La parola ai poeti. Filomena Ciavarella

La parola poetica è stata fin da quando ero piccola l’arma per scavare in profondità nell’esistenza, per dare a me stessa delle risposte alle domande metafisiche alle quali non riuscivo a dare un senso. Mi ricordo che la domenica a sera mio padre mi portava al cinema. Andammo una volta a vedere il film “La Bibbia”, gli chiesi chi fosse dio, perché esiste il male e la morte. Lui mi teneva per mano, mentre camminavano lungo viale Vittorio Veneto del mio paese, mi diceva che non sapeva rispondermi e che ci sono dei misteri inspiegabili nella vita.
Mi ricordo che passavo le ore a voler disegnare in aperta campagna la primavera sul prato, ma il disegno che facevo non era mai perfetto per me e puntualmente  lo strappavo.
Con la scrittura mi sentivo più  a casa, il mio mondo si popolava di anima, il dolore, l’ inquietudine che sentivo cominciava ad avere un senso.
Con il passare del tempo la scrittura ha cominciato ad avere una funzione catartica,  mi permetteva di dare forza al mio vissuto concreto, esistenziale. Era  un filo profondo con la parte più intima di me che si faceva cosmo, mi allargava l’orizzonte, rompeva gli argini e mi faceva scalare vette inviolate. Lessi da bambina  Emily Dickinson, la sua lingua mi segnò in modo indelebile.
Oggi è per me parola che torce il mistero, è l’arma di una donna  che può  generare una rivoluzione silenziosa, per liberare così  la sua voce  e lanciarla nel vento della vita.
Il senso del sacrificio ha influenzato la mia esistenza, ho sempre lasciato che le sue foglie respirassero, senza mai rovinarle, catturarle. Era questa la mia visione del mondo. Vivevo attraverso la poesia, in una stanza costruita per me dal mio stesso sguardo sul mondo, ad un livello al di sopra della mia esistenza concreta, che pur in quello sguardo si sostanziava. Il mio “ trobar clus” ha in tale dimensione di autoabnegazione le proprie radici. Per me la poesia ha sempre avuto un valore esistenziale. La parola, il pensiero, l’esistenza, l’incandescenza onirica sono cibo buono per il mio palato. Le fucine ventose di  Daniel Arnaut sono state sempre per me sangue di vita. Ad un certo punto ho desiderato fortemente che il mio pensiero, la mia visione della vita si rivelasse e coincidesse con la mia esistenza. È stata una lotta con me stessa, ho incominciato a riprendermi per mano e ad avere cura di me, quella cura che avevo perso fra i dedali del mio vissuto. Scorre linfa nei coltelli affilati per tagliare il cibo che la donna prepara ogni giorno. Con quell’acciaio affilato bisogna imparare sapientemente a incidere la vita.
La primavera ha cominciato a prendere forma in modo più chiaro nella mia parola, desiderosa di nascere nuovamente. La stanza che avevo costruito ora ha pareti più ampie, la libertà costa ma vale la pena conquistarla. È una lotta impari con il foglio bianco della vita che giorno per giorno va riscritto. Il motto delfico “conosci te stessa” è una sfida con l’inesprimibile che in noi esiste, nominare con le parole il reale senza sovrastrutture è per me la vita stessa.

Ai resti del mio sole

Hai corso, mia bella,
l’onda rincorre l’ignoto – lo sai? –
e poi riappare dove si profonda la fiamma.
Hai inseguito foglie al vento
senza chiedere nulla in cambio.
Ordinavi la tavola con i resti
del tuo sole.
Hai corso, mia bella,
ora alta è l’onda del tuo cuore

In questi versi inizia un dialogo intimo e cosciente con il mio essere donna, con la mia dimensione onirica che come brace sotto la cenere mai si spegne. I resti di quel sole tenevano calda la tavola della vita quotidiana,  ora è alta l’onda dell’emozione che rivendica il suo spazio, la sua libertà di espressione.
La luce in pieno giorno d’inverno riverbera negli occhi, è odore di vita.
Ma lei è  un fiore delicato e feroce che germoglia quando alta è la notte.
Delicato è quell’inchiostro che lascia la sua impronta sul foglio bianco.
È una lotta petto a petto con l’esistenza che mai si possiede
Guardare il mondo e riscriverlo attraverso  simbolismi, ellissi, prolessi e analessi mitiga il dolore, lo sento pulsare in ogni cosa. Il male, la bellezza fiorisce nella lenta dissoluzione del tutto, amo fermarla nella parola. Ho sempre pensato che la filosofia e la poesia sono la casa dell’essere come in  Heidegger. Dylan Thomas diceva che noi dividiamo l’uva dal raspo per produrre vino, ma nella poesia tutto resta indistinto in una eterna origine. L’invisibile si compie nell’invisibile, amplia gli argini noti.

È un chiù chiù
l’odore, la linfa
che da lontano
viene sui prati.
I fili d’erba sono
Gole d’usignolo,
implorano eternità,
attendono la grazia
di un nuovo addio

In questi versi sento la voce del tutto, l’odore, la sostanza dei prati. I fili d’erba sono Gole d’usignolo che cantano, è un mondo animato che allevia le ferite. Tutto è grazia, anche ogni passo d’addio è quel tutto che mai è diviso nel mio immaginario. La realtà è popolata di assenze invisibili che varcano la soglia del visibile.

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