Provando senza successo a scrivere qualche pagina di “poetica” su invito di Fabrizio Centofanti, mi sono imbattuto in un file audio di cui non conservavo nessuna memoria, registrato dopo aver licenziato il mio secondo libro (Saggio sulla paura, 2022) a dodici anni dalla prima prova (Nuove poesie, 2010). Ne trascrivo il testo.
Mi decido a parlare dentro questa macchina perché non ho voglia di scrivere – e in un certo senso ho paura di scrivere – su quello che riguarda il mio rapporto con la poesia, o meglio su quello che io ho riversato nella poesia in questa prima parte di vita e intorno a quanto me ne rimane al giorno d’oggi, rispetto alle idee e al senso che alla parola poesia avevo dato in anni precedenti.
?Faccio questo licenziando un secondo libro che ho messo insieme, malgrado anni di profondissima sfiducia nei confronti della poesia, nei quali ho cercato di abbandonarla, riducendola a zero per lunghi periodi, cercando di sfibrarla e di fare in modo che non esistesse più, perché ero arrivato a odiare l’idea di poesia che era cresciuta in me, fino alla pubblicazione del primo libro. La questione è molto difficile perché non si tratta solo della poesia ma del rapporto che ho avuto con me stesso, dato che per un periodo l’identificazione con questo valore esistenziale-emotivo era stato portante.
?Quello che è successo dopo è stata una severissima messa in crisi dell’attività della poesia, perché mi vedevo preso fra due fuochi. Da una parte c’era la tendenza a rifugiarmi nella poesia come in una stanza privata nella quale dare senso alla parte di me che non coincide con l’aperta socialità. Il secondo fuoco era la frustrazione di questo rifugio, che però era anche un esercizio di bellezza e verità, una ricerca. Frustrazione che derivava da molti motivi, a cominciare dalla difficoltà di essere poeta, soprattutto al di fuori del meccanismo editoriale. La frustrazione derivava dalla difficoltà di pubblicare quello che scrivevo, e in secondo luogo da un’analisi del desiderio che spinge qualcuno – che spingeva me – a pubblicare e a cercare un pubblico di lettori.
?C’è un momento in cui la ragione dell’autore di poesia deve prendere atto della propria vanità, e io mi ribellavo a questo momento, perché nella profonda sfiducia che provavo nei confronti di me, degli altri e della poesia, lo consideravo l’apoteosi dell’inutilità. Scrivere poesia è inutile, soprattutto se si viene continuamente rifiutati, e soprattutto se non si vuole diventare un rappresentante, un agente di commercio del proprio io.
?Questo mi ha portato per un lungo periodo a nutrire quella sfiducia di cui dicevo prima, riversando delle profonde crisi personali in quanto di buono avevo costruito nella mia identità, e anche nella mia collocazione sociale, cercando di distruggere la poesia con la profondissima speranza, ma anche la fede, che questo esercizio di autodistruzione avrebbe lasciato dei brandelli intatti o comunque avrebbe reso visibile la parte di verità che eventualmente esisteva all’interno di quelle sillabe sempre più rare e rade che scrivevo solo quando non credevo di avere altre vie d’uscita.
?C’è stato un momento della mia scrittura che credo di vera perversione, un esercizio molto severo di autolesionismo, idealmente mirato a una scoperta di verità su sé stessi, in cui la poesia è coincisa con l’odio che imparavo a nutrire, il disprezzo, la vera disperazione, la depressione. Questo è l’unico momento di cui non c’è traccia nel libro – o solo tracce laterali – e che in sostanza ho deciso di cancellare. Devo licenziare i pochi versi sempre più disordinati e problematici che ho scritto negli ultimi sette anni – anche se danno un libro molto esile, fatto più sulle cassature che sulle inclusioni – per guardare con oggettività tutto il piombo della mia vita attuale e del passato prossimo.
?Un altro punto su cui mi sono interrogato spesso è perché i residui – addirittura gli escrementi – della mia vita dovrebbero avere un qualche tipo di dignità e quindi essere proposti a un lettore, pubblicati, stampati. Perché qualcuno dovrebbe essere interessato a leggere quello che filtra attraverso di me e attraverso le parole che mi viene di usare? A questa domanda non so ancora dare risposta, però a un certo punto, soprattutto quando ho capito (dopo anni di tentativi) che finalmente avevo davanti agli occhi una forma elementare, per quanto complessa, conclusa e forse conclusiva, ho visto anche la parte positiva dello scrivere versi, dell’aver scritto versi, e la parte positiva di tutto il discorso relativo alla ricerca di qualcuno che li legga, la motivazione per cui sottoporli a qualcuno: una parte di fiducia in fondo a un lunghissimo cammino fatto di cadute. E non è un caso che il libro abbia il titolo che ha, dopo averne avuti almeno due che consideravo definitivi.
?Non so dire cosa sia per me oggi l’esercizio della poesia e della scrittura in genere, è un campo che ancora non si è stabilizzato, ma ha ricominciato ad avere qualche aspetto di positività anche originaria, di quelli che aveva all’inizio. Però con un quanto di consapevolezza in più, dato dall’esperienza e da questo esercizio molto severo che alla fine ha lasciato qualcosa, per quanto traballante e poco certo.
?In qualche modo credo che questo esprima un valore, anche se non so qualificarlo e quantificarlo. Questo è l’unico atto di fiducia – non di fede – che posso fare nei confronti della scrittura e di tutto ciò che c’è dietro, nei confronti della poesia e di tutto ciò che c’è dietro, ovvero la realtà (la mia realtà, non scissa da quella degli altri). Adesso so che la poesia non è solo un rifugio né una consolazione, perché degli eventi traumatici ed estremamente duri hanno fatto in modo che questa mia attitudine non si perdesse.


