La parola ai poeti. Lamberto Garzia

LA COMBINE O ALLEGORIA DELL’ ATTUALE POESIA

 

Il non ancora pece, ma quasi: delle mie divinità (non eroi o semidei) che, pur giacendo in terra, non si erano prodotte in astute o necessarie metamorfosi: divinità in terra, quindi: fino al  6 aprile 1987,Caesars Palace , Las Vegas: mai in me un declinare di entità supreme così repente; un fulmine che mi abbuiò gli occhi per pochi istanti, ma l’anima per un lungo lasso di tempo. 

  L’aringo, l’anello quadrangolare all’esterno del Palace, nel suo parcheggio: indizio, presumibile, che non si era a spettacolo di fronte ai monti Olimpo ed Otri e divinità darsi battaglia con pietre e frecce di fuoco; un cartone animato antidiluviano e quasi a tartaruga nel proiettato, prima dell’avvento dinamico di Walt Disney, simili a quelli che vedevo al cinema dell’Oratorio Don Bosco: sgraziati, involontariamente comici, irreali nell’irreale narrato, ma intanto ci credevo e con qualcuno di loro, facendomelo fratello, contro altri ci combattevo, mitizzavo, e dardi incandescenti verso il nemico nel dormiveglia, la sera; quando ancora ci credevo.

  L’ingaggio, sommando i due contendenti, raggiungeva la cifra record di 29 milioni di dollari: 18 al re, al detentore, al Caesar del Pugilato, di ben tre corone iridate in tre differenti sigle: WBC (World Boxing Council), WBA (World Boxing Association), IBF (International Boxing Federation), 11 allo sfidante.

In cartellone, nella  riunione, erano previsti altri incontri, incasellati nello spazio mediatico del sottoclou, che a detta di chi era presente (in Italia, ovviamente, non vennero trasmessi), l’inimitabile Rino Tommasi, se ricordo bene, ma potrei sbagliare, non sfigurarono di certo in relazione al  fight of the year, dove alcuni, in contraltare ellittico, intendevano combattimento del decennio, altri, in iperbole oltre confine, del centennio; altri, in iperbato  mentale e delirio alcolico, del millennio… e via via fino ad arrivare al big bang o all’entropia biblica o allo sgocciolamento seminale nipponico.

The Fight: Hagler Vs Leonard.

 

The Fight: non tanto diverso da come gli inglesi, senza velata supponenza, chiamano il torneo tennistico di Wimbledon: The Championships.

 

Lo scrittore Viktor Sklovskij, in una geniale intuizione (forse ed anche o soprattutto un divertissement), nel “Punteggio di Amburgo”, reporta, quasi fosse un Rino Tommasi ante litteram, facendo uno sfizioso parallelismo con la letteratura, dell’atto del combattere e dello scorrere a rimbalzo ubriaco dei dadi truccati sul sudario smeraldino: sorprendente in toto, un gioco falsato, insomma.

 

Il punteggio di Amburgo  è importantissimo.

Tutti gli incontri di lotta sono truccati. Gli atleti si fanno mettere con le spalle a terra secondo le istruzioni dell’impresario. Ma una volta l’anno si riuniscono ad Amburgo in una osteria e lottano a porte chiuse, con le tende tirate. Lottano a lungo, pesantemente, senza eleganza.

Il punteggio di Amburgo serve a stabilire la classe reale di ciascun lottatore e ad evitare il totale discredito.

Anche in letteratura non se ne può fare a meno.

 

Il punteggio di Amburgo, l’effettivo valore, tralasciando il contenuto del libro, in me che era il solo punteggio che nel pugilato potesse esistere, non esiste più, e a sostituzione in data 6 aprile 1987 il punteggio di Las Vegas e dei giudici paludati: 

 

Leonard 144, Hagler 142 (il primo)

Leonard 146, Hagler 145 (il secondo)

Leonard144, Hagler 143 (il terzo)

 

Cosa certa – tralasciando la beffarda mimetica valutazione numerica (come se qualcuno potesse dire “guarda, ha perso per pochissimo, non è poi…”, o un altro “guarda, anche se per poco ha vinto, Marvin non ha certo…), i pochi pugni che si sono scambiati e quei pochi che al contatto del corpo nemico trasformavano i   guantoni in pelle di vitello 8 once in scadente gommapiuma, o da last but not least che Leonard non era più e neanche biologicamente poteva essere il fantastico atleta del 1980 e che Hagler era quasi all’apice della forma, è che da una combine (ablazione ingannevole  di una o più facce dei dadi da gioco) si possa decretare la caduta degli dei.

 

L’ULTIMO ROUND 

O L’ALLEGORIA DELL’ULTIMA POESIA

 

Su ciò che è non simulazione o non dissimulazione, ho ripensato, procedendo gambero, all’epico incontro Thrilla in Manila del 1° ottobre 1975: Cassius Clay–Joe Frazier, la Matanza de Quezon City, sobborgo della capitale filippina e nascita altra di un mito collettivo imperituro, col sorgere, come sovente accade, di un Mistero risolto in parte, e non dal e per il sottoscritto.

