Poesie di Marina Petrillo da materia redenta, Progetto Cultura, 2019, Lettura di Giorgio Linguaglossa
Se l’essere svanisce nell’evento, anche le parole di quella patria linguistica svaniscono irrimediabilmente
Lettura di Giorgio Linguaglossa
«La storia dell’essere è alla ?ne».
«Soltanto se il mondo avviene espressamente l’essere – ma con esso anche il nulla – svanisce nel mondeggiare». (Heidegger) 1
La fine della metafisica coincide con l’inizio di un qualcosa che non conosciamo, e in questa zona di mezzo, in questo transito su un ponte di corda dobbiamo attendere in quella che Marina Petrillo chiama la «elicoidale memoria» come un salvagente che ci risollevi e ci tenga sul pelo dell’acqua.
L’età della Tecnica richiede imperiosamente un nuovo linguaggio, un nuovo linguaggio poetico.
Se l’essere svanisce nell’evento, anche le parole di quella patria linguistica svaniscono irrimediabilmente, e non c’è modo che esse ritornino ad abitare un essere che è svanito anch’esso…
Resta appunto «indecidibile» quale linguaggio, quali parole dobbiamo tornare ad abitare e quali abbandonare perché svanite… Noi non sappiamo quali parole decidiamo di adottare, non lo sappiamo fin quando non le scopriamo. Esse erano già dentro di noi, solo che non lo sapevamo, non ce ne eravamo accorti. Abitare una nuova patria linguistica è come essersi svegliati da un lungo sonno durato cinquanta anni durante il quale le parole hanno cessato di parlarci. Adesso le parole si sono destate e sibilano, vibrano di significazioni nuove che noi non sapevamo, che non sappiamo… Ma si può abitare una nuova patria linguistica soltanto se abbandoniamo al loro corso, come monete fuori corso, le parole inutili, quelle svendute e adulterate, posticce, mistagogiche, populistiche, le parole dei polinomi frastici asessuate ed imbelli…
Non c’è dubbio che Marina Petrillo sia alla ricerca di una propria patria linguistica, le sue parole sono «elicoidali», «goniometriche» curvano lo spazio e il tempo intorno ad un punto nevralgico: ciò che avviene nell’accadimento, nel momento in cui una leggerissima piuma lessicale si posa sulla struttura spazio-temporale del linguaggio.
Con Novalis, diremo che la poesia è «nostalgia»: «un impulso a essere a casa propria ovunque»; ma la poesia moderna, invece, nasce dalla scoperta di non essere a casa propria ovunque, di essere Estranei a se stessi. È essenziale alla poesia moderna, da Les Flueurs du mal (1857) in poi, sentirsi estranei, essere costretti ad impiegare una lingua estranea ed ostile, ma lingua di fosforescente «bellezza» è una lingua intranea ed olistica, eufonica, questa lingua è intranea in quanto idioletto incomunicabile, lì non si vuole più comunicare con nessuno, c’è l’elitarismo e l’olismo di una intera modo di fare che si è esaurito: il post-orfismo di chi non vuole comunicare e non vuole ricevere nulla da nessuno. Con questa disposizione di tono la poesia nasce già in sala di rianimazione. Marina Petrillo ha una Stimmung propiziatoria, anelatoria, incantatoria, anela a una patria linguistica ospitale in un mondo inospitale e conflittuale.
La Stimmung per Heidegger è «la voce dell’essere», quell’aura, quell’atmosfera che ci involge e ci coinvolge nella nostra relazione con il mondo; un particolarissimo tono: accordo o disaccordo di strumenti musicali, quel medesimo tono che situa la parola poetica in questo accordo o disaccordo musicale…
Cupo e colmo d’angoscia risuona il lamento di Hölderlin:
«Wozu Dicther in dürftiger Zeit?».
Come scrive Roberto Terzi: «dove si presenta un indecidibile che si è chiamati veramente alla decisione». Appunto.
1] Il tema del Geviert è esposto in diversi testi: cfr. in particolare le conferenze, Bauen Wohnen Denken e Das Ding in M. Heidegger, Vorträge und Aufsätze, HGA ; trad. it. di G. Vattimo, Costruire abitare pensare e La cosa, in M. Heidegger, Saggi ediscorsi, Mursia, Milano, 1976 pp. 96-108 e pp. 109-124; cfr. anche M. Heidegger, Il linguaggio e L’essenza del linguaggio, in CVL, pp 27-44. e pp. 127-172 . M. Heidegger, Conferenze di Brema e Friburgo, cit., pp. 74-75.
