
Leggere poesia. Scrivere poesia. Si entra in un luogo sacro. Sacro per me, dopo anni di letture e di studi. La poesia ha definito la mia vita. Ha parlato per me nei momenti di solitudine estrema, immobile dentro la vita. Adesso che sono io a parlare di lei, mi viene il pensiero di non esserne affatto in grado. Certo, magari prendo in prestito le voci e le parole dei poeti che ho amato, saldi dentro la loro opera mentre io continuo a stare qui – come sempre – un po’ fuori luogo e fuori tempo, fuori misura (a volte), fuori margine mentre la pagina viene scritta da altri . In ogni caso, straniera.
Come è possibile allora, per me, spiegare che esiste un animale selvatico che vive al centro del mio petto. E’ – come direbbe Milowsz – il «daimon» della poesia «come se fosse balzata fuori una tigre». L’artiglio della parola è tra le sue zampe e dilania, ferisce e svela un linguaggio che è una forma che sanguina, una ferita. La poesia, quindi, è azione, movimento felino, contatto tra corpi; “una stretta di mano” direbbe Celan che attesta una sensibilità e vulnerabilità appunto che è quella del poeta (“alla mia povera fragilità”, scriveva Marina Cvetaeva) e questa vulnerabilità è capace di sostenere dei e uomini, mondi e al di là perché porta con sé il peso della parola, il peso del mondo, la sua origine. E allora, qual è la parola se viviamo in mezzo ad un assedio costante di voci ma ci colpisce come lancia al galoppo. Qual è la parola.
La poesia non salva, non guarisce, non traduce il mondo ma rende manifesto qualcos’altro. Cosa significa tutto questo? Che c’è un grado di attenzione massima quando si scrive che è questo toccare la pelle e strapparla, strato dopo strato per arrivare a scoprire l’anatomia delle cose e del mondo, non la loro immagine ma il loro interno. Il ”loro significare peso e perdita” (Amelia Rosselli).
Scrivere è un atto violento ed è per questo che la parola assume le sembianze di una belva, quella «bestia che mi compete» o «creatura con la voce di un lupo» (andando a memoria su alcuni miei testi poetici) o di una lancia appuntita che lascia segni, tracce, simboli (Cristina Campo) che ci avvicinano di più alla vita e alla morte, al visibile e all’invisibile, a quell’enigma insondabile che non ha nome.
Il poeta resta lì, sulla soglia di un altrove (per Blanchot lo scrittore è un morto-vivente) e lavora dentro un’oscurità – il baratro inestinguibile – che diventa rivelazione. Il testo diventa corpo, forma, involucro prossimo ad essere schiuso.