Per alcuni l’incontro più intenso della storia del pugilato, per altri il più cruento, per altri a letto i bambini e per me, semplicemente: l’Incontro, da non confondere nel titolo col capolavoro The fight di Norman Mailer (in Italia tradotto La sfida), altro contesto, altro avversario di Clay (l’overman infernale George Foreman) e altro modo, nello scrittore statunitense, di relazionarsi al lettore, dove tra le superbe pagine di fiction – non fiction non c’è cedimento a finzione fine a se stessa, a differenza – come direbbe o ha già ha detto qualcuno, quasi a volermi lazzerare – del di me autore, che altro non fa che far finta di rivolgersi direttamente allo spettatore/lettore, cercando di affabularlo in una storia senza storia, in una mimica verbale recitatoria dalla trama discontinua, pregna di annotazioni esistenziali dispersive.

 

Tra il quattordicesimo e il quindicesimo round e quindi tre minuti alla fine del match, il secondo di Frazier con un rasoio taglia parte o parti del viso tumefatto del suo pugile, sperando il sangue, una volta liberato, riesca a trovare giusti rigagnoli.

Dall’altro angolo, Clay (a me sempre stato in antipatia, ma indubbio Campionissimo e indubbio fenomeno sociale, un po’ come i Beatles), con le braccia abbattute alle corde sembrava quasi non riuscire a respirare, sguardo a sguardo con la morte, che sembrava fargli l’occhiolino grifagno.

Il sudore dei due pugili faceva appiccico con quello del numeroso pubblico, in quell’arena priva di aria condizionata, con un’umidità elevatissima e temperatura incandescente, resa ancor più alta dalle urla, reiterate per quattordici round, dei filippini, tese a incitare ora l’uno ora l’altro, ma più per l’uno e quell’uno era Muhammad Alì alias Cassius Clay o Marcellus Cassius («Se io fossi un buffone qualsiasi, o fossi avvezzo a svilire con volgari giuramenti il mio affetto al primo venuto che mi assicuri il suo; se ti risulta che scodinzolo con le persone e prima le abbraccio forte e poi le calunnio…») e i fari che dall’alto ardevano il ring: un inferno da tremito.

«Siediti, figliolo, è tutto finito…», Eddie Fucht, l’allenatore (di Frazier o del sottoscritto?), senza riuscire a guardarlo nell’incavo degli occhi: ma non per timore o altro, ma perché il sinistro era completamente chiuso e l’altro poco mancava.

«Angelo, tagliami i guantoni, tagliali… via…», Clay, l’uomo vero e non il buffone, ad Angelo Dandee, il suo coach, un genio dell’arengo, come d’altronde Mister Fucht.

 

(Roberta, tagliami, toglimi la penna, toglila… via!)

 

“Quest’uomo è un grande padre, ha una famiglia che ama e sono così vicini a lui (nell’amore). Non voglio che finisca come un vegetale e non veda crescere i suoi figli”, aveva pensato Eddie, vedendo il sangue rappreso fuori dalla bocca del suo bambino.

 

«Alzati, Frazier sta per lasciare…», Dandee, appena finito di tamponare il viso del suo pupillo, del campione autentico; in quell’istante.

«Siediti, figliolo, è tutto finito, ma nessuno dimenticherà mai quello che hai fatto, qui, oggi…», sottovoce, tra il disappunto muto, dettato dal solo istinto, quello guerriero, di Smokin’ Joe: l’uomo dai pugni fumanti.

Dall’angolo di Frazier gettano la spugna, i guanti di Clay non sono stati tagliati, ma le sue gambe sì, raggiunge a malapena il centro del ring e sviene, sorretto dai suoi secondi.

  Nel dopo Matanza, Eddie Fucht, si ritrovò gommato di domande, tutte più o meno uguali…

«Non sono un cronometrista, io sono un allenatore di pugili», laconico, a chi sosteneva che Frazier avrebbe meritato, avrebbe dovuto avere la chance di fare ancora un ultimo round, soltanto 3 minuti, 180 secondi… anche Alì era lì per abbandonare, forse non si sarebbe rialzato… ancora un ultimo gong…

«Non sono mai stato così vicino alla morte», il commento alla riunione del come lui giustamente (e da parte mia per rispetto) si volle chiamare: Muhammad Alì, l’onorato.

 

Il Mistero del quindicesimo round fantasma.

Quanta allegoria in questa assenza con la letteratura o la vita, che è ben inteso altra cosa della vita; un’allegoria dell’allontanamento, di una certa forma di nostalgia di un qualcosa che (esistendo) non più si ripeterà e lentamente dilama, pur non essendo nella (in)-realtà, a tutti gli effetti, mai esistito sotto forma di quantità intensiva il round numero 15, anche se esso è stato, altrimenti come si spiegherebbe questo procedere verso ipotesi di luogo o meta, strascinandomi dentro questa cosa, che altro non so chiamare che come Cosa?

 

Fra le tante, io: in domande e risposte.

«Se Frazier si fosse alzato, o l’allenatore gli avesse detto, vai, ancora un round, l’ultimo, smoking… medesima cosa avrebbe fatto Clay, o chiesto nuovamente la lacerazione dei guantoni?».

«Sì, entrambi…», l’essenza del Bushido è prepararsi alla morte, mattina e sera, in ogni momento della giornata, e qui vale anche per il pugilato, o meglio per questo e solo specifico incontro: o per l’ultima poesia.

Un pensiero su “La parola ai poeti. Lamberto Garzia

  1. paolo valesio

    Un testo (romanzo-diario o poesia o che altro sia) eccellente e percussivo o percutente –– uno dei migliori che abbia letto finora nel blog.

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