Marina Petrillo è nata a Roma, città nella quale vive da sempre. Ha pubblicato per la poesia, Il Normale Astratto. Edizioni del Leone (1986) e, nel 2016, a commento delle opere pittoriche dell’artista Marino Iotti (Collezione privata Werther Iotti), Tabula Animica, opera premiata nell’ambito del Premio Internazionale Spoleto art Festival 2017 Letteratura e materia redenta (progetto Cultura, 2019) Sta lavorando ad un’opera poetica ispirata a I dolori del giovane Werther di Goethe. Sue poesie sono apparse su riviste letterarie. È anche pittrice.
Testi di Marina Petrillo da materia redenta, Progetto Cultura, 2019 pp 96 € 12
Di passo in passo
l’orma conduce al sentiero.
Lieve eco ne ebbe il giardino della pre-eternità.
Inquieta fu l’ombra sospesa
sino a trarre del segno la traccia.
Scese in polisemia
ponendo divario tra sé e l’assoluto.
Incontro fece del Vate
lì dove si svela grande il progetto
a parola riflesso.
Saprà di essere
senza dismettere alcuna cosa.
Un buco le attraversa il torace
in respiro di vento.
Non è mai esistita abbastanza.
*
Ha cantato in giorno di festa
il migrante uccello
verso altra forma assorto.
Dimentico del cielo, cangiante
nella spessa terra brulla
solo giace in cinereo spazio.
Compone uno spoglio verso
cui giunge dimora il suono
a misterioso ricordo del notturno andare.
Torna la sera
ed accende rare luci.
Sconfitto dal dilagare
di un dolore alla mente ignoto
ne accoglie l’umano sentimento
come potesse sottacersi l’indefinita specie.
In destino traduce minute briciole
di pane
sino a scomparire in nube passeggera.
Senza ausilio dell’incerto azzurro
preghiera trasuda il doloroso andare.
Come fosse l’ultimo prima
del mormorante radioso commiato.
appare a tettoia di cielo.
Palafitta posta in sommità
da gravoso vento scalfita.
Dolmen di antiche genie,
quando gli Dei abitavano luoghi e le conchiglie
erano loro monili.
Il mare ondoso dei sibili notturni
stordisce a nenia,
tra navigatori rapiti da smerigliati brusii.
Non sopravvivono gli orizzonti
se a macchia mediterranea serpeggiano
in siepi dilaganti a dirupo.
In breve respiro, solo gli abitatori del firmamento
traggono vita.
Per gli umani, stupore il creato
a segno contrario di infinito.
*
oltre la croce abbagliata dal sole
fu percepita la linea di un fiore
il cui stelo in gemma di legno
sosteneva una corolla dolente
di petali infranti.
Le foglie forate in rugginosa
rovina traevano linfa da un fondo odoroso
mentre, del transito umano,
una piccola goccia leniva l’inganno
di un tempo avverso all’amore.
Del fiore in sua vita visione
ne ebbe lo Spirito che ogni cosa
in Segno traduce
per cui la Morte parla alla Vita
come una madre e, in sua cura,
risorge, sì che in profumo
torna all’Essere, in gioia.
*
È in un gesto il quieto vagare
del giorno allo scurirsi. Il suo abbandono.
Confina a dialogo interiore
e del vocio passato mostra l’incedere.
L’amore non confinato a spazio sussulta
il suo interludio in smagliato pendio.
Dolce si erge a contrada dello Spirito
e nuova acqua tracima, tra sponde immote.
Inebria, nel faticoso intento, il profilo
dell’ignota ora lì dove solare mitiga
a traccia umana, potente il raggio.
Sopisce infine in notturna veste
e al sapere accede in percezione
se mai si avrà risveglio.




