Rispondo al gentile invito ricevuto da Fabrizio Centofanti di partecipare alla serie di interventi “La parola ai poeti” e, subito dopo aver accettato e aver letto un po’ dei contributi già pubblicati, precipito nel baratro della domanda: “E ora cosa scrivo?”. Quale sia la mia idea di poesia? Forse riproporre le mie poesie scritte nell’infanzia? Oppure le cose ultime a cui sto lavorando? Magari pubblicizzare la collana di poesia giocosa “Frisbee” che ho immaginato e che sta per uscire nei prossimi mesi presso Industria&Letteratura? Dare “la parola ai poeti”, fuori dal perimetro del loro fare poesia, ma anche, spesso, dentro quel perimetro, comporta sempre qualche rischio. Se non altro di tenuta da parte del lettore che si accosti a queste porzioni di autobiografia, o di auto-commento. Quindi? Intanto un’osservazione preliminare: nel novero. Mai come adesso, ma forse è sempre stato così, se già Giovanni Giudici lo osservava in suo intervento sull’Unità degli anni Novanta[1], una delle principali preoccupazioni dei poeti contemporanei pare quello di essere compresi “nel novero” dei poeti contemporanei. Ecco, io vorrei confessare che ho cercato il più possibile di sottrarmi da questa ansia di essere dentro un elenco, un numero, un indice, un’antologia, un albo di abilitati e abili, un gruppo, una corrente, una scuola, una cordata, un cenacolo. Preferisco cercare di captare quel che mi interessa scrivere e come mi interessa scriverlo, con estrema libertà: il foglio bianco è un luogo di libertà, vigilata dai vincoli che mi do scrivendo. Si potrebbe dire che all’aumentare di vincoli aumenta la libertà espressiva. Forse è questo atteggiamento che mi ha portato, alla fine, ad essere incluso tra gli autori dell’OPLEPO, l’omologo italiano dell’OULIPO francese. Il quale dato contraddice, in parte, proprio quello che ho scritto poco sopra (il disinteresse circa l’appartenere a un gruppo, formalizzato o meno che sia). Ecco, la poesia per me è anche il luogo dove sperimentare proficuamente la contraddizione, forse.
Ma tornando all’invito ricevuto, e rileggendolo meglio, mi accorgo che in realtà mi si chiedeva di raccontare qualcosa sul “nucleo incandescente della propria poesia”. Così mi accorgo che, tentando di scrivere poesie, quello che faccio – spesso – è proprio di provare a raffreddare con la poesia qualcosa di incandescente (vissuti, fratture, traumi, elementi preverbali, elementi subsimbolici…). Quindi un nucleo incandescente non c’è, nella misura in cui il gioco linguistico interviene a tradurre, distillare, far precipitare gli elementi di quel nucleo. Anche, e soprattutto, utilizzando l’ironia. Un aspetto che mi sembra accomuni molta poesia contemporanea, o meglio, molti poeti contemporanei, è la quasi totale assenza di ironia (sia come strumento conoscitivo, sia come codice espressivo) e di autoironia. Mi piace molto confrontarmi con gli illustratori, e ho diversi amici che sono grandissimi artisti che regolarmente importuno con richieste di collaborazione, perché mi piace la grammatica dei loro gesti e della loro arte, e trovo il loro linguaggio molto adatto a dialogare con le cose che vado scrivendo. Come se ci fosse una specie di filosofia di fondo, o di altopiano, dove sintesi della poesia e sintesi del segno grafico si incontrano più felicemente. A volte scrivo circumnavigando dei concetti e anche aspettando che mi capiti qualcosa, che qualcosa accada, che cada nella rete della pagina. Nel mio libro più recente (pubblicato la scorsa estate presso Interno Poesia) il tema era lo “scrivere sul margine”; dal margine sono passato ad appassionarmi agli sbagli e agli errori, così ora sto scrivendo una “raccolta di errori”. Non so quando e se verrà pubblicata, mi metterò a cercare un editore solo verso la prossima estate. Si tratta di un libro in cui sono cadute dentro tante cose, compresa la morte di mio padre Giorgio e la nascita di mio figlio Martino a distanza di soli 19 giorni. Avrà delle illustrazioni a china realizzate da Sergio Ruzzier, a cui devo anche il titolo della raccolta (ma sarebbe una storia un po’ lunga da raccontare e quindi magari la metto nel libro se diventa un libro). Ne propongo qui un inedito, che fa parte della sesta sezione del libro:
[1] Vedi Giovanni Giudici, “Mi sento vivo a dire la poesia”, 24 ottobre 1994 – tratto da “Trentarighe”, Manni 2021, pp. 119-120.
53.
Quando sbagliano a chiamarci per cognome
quel misto di rabbia e di vergogna, di pudore,
l’orgoglio ferito a morte della casata
le doppie mancanti, le vocali invertite,
le consonanti mute, la necessaria
sillabazione geografica
P come Palermo, non F, non Fellini, non Felliti
E di Empoli, L di Livorno ma doppia,
mi raccomando, I di Imola,
T di Torino, una T soltanto la prego,
I di Imperia, sì un tempo
avevamo una L sola e due T, che già
Ercole, bisnonno paterno,
nella sua tessera di abbonamento
al tranvài portava un cognome diverso dal mio
ma questo non ti autorizza, tu al bancone,
tu al telefono per la prenotazione
di storpiarmi il cognome e io allora
te lo devo ripetere con quel misto
di rabbia e vergogna per non averlo forse
saputo pronunciare bene per le tue orecchie,
senso di colpa di non saper aderire
perfettamente al suono
del mio nome.
(la foto è dell’amico e valente fotografo Nicola Ughi)
Matteo Pelliti (Sarzana, 1972) vive e lavora a Pisa dove si è laureato in Filosofia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Versi ciclabili” (Orientexpress, Napoli, 2007), “Boicottando mongolfiere e ghigliottine” (Tapirulan Edizioni, Cremona, 2013), “Dal corpo abitato” (Luca Sossella editore, 2015) con le illustrazioni di Guido Scarabottolo e un cd audio con la voce di Simone Cristicchi, “Dire il colore esatto” (Luca Sossella editore, 2019) con prefazione di Fabio Pusterla e disegni di Guido Scarabottolo, “Somiglianze di famiglia” (Industria&Letteratura, 2021) con la prefazione di Alessandro Fo, “Scrivere sul margine” (Interno Poesia, 2023) con illustrazioni di Guido Scarabottolo. Ha pubblicato la fiaba in ottava rima “La bicicletta gialla” (Topipittori, Milano 2018) con le illustrazioni di Riccardo Guasco. È presente nell’antologia di poesia giocosa “Biancaneve e i settenari” a cura di Stefano Bartezzaghi (Bompiani, 2022). Fa parte dell’OPLEPO (Opificio di Letteratura Potenziale).


