nello stesso giorno il patriarca Kirill invita alle armi: “In questo periodo difficile per la nostra patria, possa il Signore aiutare ognuno di noi a unirci, anche attorno al potere… È così che emergerà la vera solidarietà nel nostro popolo, così come la capacità di respingere i nemici esterni e interni e di costruire una vita con più bene, verità e amore”. Mi sembra opportuno proporre in questa giornata una riflessione di Tomaso Montanari sul rapporto fra cristianesimo e guerra.
«Ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà»
di Tomaso Montanari
Nel Rampini che accusa il mite direttore di Avvenire di «lavorare per Putin» c’è il volto stravolto dell’Occidente: un Occidente che si dice culturalmente “cristiano”, senza più avere nulla a che fare con l’insegnamento di Cristo. Un Occidente che sta facendo di tutto per prolungare una guerra che sente sua, e che marginalizza e silenzia la voce profetica di papa Francesco che grida: «ogni giorno di guerra peggiora la situazione di tutti». Di tutti: degli ucraini e dei russi. Di ogni singolo corpo impigliato nel mostruoso tritacarne azionato da Vladimir Putin.
È lunga la storia del tradimento politico del Vangelo. Inizia la sera del 27 ottobre dell’anno 312: l’imperatore d’Occidente Costantino ha una visione, un sogno. Lo si può veder rappresentato proprio nel Palazzo dei papi: nella Sala di Costantino, iniziata da Raffaello e finita da Giulio Romano. Costantino vede la croce cristiana, intorno ha una frase in greco: «Con questo segno vincerai». Così fa mettere la croce sugli stendardi e l’indomani, a Ponte Milvio, massacra, in nome di Cristo, l’esercito di Massenzio. Riprende il controllo dell’impero, si converte al cristianesimo, lega per secoli la Chiesa al potere: e dunque alle guerre per le patrie e per le bandiere. È l’alleanza mostruosa tra trono e altare. Fino a Kirill, patriarca di tutte le Russie che benedice i cannoni di Putin nella terza Roma, Mosca.
La guerra nel segno della croce: «Signore nostro Dio, aiutaci a ridurre i loro soldati in brandelli sanguinolenti con le nostre bombe; aiutaci a ricoprire i campi ridenti con le sagome pallide dei loro patriottici morti; aiutaci a sopraffare il tuono dei cannoni con le urla dei loro feriti agonizzanti…». È la Preghiera per la guerra di Mark Twain, atroce parodia del cristianesimo americano: resa attuale dall’irresponsabile presidente americano, un cattolico. Fare la guerra nel segno di una croce che, nelle parole ispiratissime di Fabrizio De Andrè, fu usata per suppliziare «chi la guerra insegnò a disertare». Colui che avrebbe potuto farsi difendere da dodici legioni di angeli, e preferì morire: dicendo che chi di spada ferisce, di spada perisce. Dimenticando tutto questo, per secoli i cattolici hanno ucciso per la loro nazione: anche se cattolico vuol dire “universale”, perché nel nome di Gesù non c’è più schiavo o libero, giudeo o greco, donna o uomo (così san Paolo). Ma oggi un papa secondo il Vangelo lo grida a un Occidente che si dice “cristiano”: non c’è posto per i nazionalismi, nel cristianesimo.
L’aveva detto, nel 1965, quel gigantesco profeta che è stato don Lorenzo Milani. I cappellani militari della Toscana avevano definito «un insulto alla patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, e? espressione di vilta?». Milani risponde con L’obbedienza non è più una virtù:
«Se voi pero? avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi diro? che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto».
È qua la ragione per cui chi davvero segua il Vangelo non si sente legato a una patria, a una nazione – all’Occidente. Perché si sente semmai dalla parte di coloro che – in quella patria, in quella nazione, nell’Occidente – sono sfruttati, oppressi, schiacciati. Non il territorio, i confini, la bandiera: ma la dignità delle persone. (Laicamente, Virginia Woolf aveva argomentato in modo non diverso, venticinque anni prima, parlando dell’impossibilità di sentirsi – come donna, e dunque umiliata ed esclusa – parte di quella patria che chiedeva il suo sostegno nella Seconda guerra mondiale). Non con il potere che massacra, ma con i massacrati di ogni giorno. Con la povera gente che perde comunque in tutte le guerre.
Le immagini delle mostruose esecuzioni compiute da reparti dell’esercito russo a Bucha dovrebbero suggerirci non la continuazione della guerra, con la sua inarrestabile strage di civili innocenti, ma una sua fine immediata. Avremmo bisogno non di più soldati, ma di più obiettori di coscienza. Avremmo bisogno di più disertori. Don Milani rimproverava così i cappellani: «Ma se ci dite che il rifiuto di difendere se stesso e i suoi secondo l’esempio e il comandamento del Signore e? “estraneo al comandamento cristiano dell’amore” allora non sapete di che Spirito siete!».
Nel 1954, alla fine della guerra di Indocina, Boris Vian dedicò una canzone di rara potenza (in Italia tradotta da Giorgio Calabrese e cantata, tra gli altri, da Ivano Fossati) alla figura del disertore:
In piena facoltà
Egregio presidente
Le scrivo la presente
Che spero leggeràLa cartolina qui
Mi dice terra terra
Di andare a far la guerra
Quest’altro lunedìMa io non sono qui
Egregio presidente
Per ammazzar la gente
Più o meno come meIo non ce l’ho con lei
Sia detto per inciso
Ma sento che ho deciso
E che diserterò.…
E a tutti griderò
Di non partire più
E di non obbedire
Per andare a morire
Per non importa chi.Per cui se servirà
Del sangue ad ogni costo
Andate a dare il vostro
Se vi divertiràE dica pure ai suoi
Se vengono a cercarmi
Che possono spararmi
Io armi non ne ho.
Pochi giornali – tra i quali non per caso Avvenire, con Nello Scavo – hanno parlato dei disertori ucraini e russi: profeti disarmati che pagano sulla loro pelle un altro modo di essere umani. Forse l’unico che può salvarci: perché «ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà … Ci salva l’aviatore che la bomba non getterà», cantava ancora Fabrizio. (da qui)

Grazie, Giorgio.
Non so quanti si rendano conto dei pericoli che incomberanno sull’umanità da qui a qualche giorno; dodici chilometri di mezzi corazzati russi che avanzano verso l’Europa e un’enorme quantità di armi potenti della Nato che si vanno concentrando in Ucraina e ai confini dell’Europa; in quale tunnel ci hanno infilato l’aggressore russo e governi, compreso il nostro.
Grazie a te, Giovanni. In effetti pare che il nostro governo non se ne renda conto. Ed è degno di nota il fatto che sia negli USA sia in Italia i più consapevoli della situazione (i rischi che si corrono ad alzare il livello dello scontro, a fare circolare più armi, quali siano intenzioni dei russi e responsabilità della Nato) siano i generali e non i banchieri o i politici. Magari sarebbe diverso se si verificasse questo:
Per cui se servirà
Del sangue ad ogni costo
Andate a dare il vostro
Se vi divertirà