Che dire..un viaggio omerico attraverso dimensioni precluse ai cuori che battono solo meccanicamente..un continuo confrontarsi con specchi di vite passate,con suoni inascoltati attraverso universi sconosciuti..un anima gentile che ha posato lo scudo e abbraccia la luce.. rincorrendo attraverso arcane parole un incontro con una felicità che ci è preclusa
Nella Scienza della logica Hegel afferma: “Ogni razionale è un sillogismo”. Il sillogismo non è, per Hegel, una categoria logico-formale ma il risultato di un processo di sintesi dove l’inizio e la ?ne costituiscono un nesso razionale, un’unità costitutiva di senso. Cosí si può dire che il discorso poetico è un continuo sillogismo, ma il sillogismo è una cicatrice che unisce l’inizio e la fine di un narratum. Anche rituali e cerimonie sono forme di un antichissimo sillogismo che si è dissolto, e anche la poesia è un arcaica forma di cicatrice simbolica che ha al suo interno un antichissimo sillogismo, sta in luogo di un processo narrativo che ha un tempo proprio, un ritmo e una cadenza propri. In quanto narrazione la poesia della Petrillo si sottrae all’accelerazione: dove, invece, vengono a mancare tutte le forme del sillogismo, ogni cosa scorre via senza possibilità di fermarsi. L’accelerazione totale avviene in un mondo nel quale tutto è diventato additivo e ogni tensione narrativa, ogni tensione verticale è andata perduta. Oggi, persino la percezione è incapace di una conclusione perché siamo ormai abituati a navigare nell’in?nita superficie della rete digitale e dei monitor. Essa scorre via. Solo un indugiare contemplativo è capace di conclusione.
Marina Petrillo chiude gli occhi e sogna, in questo modo la sua poesia è l’emblema della conclusione. Il rapido scambio di immagini e informazioni però rende problematicoe chiudere gli occhi, la conclusione contemplativa.
Mi piacerebbe che in tanto squillare di voci si rivolgesse l’attenzione a un poeta del passato che nel suo A Tanto Caro Sangue (1953- 1987) si è davvero dimostrato (e per primo) “l’emblema della conclusione”. Tutti gli altri non possono che esserne discepoli.
Nel quinto secolo d.C. Roma cade: per colpa dei cristiani, sostennero i pagani; per colpa dei pagani, dissero i cristiani.
Sant’Agostino rifiutò entrambe le interpretazioni e, in quel momento spartiacque, sviluppò la sua teologia della battaglia epocale fra due «città» contrapposte; non una città di cristiani e un’altra di pagani, ma di due tipi di «amori» che risiedono nel cuore d’ogni uomo:
– l’amore di sé, chiuso alla trascendenza (amor sui usque ad contemptum Dei),
– e l’amore che fa dono di sé e così trova Dio (amor Dei usque ad contemptum sui).
Qui, nel caso della ricerca poetica di Marina Petrillo, superando la lettura dei suoi versi in termini di tono, timbro, lessico, stile, si registra un cambio, un mutamento di paradigma nel come sentirsi nel mondo e nel come sentirsi di fronte agli altri, un mutamento di paradigma dell’amore: questo della Petrillo è un amore inteso come donarsi, un amore che di sé fa dono agli altri, un dono di parola, di parola di poesia.
Il resto, come meglio non si potrebbe, lo ha svelato Giorgio Linguaglossa nella lettura dei versi petrilliani.
Quanti sanno vedere la luce ancora viva di una stella morta?
SALMO
se dormi con la dea ricorda di allacciare i ruscelli
NECESSITA’ DI VENTO
le statue esiliate nel tunnel di onan hanno giorni stretti e occhi lunghi
FALSO MOVIMENTO
gettare amori in lacrime nel paesaggio non disseta il monumento
PERCUOTERE IL BARDO CON LO SCETTRO IMPERIALE
nell’insonnia della dogana distratta dormono gli asintoti del cugino di allah
DELIRIO POSTUMO
dalla verginita’ in corsa gettare gusci del tempo alle fabbriche assonnate
DALLA FERITA DEL TEMPO CADONO DONNE SCARLATTE
mentre ostie brune si lanciano nel fosso nichilistico
METHAPHYSIQUE JUANE
dal venerando sbuca una tempesta di puerpere e lanterne
IL PENSIERO È UN CRAMPO DELL’ANIMA
poi ci fu il gelo allarmante di un’arpa cresciuta in orfanotrofio
LES ENFANTS DU PARADIS
nel parco giochi il cipresso folle scacciava i morti con una nuvola araba
LO SCHELETRO DEL LIBERO ARBITRIO
