Percepire è riconoscere ciò che soltanto ha valore, ciò che soltanto esiste veramente. E che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?
Cristina Campo
Noi viviamo in un mondo dove l’incessante proliferazione di immagini impedisce la visione. Lo spazio è divenuto un mero aggregato di segni irrelati, di significanti senza significato: una sorta di schermo opaco, un buco nero nel quale corpi ed oggetti collassano. L’individuo postmoderno è colui che guarda per non vedere: per non vedere, in definitiva, quel nulla che lo circonda e che la società del simulacro – dove la simulazione sostituisce la realtà fino a divenire più reale di ciò che imita – tenta in ogni modo di nascondere. Ebbene la poesia, oggi più che mai, deve opporsi a tutto questo, e deve restituire alla parola (e all’immagine, perché il poeta pensa per immagini) la capacità di creare delle fenditure in questa cappa di insignificanza che ci opprime.
Deve recuperare la verticalità, l’anelito all’assoluto e alla trascendenza, proprio in quanto la nostra società cerca al contrario di inchiodare l’essere umano allo spazio e al tempo, e di eliminare dalla sua esistenza ogni traccia metafisica e spirituale, privandolo di quella dimensione sovrarazionale e sovraterrena capace di vivificare le cose e gli eventi, di riconoscere in essi manifestazioni e simboli di realtà superiori. Solo volgendo il proprio sguardo a queste realtà essenziali e atemporali, situate in un piano che è al di là del mondo puramente corporeo e psichico (il quale, purtroppo, sembra essere l’unico contemplato dalla poesia contemporanea), il poeta potrà vedere nel divenire l’epifania dell’Essere, e nella molteplicità nient’altro che l’effondersi dell’Uno; solo così, attraverso una parola resa trasparente, potrà pervenire a quel silenzio, a quella sorgente ineffabile alla quale ogni parola (ogni suono) aspira a ritornare. La poesia deve avere come stella polare la bellezza e la verità nell’accezione platonica di questi termini: la verità, in greco aletheia, è letteralmente la “non dimenticanza”, e la bellezza è ciò che permette all’uomo di ricordare quello che ha dimenticato, di riappropriarsi di quel tesoro che giace nascosto nel cuore di ognuno, quel “fondo di onniscienza” di cui parlano i testi buddisti. La parola poetica, e l’arte in generale, divengono allora un ponte proteso verso l’Infinito, una breccia che consente di evadere dalla prigione dell’io. Solo in questo modo il poeta può recuperare la facoltà di percepire l’inappariscente, cioè quelle manifestazioni del reale talmente impercettibili, segrete e silenziose da sfuggire ai sensi; inappariscente è tutto ciò che non può essere mercificato, tutto ciò che sfugge alla logica dello scambio e del profitto. L’inappariscente è quell’effimero che non vuole durare, perché a una concezione puramente quantitativa (e quindi economica) del tempo, al tempo concepito come successione, preferisce l’istante, cioè quella contrazione improvvisa e discontinua di ogni continuità, la quale non è altro che l’irrompere (verbo caro a Meister Eckhart) dell’eternità nel tempo. Ecco, dobbiamo imparare a cogliere e custodire questo istante, a prenderci cura di quell’inappariscente il quale, nella civiltà del brutto e del frastuono, può svelare all’uomo quella verità e quella bellezza che l’umanità odierna non solo ha dimenticato, ma che sembra anche incapace di riconoscere.
Non si accade, nel dispiegato
mattino dei prati,
affinché storia sia qui,
dove riluce il sangue
immemorabile.
C’è un istante fuori
dal tempo, lontano
dagli annali dell’orrore.
Vedi, gli uomini passano.
I semi che scomparvero,
fioriscono.
Da Il silenzio degli oracoli, L’Arcolaio, 2021
NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA
Flavio Ferraro è nato a Roma nel 1984. Poeta, saggista, studioso di dottrine metafisiche e traduttore, scrive articoli per diverse riviste e giornali online, alcuni tradotti in inglese e pubblicati su riviste straniere. Tiene conferenze su molteplici tematiche, e viene ospitato regolarmente nel programma radiofonico Poesia e musica italiana, in onda su Radio Cantù. Tra i suoi libri di poesia: Sulla soglia oscura (La Camera Verde, Roma 2010); Da un estremo margine (La Camera Verde, Roma 2012); La direzione del tramonto (Oèdipus, Salerno 2013); La luce immutabile (La Camera Verde, Roma 2019). Tutta la sua produzione poetica è ora raccolta nel volume Il silenzio degli oracoli (L’Arcolaio, Forlimpopoli 2021). Sempre nel 2021 è uscita la sua traduzione delle Odi di John Keats (Delta 3, Grottaminarda 2021). Per la saggistica ricordiamo La malvagità del bene. Il progressismo e la parodia della Tradizione (Irfan, San Demetrio Corone 2019). Il suo articolo Vedere l’invisibile: l’arte di Alessandra Maxàculi – dedicato alle opere dell’artista italo-greca – è stato inserito nel catalogo della mostra Eccentrici e Solitari, curata da Vittorio Sgarbi e tenutasi a Sutri presso il Museo di Palazzo Doebbing. Sue poesie e traduzioni (da Keats, Shelley, Dylan Thomas) sono apparse su numerose riviste online e cartacee. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, arabo e spagnolo.



“La vostra arte contribuisca all’affermarsi di una bellezza autentica che, quasi riverbero dello Spirito di Dio, trasfiguri la materia, aprendo gli animi al senso dell’eterno”, scriveva Giovanni Paolo II agli artisti.
Le parole, i versi di Flavio Ferraro incarnano pienamente questo auspicio.