Penso a come dire questa fragilità che è guardarti
Mario Benedetti, da Tutte le poesie (Garzanti, 2017)
Penso a come dire questa fragilità che è scrivere cosa sia, o non sia, la poesia, tutta la poesia o una sua parte, ma ho timore ch’essa non sempre esista o almeno non sempre e non solo per noi.
Penso a come dire quella fragilità che è spiegare perché iniziai, molto tempo fa, a tentare il verso e perché, in modo fallimentare, io tenti ancora il non-tentabile per definizione.
Meno fragile sarebbe, per me, pensare e scrivere che la poesia (forse) non esiste e non esistono i poeti, se non in rare e fulminee occasioni (occasioni montaliane, occasioni a noi precluse).
Che quella “cosa” dall’etimo greco e operoso (poieo) sia esistita o addirittura sia disponibile a piacimento sulle scrivanie (oggi schermi, pardon) del nostro ego, è una questione annosa, aperta, ridicola e serissima insieme, mai risolta né da Beatrice né da Laura né tantomeno da Silvia, Clizia, Carla Dondi. Dopotutto, come può una cosa nata da un atto risolversi nella sua potenza? Come può un sostantivo femminile voler albergare nelle camere ottuse di un genere (sostantivo maschile)? Segnatamente: chi siamo noi per chiamare la “cosa” poesia, chiamarci poeti, dire cosa sia o cosa non sia la “cosa”, cosalizzare un rischio così grande d’essere nel e per il mondo? Lo scrisse qualcuno una volta, in un buon libretto di cui non ricordo titolo e autore, che la poesia non esiste, ma esiste solo quando leggi – o meglio ascolti dentro, senti – un fatto e ti dici “sì, questa cosa qui, proprio questa, questa e non altre, questa non può essere altro che una poesia”. E vorrei estendere lo stupore, vorrei aggiungere “… e colei o colui che ha scritto questa così qui, questa poesia, è un poeta, ma è un poeta solo qui, solo in e attraverso questo testo, non un poeta sempre, non un poeta in assoluto, non un poeta perché ha scritto cinque libri di ‘presunta-cosa-qui’, non perché usa la rima, non perché ha vinto dei premi letterari, ma solo qui, adesso”. E vorrei aggiungere, ancora, proditoriamente, che uno è poeta anche quando non sa di esserlo e, se lo sospetta perché sono gli altri a chiamarlo poeta (per canzonarlo o incensarlo), ne prova quasi una vergogna, un rimorso, una colpa d’averlo ricordato al mondo il prodigio. Si sta nel prodigio a patto di non saperlo, di non volerlo.
È troppo semplice metterla in tal guisa, ne sono consapevole. Scrittori ben più competenti e rigorosi della sottoscritta si sono giustamente serviti, per descrivere “la cosa” propria e di tutti, di appigli argomentativi mitologici, canonici. Io non vi riesco. Io, dacché ho iniziato a pormi questa domanda ovvero da quando ho iniziato a tentare l’intentabile, non riesco a non pensare a quella poesia di Piero Bigongiari – oh, quella sì che è una poesia! – che a un certo punto del fittissimo colloquio con Dio dichiara «perché tutto matura / lontano dalla nostra cecità / ma a portata di mano».
Poche le poesie e pochi i poeti e, se esistono, non è dato a noi saperlo. A non tutti è dato nascere «dallo sposalizio di un’asina e un chicco di grandine» (1), barattare la propria vita con una sanguinosa ed eterna adolescenza, avere un destino e compierlo andando a capo.
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Federica Maria D’Amato (1984) ha pubblicato le raccolte di versi La dolorosa (2008), Poesie a Comitò (2011), Avere trent’anni (2013), A imitazione dell’acqua (2017); in prosa I termini dell’amore (2016) e il saggio epistolare Lettere al Padre (2016); ha tradotto e curato la prima edizione italiana di Dove diavolo sei stato? di Tom Carver (2012) e l’ultima edizione italiana del Libro dell’amico e dell’amato di Ramon Llull (2016). La montagna dell’andare (2023) è il suo ultimo libro di tentativi poetici.
1. Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini, Torino, Einaudi, 1965


