

Poesia è anelito al vero, preghiera collettiva che va mendicando un luogo in parola. Poeta è colui che tenta, in piena inadeguatezza, di farsi tale luogo, radicando il suo dire in lacerti d’assoluto, oltre le orizzontalità e contingenze del tempo.
Al pari d’ogni altro essere umano, chi vive in poesia è anima colata in un corpo, e come tale sente, nel punto d’incontro tra membra e soffio del pensiero, una tensione, una sdrucitura. È in questo divario che s’annida il conato del dire: tra l’essere verticale e trasparente, parte di un tutto, e l’esserci nel fluire, forma che scorre.
Per medicare tale distanza il poeta azzarda in parola un’intensità che imiti la Verità, quella oltre il confine: nei versi è costante il tentativo di fermare la crudeltà del labile splendore in un’icona.
Diceva Cristina Campo che l’idea precede la figura. Esiste cioè una notizia, spiritualmente intesa, che va a scivolare in una forma poetica per osare epifania, varco al sopramondo. Il poeta prova a tracciare un adito con il proprio operare tecnico: ritmi e assonanze, nitide metafore; accostamenti di etimi e fonemi. Ma la téchne sia solo colpo d’ala, mezzo e non fine: l’opera abbia levità, sprezzatura, custodisca l’enigma. E, pur nella consapevolezza dell’inevitabile fallimento, il messaggio provi a essere serio e leale, santo: un nido di esistenza. L’annuncio vestirà l’istante allora: sarà puntiforme andare dall’individuale all’universale, e rinsalderà il terrestre al celeste, la sostanza all’essenza, dando ristoro al senso profondo, pur indecifrato, del nostro misterioso esistere qui: gravati in materia, alati in spirito, inermi al precipitare del tempo, di fragile innocenza perpetui barbagli.
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mani tue chiare di nubi, le ampiezze
distese nell’erba di neve
s’inarca il cielo, un vulcano la sera
di vele il biancore la gioia
dono di palpebre serrami al tempo
vetri di brina l’aurora
ali nel sole quell’ombra del falco
terra tra gli aghi di pioggia
una parola ti chiedo che salvi
se i lupi dagli occhi di paglia
questo perdono ti chiedo, sbagliato
preghiera corona nell’ombra
gelo soave, gravità della luce
vertici bianchi, cordate al crinale
talento di quiete nel poco finire
il puro silenzio su un viso di rosa
(inedito, dicembre 2022)
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Isabella Bignozzi ha pubblicato, in poesia: Le stelle sopra Rabbah (Transeuropa 2021) e Memorie fluviali (MC edizioni, collana Gli insetti, a cura di Pasquale di Palmo); in prosa: Il segreto di Ippocrate, romanzo storico a memoriale edito da La Lepre edizioni. Scrive per «Pangea» e per «L’Astero Rosso».
[Immagine di Daniele Ferroni]

Il luogo che mendica una parola, il nido d’esistenza che aspetta il suo fonema per restituirsi/ci nella reciproca incarnazione delle forme, poesia nuda, ancestrale e per questo richiamante e vera quella di Isabella Bignozzi. Ottima scelta Fabrizio.
Tra tramonto, il sogno,e un altro giorno sono degli spazi dove , passandoci, lascio indietro tutto che potrebbe essere male.E la poesia!