La parola ai poeti. Antonio Francesco Perozzi

1.

A una definizione ontologica della poesia, che la stabilisce in essenza, platonicamente, una volta per tutte, preferisco una prospettiva intersoggettiva e pratica. Intersoggettiva: la poesia, la scrittura, esiste all’interno di un sistema di relazioni; i suoi codici, la sua tecnica, la sua pregnanza sono continuamente esposti e ridiscussi. Pratica: mi sento più a mio agio in una dimensione che non postula rigidamente le proprie possibilità e che cerca invece di scoprirsi mentre si fa, che agisce contro-intuitivamente e in una zona di interazione (anche conflitto) tra un progetto a priori (che è, o cerca di essere, anche intellettuale) e un’esplorazione in fieri, aperta.

2.

A un’interpretazione dell’estetica come realtà sovra-storica e immacolata, ne preferisco una che la implica nella realtà materiale. Credo in una critica totale della poesia come universo. Ci sono alcune macro-esperienze contemporanee (penso alle spinte che vengono dal trans-femminismo e dall’ecologismo, ad esempio, oltre che dalla mai spenta – come qualcuno pensa – lotta di classe) che suggeriscono oggi in maniera forse improcrastinabile di aprire il linguaggio da dentro, guardare alla parzialità, finitudine, ideologia delle azioni estetiche e linguistiche. Così com’è, il cosmo della poesia è in larga parte il cosmo della borghesia. È l’ideologia dell’identità coesa diventata universo (o uni-verso) culturale. Perciò la spinta attuale alla riscrittura delle identità – su cui insistere, tramite cui emanciparsi – ha a che fare anche con la poesia. Con la frangia dei senza voce che va a prendersi i mezzi di significazione.

3.

A partire dallo stare dentro questa contraddizione rimane tanto da fare, ancora. Tanto da ripensare. Provo a intendere i libri che faccio (e quelli che leggo) come fatto culturale, innanzitutto. Cioè come qualcosa che riguarda, oltre che l’esercizio della lingua, anche la realtà, la società e la vita (magari insieme: fisica, storia, biologia). Non dico tematicamente, dico sul serio. È una cosa che non percepisco mai quando ad esempio: a) vado alla presentazione di un libro di poesia; b) sfoglio il catalogo di una grande casa editrice; c) sento parlare di poesia. Perché di solito: a) si tratta di un’operazione commerciale, o commercial-narcisistica, e non di uno spazio di discussione e interpretazione; b) sfoglio reazionarismo e cringiness a iosa; c) sento parlare, semmai, di public relations, giurie, strategie per.

4.

Le ultime cose che ho scritto sono Lo spettro visibile (Arcipelago Itaca, 2022) e bottom text (in Poesia contemporanea. Sedicesimo quaderno italiano, marcos y marcos, 2023, a cura di Franco Buffoni).

5.

Finora il raggio largo. Il raggio stretto, intanto e fattivamente, è quello di cercare di non farsi anticipare dal linguaggio. Di non scrivere linguaggio anticipato. E da qui, il resto; fuori. Forse mi appartiene un’idea in certo senso dislocata di scrittura, la possibilità – guardando al retro, al periferico – di slegarsi dal previsto. La scrittura come possibilità di slegarsi. Non si scrive se non dissigillando ciò che la lingua ci anticipa sigillato, penso.

Un pensiero su “La parola ai poeti. Antonio Francesco Perozzi

  1. Anselmo d'Aosta

    Cioè…se uno che elucubra costruzioni verbali così contorte quanto vacue guadagna la stima di poeti affermati e di editori rinomati, si capisce subito che in un sistema letterario come quello attuale non c’è più speranza , non vale più nemmeno la pena pubblicare, tanto è ‘questo’ ciò che il nostro tempo chiede

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *