Narratori del Nuovo Millennio – Gian Marco Griffi

Nell’appuntamento di oggi incontriamo Gian Marco Griffi, autore di un romanzo sorprendente e spiazzante come “Ferrovie del Messico”, uscito con Laurana Editore nella collana fremen diretta da Giulio Mozzi e candidato al Premio Strega 2023.

Gian Marco ha scritto per La poesia e lo spirito una narrazione autofittiva sulle ragioni del suo scrivere dal titolo:

La noia e Emilio

L’altro giorno era a Roma. Tra un impegno e l’altro ho preso a girandolare per le strade di Roma come ogni volta che sono a Roma e ho del tempo da perdere, giacché avere del tempo da perdere a Roma, per me, è quanto di meglio possa capitare a un viandante, a un pellegrino, a un viaggiatore, a un avventuriero, insomma avere del tempo da perdere a Roma è una cosa bellissima, entusiasmante, mentre avere del tempo da perdere dalle mie parti, che ne so, per esempio a Scurzolengo (provincia di Asti), per quanto l’aria di Scurzolengo in provincia di Asti sia presumibilmente un po’ migliore di quella di Roma, per quanto a Scurzolengo ci siano le colline del Monferrato mentre a Roma le colline del Monferrato non ci sono, per l’ottima ragione che Roma non è in Monferrato ma è a Roma, dove ci sono i colli di Roma che sono sette come i re di Roma e come i nani di Roma, benché a Scurzolengo non ci sia il frastuono di Roma, il caos di Roma, le buche di Roma o la sporcizia di Roma e tutto quello che di brutto vi possa venire in mente di Roma, ecco avere del tempo da perdere a Scurzolengo non è entusiasmante come avere tempo da perdere a Roma se sei un viandante a Roma, giacché avere del tempo da perdere a Scurzolengo è penetrare il cuore stesso della noia, del tedio, dell’uggia, quantunque sia proprio lì, a Scurzolengo in provincia di Asti, o magari anche proprio ad Asti in provincia di Asti, che l’avere il tempo da perdere e la conseguente uggia generata da questo tempo da perdere, la profonda barba per tutto quel che non c’è da fare, hanno suscitato in me la voglia di scrivere tutto ciò che ho scritto.
Il che significa che senza la noia di Asti e della sua provincia probabilmente non avrei scritto una riga in vita mia, anzi è ormai appurato, assodato, stabilito, che l’unica motivazione che mi spinge a scrivere non sia la gloria, il rimpianto, il rimorso, la nostalgia, la gioia, la redenzione, il desiderio di raccontare una storia o di conoscere l’essere umano, di fare poesia o di trasmettere qualcosa a qualcuno, io non voglio trasmettere messaggi, per carità, macché, l’unica motivazione per cui scrivo è solo e soltanto sgomberare la testa dalla noia generata dall’avere del tempo da perdere ad Asti in provincia di Asti, e ancor prima a Montemagno in provincia di Asti (il paese di mille abitanti dove sono nato e cresciuto), cosicché se non mi annoio non scrivo, e se non scrivo non sgombero la noia. Insomma, è un gran garbuglio, è un arruffìo, è tutto un cafarnao di roba buttata lì alla rinfusa che per convenzione chiamiamo vita. Ma in sostanza, ecco, scrivo per noia. Scriverei anche per divertirmi, sì, ma principalmente scrivo per combattere la noia, e siccome la scrittura sconfigge sempre la noia, ecco che alla fine diventa un divertimento.
