La parola ai poeti. Lorenzo Mari


Per dare una risposta che probabilmente non è una risposta a una domanda che non è soltanto una domanda (ma anche
un segno di amicizia da parte di chi la estende, un segno che richiede e, soprattutto, che provoca gratitudine) su una questione, la “poesia”, che quasi sicuramente non è più tale (ovvero immediatamente o facilmente riconoscibile come tale), propongo un mio testo tratto daSoggetti a cancellazione (Arcipelago Itaca, 2022).

Non lo faccio con la sicumera – peraltro ampiamente legittima, nel caso specifico – di Giuseppe Ungaretti, al quale attribuisco, andando a memoria, l’aneddoto per il quale gli fu chiesto quale fosse il significato di una certa poesia e Ungaretti, per tutta risposta, rilesse quel testo per intero, senza commentarlo. Non lo faccio nemmeno con la sicumera, diametralmente opposta, di chi – non avendo, magari, nulla da dire – costruisce una dichiarazione di poetica che – magari, mantenendo le apparenze di un discorso super partes, o comunque che rifugge il gioco delle parti – difenda il proprio operato e quello del proprio circolo ristretto.

Parto, anzi, da quest’ultima posizione – propongo un mio testo, che io considero “brutto”, come “brutto” e ancor più “impoetico” è tutto ciò che puzza di dichiarazione di poetica – ma cerco di evitare le secche dell’autodifesa (non petita) e provo a sottoporlo a verifica.

È un dialogo che non riesce sempre a essere tale, sviluppandosi a tratti, ed esclusivamente in base alla sintassi, come un discorso unico.Né dialogo né discorso, tuttavia, reggono allo sberleffo finale: «sceccu tu sceccu io». Non è semplicemente un giudizio di tipo moralista sull’eguale inesaustività – dunque inesauribilità, per chi ci vuol credere – di un discorso alternativamente monologico o polifonico, ma lo scacco di chi non sa «dividere il pane con il tempo». Lo rileggo come il presentimento dell’esistenza di una verifica di ispirazione e appiglio materialisti – diciamo, provvisoriamente, sull’inveramento della parola, e magari del suo inveramento rivoluzionario – che il testo non riuscirà di certo a superare.

In fondo, non regge nemmeno il canto evocato, nel più classico e abusato dei modi, sin dal primo verso e con l’invocazione di una figura leggendaria del canto popolare come Rosa Balistreri (tutto il testo presenta riferimenti più o meno palesi, e più o meno autentici, a una certa tradizione culturale siciliana, fino al minuscolo“fottersene” che per me è tuttavia un’importante eco di quanto già scritto in questo testo, il cui titolo rievoca Tutti dicono Germania Germania di Stefano Vilardo).

Non si tratta, insomma, di “andare al popolo”: è un gesto che nel tempo ha dimostrato i propri limiti… Eppure, il popolo, e le sue infinite metonimie, che vengono verso di noi chiedono comunque di essere ascoltate, prima che possiamo sentirci legittimati a parlare al loro posto… Qui ho scritto qualcosa di simile, ma non intendo nemmeno quel testo come una dichiarazione di poetica, bensì come qualcosa di aperto alla sua particolare verifica…

Il Canto, il Popolo (e ancora, anche se qui non c’è spazio per dirne: i Morti, il Viaggio, l’Eros, etc.) non mi importano molto, in fondo. Le maiuscole che si conferiscono a questi grandi, per semplificazione, “temi” sono funzione di classe. Mi importa di più la verifica continua, e dialettica, della parola nel rapporto con il silenzio, delle forme nel rapporto con l’informe, dell’individuale con il collettivo, etc. Quello che segue è soltanto un passaggio della verifica; poi, come scriveva un noto cultore delle verifiche, Franco Fortini, «Tutto è da contemplare. Tutto è da fare».

In un altro passaggio molto conosciuto fra le autrici e gli autori della mia generazione, però non sempre praticato nella sua interezza (in primo luogo da me, visto il fallimento, almeno parziale, di questa verifica: «La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi».

Si è continuato certamente a scrivere, ma quello che bisognava tenere sott’occhio, allo stesso tempo, è che nulla è sicuro perché La poesia non muta nulla (ma anche, con una mis-lettura almeno parzialmente capziosa, non muta quel che è sicuro). E quindi, se si vuole, questo “nulla” lo si contempli e lo si faccia; soprattutto, lo si sottoponga continuamente a verifica…

canta Rosa, canta, come
- sai, la vita è amara e
- noi siamo all’inferno
- carcerati, vuoti
- e a perdere
- mmmm: canta Rosa, o canta
- Mammy
- anche se tu non riconosci
- la voce perché canta, canta, canta
- oppure lalla, però
- a prescindere, che è come
- fottersene: non c’è spazio per
- nulla, neanche per un soldo, un soldo vero
- con questo scirocco che si è infestato agli
- alberi. una disgrazia, e intanto
- ehi – ehi – ammuninne
- non c’è tempo:
- Rosa o le altre, che possono tutto, ci stanno
- a osservare che poi scendono i morti, di nuovo
- la notte che segue ferragosto.
- hai dato qualcosa da mangiare, un conforto, per il loro
- ritorno?
- anche un pezzo di
- pane cunzato. sì, bravo,
- tu lalli
- e io divido il pane
- con il tempo,
- sceccu.
- io ti osservo, Rosa
- perché no? chi
- sacciu
- e poi sempre torna, quando torna il vento
- Mammy, a intrecciare
- i capelli. Sono tutte, sempre
- minchiate
- nei nostri giradischi.
- e senti se non senti,
- vedi se non vedi
- perché canti o lalli:
- a prescindere
- Mamadou è scampato al mare: senza occhi, senza ossa, senza braccia, senza muscoli, quindi senza sesso, si potrebbe dire
- dovremmo, dobbiamo sempre parlare del sesso, effettivamente, e Mamadou
- certamente senza soldi, ha la tempra!
- non si può togliere, se nasce come marchio:
         - come musica.
- hai visto tutta quella musica nella
- pelle che aspetta il marchio:
          - è già marchiata.
- parola non ancora detta, non ancora scritta
- eppure già sentita, dentro al fiato.
- e chissene:
- nel silenzio, Mammy intreccia capelli, non si rivolta sotto al giogo, e allora perché, a quel punto, con quali muscoli, rivoltarsi al
- cappio.
- mi votu e mi rivotu
- e si volta senza sonno anche Mamadou mentre intreccia i capelli
- che sembrano rasta
- in realtà Mammy intesse
- cappio, o taglia
- giogo
- oppure
- ma non ci ha detto niente: anche lui
- anche lei!
- fa di conto

mentre noi

– non dividiamo mai – anche se è poesia                  – il pane con il tempo – sceccu tu sceccu io

 


Un pensiero su “La parola ai poeti. Lorenzo Mari

  1. S&R

    La “verifica continua” della dialettica degli opposti, che sola permette di far emergere il tutto, “da contemplare e da fare”, perché se la poesia non muta nulla, il poeta però sa che “i sentieri sono tutti impossibili, e per questo la notte li percorre con calma”, come scriveva Lorca.

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