In questi mesi il mio lavoro consiste principalmente nel leggere le poesie di un autore latino del tardo Quattrocento, che qui chiamerò semplicemente X.
Il mio rapporto con X è una metafora del rapporto che mi lega alla poesia in genere: ogni giorno un testo nuovo, da esaminare verso per verso, ritrovando fili di pensiero, tracce emotive, memorie culturali sepolte da cinquecento anni.
Per X ho sviluppato un’attenzione più simile alla tenerezza fisica che alla venerazione, e la sua voce è diventata una funzione del mio sguardo. La rivivo mentre guardo gli alberi del parco, i corpi delle persone; la sento intrufolarsi nei miei sogni, nelle mie riflessioni, nelle parole che rivolgo ad amiche e amici. Sento che pian piano X mi sta plasmando.
Credo nella poesia come in un valore quando essa si compromette con la materia grafica, fonica, fisica e biologica: ai miei occhi di lettore/autore del terzo millennio, la poesia è una pratica artigianale che unisce gli esseri viventi in diverse stazioni del continuum, abolendo i confini fra il tardigrado e lo pterosauro.
Più che nella poesia, credo nei libri, in quanto testimonianza di altr* sapiens che, mentre scrivevano, tentavano di accogliere la propria disarmonia rispetto all’universo, accettando che non tutto si può dire, non tutto si può capire. Mi commuove vederl* andare alla deriva, come me, sulla loro placca di spaziotempo.
La scrittura è come una minuscola conchiglia che depongo in riva a un oceano e arriva un po’ più tardi, per saturazione d’immagini. Scrivo quando altr* autori e autrici mi aprono al mondo, il che, negli ultimi tempi, mi accade soprattutto con la fantascienza; cioè nelle rare occasioni in cui la solitudine e il dolore si saldano alla meraviglia, e l’evasione fantastica diventa un mezzo per imparare a rimanere dove sono già, ad abitare profondamente questa stanza, tra le facce che amo e i miei libri sulle astronavi e sul Rinascimento.
Da quaggiù sogno un umanesimo spezzato e malinconico, che rinunci all’astrazione per dar voce a tutto ciò che vive, è vissuto e vivrà; un umanesimo in cui l’umano sia solo il punto di partenza per intessere rapporti d’amore metastorici e interspecifici, potenziando il sentimento che Machiavelli testimoniava con queste parole in uno dei passi più belli della letteratura italiana:
«Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.»
* * *
Gianluca Furnari (Catania, 1993) è dottorando in Storia, tradizione e critica dei testi nel Medioevo e nel Rinascimento all’Università di Firenze, ove si occupa di poesia latina del tardo Quattrocento. Ha esordito in poesia con Vangelo elementare (Raffaelli, 2015), opera vincitrice dei Premi Violani Landi 2016, Fiumicino 2016 e Solstizio Opera Prima 2018. Suoi testi sono apparsi su antologie edite da Ladolfi, Interno Poesia, Il Saggiatore e su svariate testate online e cartacee. Per lay0ut magazine cura la rubrica Neolatina e ha organizzato il Certamen Poeticum Nubicentauricum. Suoi componimenti latini a tema fantascientifico sono apparsi sul blog «Poesia» della Rai di Luigia Sorrentino, «Renascens» e «MediumPoesia».


Grande prof