Per esempio un giorno di tanti anni fa, sto parlando degli anni ’90, quando ero un adolescente piuttosto pigro e per niente diligente, benché fossi un ragazzo atletico e sensibile (giocavo a calcio, ma detestavo gli allenamenti; ero alquanto bravo a scuola, ma detestavo la scuola e passavo le lezioni a farmi gli affari miei, a scrivere, a leggere; leggevo Salgari e Verne, Asimov e Clarke e tutti gli altri pazzi della fantascienza, leggevo fumetti a tutto spiano e avevo scoperto da poco la letteratura modernista e il teatro dell’assurdo, la poesia italiana del novecento e il realismo magico, innamorandomi di tutto – eppure, inspiegabilmente, mi vergognavo di quella passione, e non la condividevo con nessuno, né con i miei compagni di classe né con i miei compagni di squadra, né tantomeno con i miei amici di sempre), stavo camminando ai giardinetti di Asti, la mia città, e mentre camminavo piuttosto sbadatamente, si può dire che stessi bighellonando, ho notato un crocchio di persone attorno a una panchina. Mi sono avvicinato, avrei potuto anche tirare dritto, continuare a girandolare per le stradine del parco, procedere per la mia strada, non ricordo minimamente dove stessi andando, né perché stessi andando in un posto che evidentemente non mi interessava per nulla, probabilmente stavo semplicemente camminando per noia, invece decisi di avvicinarmi al crocchio incuriosito dall’interesse dei presenti per qualcosa che stava succedendo su quella panchinaccia scrostata dei giardinetti di Asti; sarò stato a dieci passi quando ho udito la voce: era una voce nasale, crocidante, non bella. Anzi, lì per lì mi parve una voce fastidiosa. Eppure attorno alla voce ci saranno state trenta persone, tutte concentrate nell’ascolto. A un certo punto tutti sono scoppiati a ridere, poi hanno preso ad applaudire. Al termine dell’applauso hanno iniziato a commentare la storia che avevano appena ascoltato come se stessero commentando una partita di calcio, o una mano a briscola. Io mi sono rammaricato per essere arrivato tardi, mentre l’uomo che fino a un attimo prima stava raccontando la storia ora stava sfumacchiando una sigaretta senza filtro, godendosela in silenzio con le gambe accavallate. Era un ometto vecchio eppure rubizzo, con il naso mezzo rotto e gli occhi acquosi dei vecchi. Portava una giacca frusta su una camicia a fiori, una specie di camicia hawaiana che strideva con il resto del suo abbigliamento, i pantaloni marroni, le calze scure, i mocassini marroni, una lobbia grigiastra. Pensai, chissà perché, che sarebbe stato bene vestito da fantino. A un certo punto qualcuno ha detto: Emilio, raccontacene un’altra. Emilio ha fatto un lungo tiro di sigaretta. Un momento dopo altre voci si sono unite alla richiesta. Raccontane un’altra, Emilio, è ancora presto. E così Emilio ha spento la sigaretta e ha preso a raccontare un’altra storia.
E va bene, ha detto Emilio, adesso vi racconto un’altra storia, anche se non sono bravo a raccontare storie.
Doveva essere una specie di attacco ricorrente, giacché tutti si sono messi a ridere e hanno cominciato a dire sì, Emilio, sì, lo sappiamo. E un altro: tu racconta, Emilio, che poi lo vediamo noi se sei buono a raccontare storie o no.
E così Emilio ha cominciato a raccontare.
Questa è la storia del padre del mio amico Pietro, ha attaccato, che si è trasferito ad Asti negli anni ‘20. Niente di che, si intende, niente di importante, ma mi è rimasta impressa e ve la voglio raccontare per come è stata raccontata a me dal mio amico Pietro, che me l’avrà raccontata cento volte.
Insomma era il gennaio del ’31, e ad Asti faceva un freddo polare.
Il protagonista della storia si chiamava Igor Vodopivec, aveva una madre italiana e un padre sloveno; il cognome Vodopivec, si è premurato di spiegare Emilio, è un nome composto dalle parole slovene “voda”, che significa acqua, e “pivec”, che significa bevitore.
