La parola ai poeti. Giovanni Nuscis

Ho iniziato a scrivere intorno ai vent’anni.  Poesie e racconti. Ero soprattutto lettore appassionato di narrativa (in particolare di quella tedesca, russa e francese). A quel periodo risale la lettura di Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Majakovskij, Pasternak; e di Goethe, di cui mi incuriosiva anche la grandezza di genio eclettico, la sua lunga e produttiva esistenza monumentale. 

Intorno ai quarant’anni la scrittura di poesie è diventata invece preminente, iniziando anche a collaborare con note di lettura con riviste soprattutto on line (prima tra tutte Italia Libri). 

Sento forte e ineludibile la vocazione a scrivere, a farlo come meglio posso. Forse un tentativo di salvezza dalla superficialità e dalla fretta che sempre incombono, e che non permettono di intuire né di esprimere sé stessi fino in fondo.

La scrittura poetica è per me lo spazio del silenzio e del raccoglimento, del tempo lento e solitario in cui esprimere il mondo percepito, elaborare pensieri, fantasie, architetture di suoni e di ritmi attraverso un’attenta disposizione delle parole. Impegno testimoniale ma anche sensibilità nella scelta dei materiali, cercando di evitare termini, immagini e stilemi abusati. Non si può scrivere, certo, come cento, duecento anni fa, o dare centralità solo a sentimenti ed emozioni, pur autentici, ma non mi ritrovo neppure nel solco di un canone che privilegia esclusivamente la ricerca formale.

Qualunque sia l’origine di un verso e di una poesia (flatus vocis e ordito ritmico, pensiero, percezione, stato d’animo) a fare la differenza tra la lingua standard e quella poetica è l’eticità, l’urgenza, l’intenzionalità di quest’ultima: da intendersi come impegno e rigore nella selezione e trattazione dei temi, nell’ascolto paziente di un testo in fieri per modellarlo come esso stesso ci suggerisce. La forma non può essere ingenua, spontanea (nelle parole, nella sintassi, nella struttura). Il testo non può non confrontarsi con la storia e con la cronaca, con la tradizione letteraria e artistica. 

In conclusione, non ritengo la poesia il tabernacolo sacro ed esclusivo della lingua, ma il luogo libero, aperto della testimonianza storica e sensoriale, del pensiero, dello sguardo, della preghiera, del gioco di suoni e di ritmi dentro quella che si ritiene essere la migliore (ma opinabilissima) organizzazione di parole tra le tante possibili; facendo proprie, della tradizione retorica, letteraria e di pensiero, la ricchezza e la complessità, ricordando che la poesia è forma d’arte caratterizzata da sintesi e polisemia, ma che neanche questo è un dogma, essendo la poesia un’arte libera dentro un ordine, inevitabile quanto autoimposto.

*

 

Da Il grande tempo è ora (Arcipelago Itaca, 2021)

Padri

La tua Mercedes, padre

tagliava il catrame della notte,

e io tremavo nell’attesa.

A dodici anni odiavo le armi

temevo il buio e la tua ira.

Poco sapevo di te, cosa facessi.

Brutale me lo disse una voce,

una sera, dalla penombra di un bar,

da allora, più sentita.

Tu, mamma, docile e distante

sedata dai farmaci.

La casa di notte vibrava

di passi e fruscii

non sempre immaginari.

Inquieti tu e io pronti

all’irruzione della bestia,

al tuono di un fucile,

al boato del tritolo.

L’acqua scendeva

da rubinetti d’oro,

ma ogni tua parola, padre

scuoteva come un pugno.

Il tuo timbro era quello

potente del padrone

che rientrava incolume,

anche quella notte

Le ciurme

Il bivacco di manipoli

la legge Acerbo

le parole inascoltate di Turati

e Matteotti, i militari

in assedio fuori dal Palazzo.

Le ciurme non sono mai

sconfitte dalla storia

muoiono e riaffiorano,

pronte a sostenere sull’attenti

nuovi narcisi e prepotenti.

