Ho iniziato a scrivere intorno ai vent’anni. Poesie e racconti. Ero soprattutto lettore appassionato di narrativa (in particolare di quella tedesca, russa e francese). A quel periodo risale la lettura di Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Majakovskij, Pasternak; e di Goethe, di cui mi incuriosiva anche la grandezza di genio eclettico, la sua lunga e produttiva esistenza monumentale.
Intorno ai quarant’anni la scrittura di poesie è diventata invece preminente, iniziando anche a collaborare con note di lettura con riviste soprattutto on line (prima tra tutte Italia Libri).
Sento forte e ineludibile la vocazione a scrivere, a farlo come meglio posso. Forse un tentativo di salvezza dalla superficialità e dalla fretta che sempre incombono, e che non permettono di intuire né di esprimere sé stessi fino in fondo.
La scrittura poetica è per me lo spazio del silenzio e del raccoglimento, del tempo lento e solitario in cui esprimere il mondo percepito, elaborare pensieri, fantasie, architetture di suoni e di ritmi attraverso un’attenta disposizione delle parole. Impegno testimoniale ma anche sensibilità nella scelta dei materiali, cercando di evitare termini, immagini e stilemi abusati. Non si può scrivere, certo, come cento, duecento anni fa, o dare centralità solo a sentimenti ed emozioni, pur autentici, ma non mi ritrovo neppure nel solco di un canone che privilegia esclusivamente la ricerca formale.
Qualunque sia l’origine di un verso e di una poesia (flatus vocis e ordito ritmico, pensiero, percezione, stato d’animo) a fare la differenza tra la lingua standard e quella poetica è l’eticità, l’urgenza, l’intenzionalità di quest’ultima: da intendersi come impegno e rigore nella selezione e trattazione dei temi, nell’ascolto paziente di un testo in fieri per modellarlo come esso stesso ci suggerisce. La forma non può essere ingenua, spontanea (nelle parole, nella sintassi, nella struttura). Il testo non può non confrontarsi con la storia e con la cronaca, con la tradizione letteraria e artistica.
In conclusione, non ritengo la poesia il tabernacolo sacro ed esclusivo della lingua, ma il luogo libero, aperto della testimonianza storica e sensoriale, del pensiero, dello sguardo, della preghiera, del gioco di suoni e di ritmi dentro quella che si ritiene essere la migliore (ma opinabilissima) organizzazione di parole tra le tante possibili; facendo proprie, della tradizione retorica, letteraria e di pensiero, la ricchezza e la complessità, ricordando che la poesia è forma d’arte caratterizzata da sintesi e polisemia, ma che neanche questo è un dogma, essendo la poesia un’arte libera dentro un ordine, inevitabile quanto autoimposto.
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Da Il grande tempo è ora (Arcipelago Itaca, 2021)
Padri
La tua Mercedes, padre
tagliava il catrame della notte,
e io tremavo nell’attesa.
A dodici anni odiavo le armi
temevo il buio e la tua ira.
Poco sapevo di te, cosa facessi.
Brutale me lo disse una voce,
una sera, dalla penombra di un bar,
da allora, più sentita.
Tu, mamma, docile e distante
sedata dai farmaci.
La casa di notte vibrava
di passi e fruscii
non sempre immaginari.
Inquieti tu e io pronti
all’irruzione della bestia,
al tuono di un fucile,
al boato del tritolo.
L’acqua scendeva
da rubinetti d’oro,
ma ogni tua parola, padre
scuoteva come un pugno.
Il tuo timbro era quello
potente del padrone
che rientrava incolume,
anche quella notte
Le ciurme
Il bivacco di manipoli
la legge Acerbo
le parole inascoltate di Turati
e Matteotti, i militari
in assedio fuori dal Palazzo.
Le ciurme non sono mai
sconfitte dalla storia
muoiono e riaffiorano,
pronte a sostenere sull’attenti
nuovi narcisi e prepotenti.