La storia comincia quando tre incaricati del MinCulPop, uno spilungone tutto ossa, un tizio biondo biondo coi capelli quasi bianchi e uno scimmione muto, si presentano a casa di Igor Vodapivec e gli comunicano che deve cambiare il cognome.
Insomma è una giornata fredda, in casa di Igor Vodopivec entrano tre tizi del MinCulPop e gli mettono sotto il naso un decreto da firmare. Mentre sbattono il decreto sul tavolo quello biondo dice a Igor Vodopivec: da oggi non ti chiami più Vodopivec, ti chiami Bevilacqua.
Igor Vodapivec dice che non ci pensa neanche, a chiamarsi Bevilacqua, e aggiunge, per colorire un po’ la risposta, un “brutti stronzi”. Dice proprio così, Igor Vodopivec: non ci penso neanche a chiamarmi Bevilacqua, brutti stronzi.
I brutti stronzi allora passano ai fatti, specialmente lo scimmione muto. Mentre il biondo tira fuori una pistola, e lo spilungone un manganello, lo scimmione muto fa tutto a mani nude. Picchiano a sangue Igor Vodopivec. Picchiano la moglie di Igor Vodopivec e il figlio di Igor Vodopivec, ovvero il mio amico Pietro, che all’epoca aveva sei anni.
Quando i tre tizi del MinCulPop smettono di picchiare Igor Vodopivec il biondo gli dice: come ti chiami tu da oggi?
Igor Vodopivec dice, in tono solenne, appena un po’ spezzato dal dolore alle costole: da oggi mi chiamo Vodopivec, brutti stronzi, Igor Vodopivec.
I tre tizi del MinCulPop lo riempiono di botte. Poi riempiono di botte anche sua moglie e suo figlio.
Gli dicono come ti chiami tu da oggi?
Igor Vodopivec sputa sangue sul pavimento, forse ci rimette anche un paio di denti; non che a quel tempo gli uomini ne avessero tanti, di denti, ma lui qualcuno ce l’aveva, prima che gli entrassero in casa i tizi del MinCulPop, e ci teneva moltissimo a tenerseli in bocca.
Lo spilungone del MinCulPop gli dice: come ti chiami tu da oggi?
Da oggi mi chiamo Igor Vodopivec, dice Igor Vodopivec.
I tizi del MinCulPop non sembrano molto felici.
Igor Vodopivec prova a sputargli addosso, ma quello che gli esce dalla bocca finisce la sua traiettoria sul suo mento, perché ormai è conciato per le feste e non ha nemmeno la forza di sputare.
Allora i tre tizi non lo toccano più, lo lasciano lì sul pavimento come un cane randagio, come un animale morente, e si concentrano sulla moglie e sul figlio.
Il mio amico Pietro, come souvenir di quel giorno, porta una bruciatura di sigaretta sul braccio. Quando qualcuno la nota lui dice: questa è una bruciatura di sigaretta che mi ricorda il mio vero nome. La mamma di Pietro invece finisce in cucina col biondo del MinCulPop, e quel che succede nessuno lo sa.
Ma insomma, per farla breve, tanto avete già capito dove si va a parare, ha detto Emilio, alla fine Igor Vodopivec firma il decreto. Il biondo del MinCulPop gli dice: come ti chiami tu da oggi? Da oggi mi chiamo Igor Bevilacqua, dice Igor Vodopivec, che in quel momento non era già più Igor Vodopivec, bensì Igor Bevilacqua.
Il biondo del MinCulPop prende il decreto e dice: a pensarci meglio, anche quell’Igor lì non va mica tanto bene. Lo spilungone del MinCulPop conferma. Giusto, dice, hai proprio ragione. Igor è un nome po’ troppo esotico. Un po’ troppo, come dire, russo. Ci vuole un nome più nostro, dice il biondo. Igor Vodopivec, che in quel momento si chiama già Igor Bevilacqua, è impietrito. Ha un occhio gonfio, e da quello non ci vede niente, ma dall’altro riesce a vedere suo figlio seduto in terra, sfocato e pesto. Che significa “un nome più nostro”, riesce