dopo la muraglia ci fu il grido di Jeoshua
dopo il tabernacolo d’alto mare la veglia d’amore
dopo il groviglio francese l’orgasmo nel frullatore
dopo la vita apparente l’angelo mi disse lasciami andare
Ringrazio Don Fabrizio Centofanti per l’ospitalità sul blog e Giorgio Linguaglossa per l’acuto commento su “materia redenta”. Nel contempo, volgo il mio grato pensiero a coloro che hanno colto e amplificato alcuni aspetti della silloge poetica. Vorrei condividere in tal contesto, la mia nota iniziale, l’incipit che introduce i testi poetici:
Una scia di impensabile grazia sottende a volte la creazione. È l’atto sospensivo, la vertigine alla quale risalire come atto magico, gesto in infinito ripetersi. Un perimetro del molteplice dal quale sottrarre un minuto spazio generante. Il poeta nomina le cose, le riconosce o semplicemente le smarrisce per ritrovarle. Nell’indicibile, cela un alfabeto scritto con la mano sinistra e decifra soavi algoritmi. Tace nel silenzio di un albero cavo del cui respiro perde traccia. affanno del sentire. Si autoesclude come fosse monachesimo dello Spirito la parola tramutata in Verbo. Inciampa nel non detto e soffia la conoscenza come vaticinio, mito irrisolto. Nel sincronico agitarsi degli eventi, volge lo sguardo all’istante dell’assenza, quando il nulla abita ogni tempo e il pensiero è attesa. Giungerà salvifico forse uno scavo, un inciso tratto, un supposto aereo segnale, sinapsi neuronale, messaggio inconscio. Fonte alla quale attingere il nuovo codice a smarrimento di sé. Di ogni umana metafora.
Sappiamo della nostra presenza
ma non ci coglie
impreparati
il vuoto trafelare dei giorni
quando per ignoto sentimento
il ciglio della strada
ammette il suo travaglio
e slarga l’orizzonte.
Siamo qui
in un perduto gesto
mentre l’altro da noi
trasmigra in atto parallelo
o, tenue, diluisce in liquido amniotico
di altra vita specchio.
Partoriti siamo dunque
ma dal Sogno
cercando di vita in vita
la Madre.
*
Sebbene a tratti
la neve si sciolga
trafitta al sole
il suo chiarore permane
riflesso in forma di cristallo.
Si specchia Narciso alla fonte antica.
Il tragico volto
in angelo trasmuta.
ogni cosa
è colta nel suo cambiamento.
In sorriso
muove l’universo
se, nella magica danza
giunge il Bambino
ad impartire esempio.
Una foglia
offre il suo profilo al bosco.
Non nasce creatura
che non sia nel regale aspetto
divina.
Così Io Sono
e del silenzio
conosco il respiro
se, in attimo di eterno,
il cuore sussurra alfine
del Supremo il Nome.
*
Ebbi visione
di un giardino d’aria.
Non v’era alcun richiamo alla vita.
Solo spazio
in pulviscolo di cielo.
Una preghiera posta in verticale
sradicata al cosmo delle anime.
Implosa nell’azzurrità preziosa.
Una traccia della visione prima
del Creato
quando il Verbo nominava Cose
e l’aria ebbe da Colui che È
il respiro.
Ora torna a noi
nella brezza della sera
quando nulla più
può essere detto.
Poiché del solitario mondo
siamo seguaci
eletti
ma non amanti.
*
Preziosi pensieri volgono ad inizio
di tempo breve
smemori della bellezza posta al limite
di un tenue asfalto.
Lì trovano esilio carmini
papaveri riviventi a traccia di stelo
dal sogno adagiati quali anemoni
in flessuoso indugio raccolti.
Lo sguardo commuove il purpureo parto
germinando spazi al cui richiamo risponde
il segreto giardino.
Non torna a cogliere dell’oscurità
il soleggiato sospiro:
trama un fiore mai nato del tutto o forse
intuito nel tramontato sole di un
avverso occidente.
*
Fui sposa, in abito fetale.
Nel doppio vissi, da ombra di luce attraversata.
Limen rivelato in distillio di tempo
a calco di ignoto cammino.
Abitai dell’Ade l’obliqua ferita,
imene dei molti inganni.
Ad ombra di me indossai il sudario
abitando la solitudine degli Esseri Primi.
(La sposa fetale).
Non si ha mai visione nella sua interezza. Innumerevoli gli elementi che concorrono al disvelarsi della multiforme essenza. Le intuizioni giungono in barlume: ineffabile è ciò che resta. Il filo che lega ogni elemento si atomizza al remoto suo aspetto. Immagini sincroniche muovono, così il sogno integra il reale. E viceversa. Vita in rifrazione tratteggia confini inesistenti.
Grazie, Marina Petrillo