Le mogli dei comandanti, decaduti
la notte fanno un giro nella rete;
con le amiche scambiano
rimedi contro l’ansia
consigli su come riconquistare la scena.
Confondono, rientrate nelle camere
i sogni dei mariti con i loro.
Come in una sbornia triste
piangono ciò che è andato perso.
Col rotocalco amico concordano
foto e intervista in esclusiva.
È gelatina che esonda,
la moltitudine,
che vedi quando monta e la direzione,
mai la logica.
L’ultimo ad andartene
Hop, un colpo di reni
e sei di nuovo in piedi.
Quante albe
energie
e dolci ore.
Scoprirsi vivi,
ogni mattina,
e in salute.
Liberi.
Sapere che in realtà
non ci sarà giudizio
per l’agire buono o cattivo.
Che tutto è prossimo allo zero
nella memoria che si sgretola.
Passa perciò sereno la vacanza
porta con te una sdraia
ombrellone e borsa frigo.
Sii l’ultimo ad andartene
cantando, a passo lento,
da gran figo.
Scriba
Immagina un quadro
dove sfondo e soggetto
mutano di continuo. E tu
che reperti in un libro
il solo fotogramma che hai visto.
Seguono a fatica gli occhi
le immagini rapide
che si susseguono.
Diavoli e santi s’alternano
sulle piazze e nei vicoli,
su prati e laghi insalubri;
mentre il mare si ingobba spaventevole.
E tu che hai lenta e confusa la vista
sei lo scriba di una storia infedele.
*
Giovanni Nuscis è nato nel 1958 ad Ancona, dal 1973 vive a Sassari.
Laureato in giurisprudenza, ha lavorato negli uffici giudiziari come direttore amministrativo; per quindici anni è stato responsabile dell’Ufficio formazione presso la Corte d’Appello di Sassari.
Ha pubblicato i libri di poesia:
Il tempo invisibile (Book Editore, Castelmaggiore, 2003)(Premio Nazionale di poesia “Alessandro Contini Bonacossi” ed. 2003, come opera prima);
In terza persona (Manni, Lecce, 2006);
La parola data (L’arcolaio di Gianfranco Fabbri, Forlì 2009)
Transiti (Quaderni di Poiein a cura di Gianmario Lucini – Puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2010)
Il grande tempo è ora (Arcipelago Itaca, 2021). Premio della giuria nel Premio Lord Byron Porto Venere Golfo dei poeti ed. 2022; 1° Premio al 63° Festival internazionale di letteratura “Sandomenichino”, ed. 2022; Menzione d’onore nel Premio Lorenzo Montano ed. 2022; segnalazione nel Premio Internazionale di poesia “Poesia Onesta”, ed. 2022; opera selezionata al Premio Internazionale di letteratura “Città di Como”, ed. 2022.
Per la poesia inedita, 1° classificato al Premio David Maria Turoldo ed. 2005 organizzato dall’Associazione Poiein; per la sezione raccolta inedita, segnalazione al Premio Lorenzo Montano nell’edizione 2008 e menzione d’onore in quella del 2021.
E’ inserito in diverse antologie poetiche tra le quali l’Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea n. 4 Sardegna (Raffaelli Editore, 2016).
Ha collaborato con varie riviste.
Fa parte dal 2008 della redazione del litblog collettivo “La Poesia e lo spirito” (www.lapoesiaelospirito.wordpress.com ).
Ha un blog personale, Transito senza catene (www.giovanninuscis.wordpress.com ), dedicato alla poesia, alla letteratura e all’attualità.



Una poetica vitale e palpitante, che entra nelle pieghe dell’esistenza e aiuta a “scoprirsi vivi, ogni mattina”.
Condivido la visione di Giovanni Nuscis, la poesia come urgenza etica e luogo di meditazione (‘raccoglimento’, ‘tempo lento’). I suoi testi ne sono il frutto, sempre più maturo, utili esempi per chi si avvicinano per la prima volta alla poesia contemporanea.