Le mogli dei comandanti, decaduti

la notte fanno un giro nella rete;

con le amiche scambiano

rimedi contro l’ansia

consigli su come riconquistare la scena.

Confondono, rientrate nelle camere

i sogni dei mariti con i loro.

Come in una sbornia triste

piangono ciò che è andato perso.

Col rotocalco amico concordano

foto e intervista in esclusiva.

È gelatina che esonda,

la moltitudine,

che vedi quando monta e la direzione,

mai la logica.

L’ultimo ad andartene

Hop, un colpo di reni

e sei di nuovo in piedi.

Quante albe

energie

e dolci ore.

Scoprirsi vivi,

ogni mattina,

e in salute.

Liberi.

Sapere che in realtà

non ci sarà giudizio

per l’agire buono o cattivo.

Che tutto è prossimo allo zero

nella memoria che si sgretola.

Passa perciò sereno la vacanza

porta con te una sdraia

ombrellone e borsa frigo.

Sii l’ultimo ad andartene

cantando, a passo lento,

da gran figo.

Scriba

Immagina un quadro

dove sfondo e soggetto

mutano di continuo. E tu

che reperti in un libro

il solo fotogramma che hai visto.

Seguono a fatica gli occhi

le immagini rapide

che si susseguono.

Diavoli e santi s’alternano

sulle piazze e nei vicoli,

su prati e laghi insalubri;

mentre il mare si ingobba spaventevole.

E tu che hai lenta e confusa la vista


sei lo scriba di una storia infedele.

*

Giovanni Nuscis è nato nel 1958 ad Ancona, dal 1973 vive a Sassari.

Laureato in giurisprudenza, ha lavorato negli uffici giudiziari come direttore amministrativo; per quindici anni è stato responsabile dell’Ufficio formazione presso la Corte d’Appello di Sassari.

Ha pubblicato i libri di poesia:

Il tempo invisibile (Book Editore, Castelmaggiore, 2003)(Premio Nazionale di poesia “Alessandro Contini Bonacossi” ed. 2003, come opera prima);

In terza persona (Manni, Lecce, 2006);

La parola data (L’arcolaio di Gianfranco Fabbri, Forlì 2009)

Transiti (Quaderni di Poiein a cura di Gianmario Lucini – Puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2010)

Il grande tempo è ora (Arcipelago Itaca, 2021). Premio della giuria nel Premio Lord Byron Porto Venere Golfo dei poeti ed. 2022; 1° Premio al 63° Festival internazionale di letteratura “Sandomenichino”, ed. 2022; Menzione d’onore nel Premio Lorenzo Montano ed. 2022; segnalazione nel Premio Internazionale di poesia “Poesia Onesta”, ed. 2022; opera selezionata al Premio Internazionale di letteratura “Città di Como”, ed. 2022.

Per la poesia inedita, 1° classificato al Premio David Maria Turoldo ed. 2005 organizzato dall’Associazione Poiein; per la sezione raccolta inedita, segnalazione al Premio Lorenzo Montano nell’edizione 2008 e menzione d’onore in quella del 2021.

E’ inserito in diverse antologie poetiche tra le quali l’Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea n. 4 Sardegna (Raffaelli Editore, 2016).

Ha collaborato con varie riviste.

Fa parte dal 2008 della redazione del litblog collettivo “La Poesia e lo spirito”  (www.lapoesiaelospirito.wordpress.com ). 

Ha un blog personale, Transito senza catene (www.giovanninuscis.wordpress.com ), dedicato alla poesia, alla letteratura e all’attualità.

2 pensieri su “La parola ai poeti. Giovanni Nuscis

  1. S&R

    Una poetica vitale e palpitante, che entra nelle pieghe dell’esistenza e aiuta a “scoprirsi vivi, ogni mattina”.

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  2. Antonio Fiori

    Condivido la visione di Giovanni Nuscis, la poesia come urgenza etica e luogo di meditazione (‘raccoglimento’, ‘tempo lento’). I suoi testi ne sono il frutto, sempre più maturo, utili esempi per chi si avvicinano per la prima volta alla poesia contemporanea.

    Rispondi

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