Ho cominciato a scrivere versi da ragazzo, chiedendo alle parole tutto ciò che io stesso non capivo. Da questo impedimento o da questa mancanza è nata la mia poesia. Essa doveva condurmi là dove io non riuscivo ad arrivare. Un allontanamento, una traversata nel deserto per cercare di comprendere ciò che si muoveva dentro e fuori di me: l’esistenza stessa, il suo grido e il suo silenzio, in una tensione estrema. La parola poetica tra due abissi, qualcosa che sta all’origine, che è prima, e qualcosa che attende come un destino. In mezzo i sussulti, le voci, le preghiere e gli assedi del nulla, le notti a domandare, a fissare l’invisibile.
Non a caso L’attesa dell’ombra è il titolo della mia prima pubblicazione di prose poetiche, uscita negli anni Ottanta. Perché c’è sempre un’ombra tra e dentro le parole, così come c’è un’ombra che avvolge la nostra esistenza: l’attesa nasce proprio da questa oscurità, è il nostro sguardo dentro il buio, un buio colmo di attesa di qualcosa di misterioso, di un bagliore, di una verità che sfugge: il limen dell’indicibile.
Ecco la molla della mia poesia: scrivere ciò che è segreto, che non è immediatamente visibile, ma che è in noi e oltre noi. Non un abbandonarsi completamente all’inconscio, piuttosto la ricerca di un rigore della parola all’interno di un mistero che ci supera e ci chiama, dentro il nostro quotidiano, nella nostra carne. A costo dello smarrimento, della solitudine, della sconfitta, come spesso è prevalso nei miei versi. Perché da un lato la poesia è figlia della nostra incompletezza, è senza difesa, è gettata nel mondo, e dall’altro ha origine da un desiderio di appartenenza, di conoscenza ulteriore, di verità, di Altro.
L’anima di chi scrive è sempre contesa. Ritengo sia doveroso tenerlo presente, onde evitare – come talvolta accade – di assolutizzare la poesia stessa, attribuendole una funzione salvifica, oppure di cadere in pericolose derive narcisistiche.
La parola poetica arriva dove può, a un certo punto è naturale che si interrompa. La coscienza dell’incompiutezza diventa un atto necessario di umiltà, la ricerca un fuoco che brucia e che ha altrove il proprio principio. Perché nell’esistenza c’è qualcosa che è di più dell’esistenza stessa e le parole non bastano mai per dirlo.
Come esprimere davvero l’amore, il dolore, la solitudine, tutto ciò che si agita in noi? Il poeta deve sapere di questa sofferenza della parola, che però è al contempo la sua bellezza: un desiderio incessante, che non si estingue, che si rinnova in una ricerca continua. Chi scrive vive su questo margine mobile, misterioso, ma – a pensarci bene – è il margine abitato da ciascuno: quello dell’esistenza. La poesia è una risposta che in realtà è una domanda o un grido. Di ascolto. Di verità. Di amore. Come la vita.
Una sera
C’erano solo
parole sconfitte
allora
e l’abisso oscuro
del tempo, il cielo
senza
il Tuo nome.
Ma una sera
incendiò di
pianto e di
gloria
quelle pagine
quelle piaghe
rovesciate
nel mondo.
Così d’improvviso
si aprirono
le nubi alla luce,
e nell’aria
celeste
si sollevò il tuo
volto
di sangue
e d’amore.


Splendida descrizione! Attraverso queste parole, questi versi, si respira l’infinito.