a domandare. Nostro, nostro, dice lo spilungone del MinCulPop. Un nome come… ce l’ho sulla punta della lingua…, schiocca le dita, poi guarda il biondo affinché il biondo lo assista, lo imbecchi, il biondo ci pensa un po’ su e poi dice: mio nonno si chiamava Giacinto. Ecco, dice lo spilungone battendo una mano sull’altra, un nome come Giacinto. O come Mario, dice il biondo. Mio zio si chiamava Mario. Anche Giuseppe non sarebbe male. O Agostino. Che ne pensi di Agostino? Igor Vodopivec sta per rispondere. Non dicevo a te, Bevilacqua, dice il biondo. Agostino andrebbe bene, dice lo spilungone. Ma forse, dice il biondo, ci vorrebbe un nome ancora più nostro. Agostino è un po’ troppo borghese. Sì, dice lo spilungone, a morte i borghesi. Come si chiama il contadino ubriacone che ha perso una gamba a Caporetto?, domanda il biondo. Lo spilungone ci pensa un po’ su, e poi dice: Giovanni. Ecco!, esclama il biondo soddisfatto. Giovanni! Ou, Bevilacqua, senti un po’ come suona bene: Giovanni Bevilacqua. Una meraviglia. Più italiano di così si muore, dice lo spilungone. E allora, ricapitoliamo, dice il biondo, come ti chiami tu da oggi? Igor Bevilacqua si sforza di aprire la bocca, e risponde con un filo di voce: mi chiamo Igor Bevilacqua, dice. Lo spilungone gli ammolla un calcio in pancia. Eh no, eh no, fa il biondo, abbiamo appena stabilito che quell’Igor lì non va più bene. Prende il decreto che Igor Vodopivec, pardòn Igor Bevilacqua, ha lasciato sul tavolo, con una penna tira una riga sul nome Igor, ci scrive Giovanni. Allora, dice lo spilungone a Igor Bevilacqua, che ormai non si chiama più Igor Bevilacqua, come ti chiami tu da oggi? Giovanni Bevilacqua, dice Giovanni Bevilacqua. E bravo Giovanni, dice il biondo, vedi che alla fine non era così difficile.
A quel punto Emilio ha fatto una pausa. Qualcuno ha tossicchiato. Dopo un minuto di silenzio innaturale, un tizio ha detto: e poi? Qualcun altro ha detto: sì, Emilio, e poi che succede?
Emilio ha acceso una sigaretta. E poi non succede niente, ha detto. La storia è finita. I tre tizi del MinCulPop se ne sono andati, ha detto Emilio, e un uomo è rimasto senza nome e senza cognome, il figlio di quell’uomo è rimasto senza cognome. Uno dei presenti gli ha domandato: che cosa volevi dire, Emilio? Volevo raccontarvi una storia, ha risposto Emilio, come sempre. Ci sono storie e storie. Questa era una storia. Poi si è alzato e ci ha lasciati tutti lì, a elemosinare un po’ di umanità, a cercare un po’ di bellezza in un nontiscordardimé, nel profumo dell’erba secca, in un cane con tre zampe, nel canto d’amore di un assiolo perduto tra i rami di un tiglio.

Ecco, se mi ricordo ancora quel giorno perso nel tempo, un giorno immobile degli anni ’90, un giorno inutile come tanti altri, è perché quel giorno qualcosa in me cambiò, un nuovo desiderio si annidò nel mio animo; credo fosse il desiderio ardente e selvaggio di raccontare, sfrenatamente, storie, e siccome non ero – né lo sono oggi – capace di disegnare, né di cantare, né di suonare, né di scolpire, né di costruire artefatti, né di filmare, trovai il mio modo proprio di raccontare storie tramite la scrittura.
Non c’è altro.

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3 pensieri su “Narratori del Nuovo Millennio – Gian Marco Griffi”

    1. Monica Mazzitelli Autore articolo

      Grazie Fab! Sono molto contenta di questa rubrica, della massima libertà che concedo a ciascuno, perché dà risultati sorprendenti!

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