La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Giuseppe Vetromile

O Signore,
noi opera del Sesto Giorno
immeritati condomini del Tuo Eden
non comprendiamo ancora
l’unicità del nostro prezioso cuore
e inutili al Tuo Richiamo
sopravviviamo in silenzio…

Già verso la fine del secolo scorso, quando cominciavo a muovere i miei primi timidi passi nel mondo della creatività poetica, forse presagendo un vago declino umano, etico e sociale di una civiltà che sta ormai chiaramente disgregandosi in ogni ambito, ebbi a scrivere alcuni versi su tale argomento. Li riporto qui. Sono tratti da vecchie raccolte edite, ma che, rileggendoli e riproponendoli, mi sembrano ancora disperatamente attuali.
Avremo modo di superare tutte le evidenti negatività e brutture che minano, dall’esterno come dal nostro mondo interiore, lo splendore di noi Umani figli del Creatore?…
La Poesia e l’Arte, uniche attività ri-creative e plasmatrici del cuore dell’Uomo, forse ci salveranno!

***
I bambini giocano
con l’odio dei padri,
hanno trastulli violenti.
E le dannate bombe
non ci fanno paura:
abbiamo già perso
il paradiso. Questo
nostro ultimo Dio
non ancora…

(da I Naufraghi, Marotta Editore, Napoli, 1984)

***
Il rumore della violenza

Da dietro un cespo d’aconito
sguizza furtivo un archetipo di ragno.
Ballonzolando, fila verso la preda
immobile sull’orlo della rete.
Lontano, s’ode il ruspare del mare
sui massi della scogliera:
da millenni, i battiti sempre uguali,
ne erode indisturbato anche l’anima.
A pelo d’acqua, residui di gabbiani
sciancati, impomatati di catrame
fin sulle ali, plagiano
scordatamente antichi stridii.
Giù nella vallata, falso come un serpente,
il veleno lambisce ruscelli
in subdola poltiglia biancastra.
E la terra, miserabile, infetta alle radici
annaspa scorticata
sotto ciottoli sgraziati dal calore.

A tratti,
fastidioso,
il rumore della violenza
è un’inerzia all’amore…

(da I Naufraghi, Marotta Editore, Napoli, 1984)

***
Abbondante trabocca la Città
oltre i cristalli riciclati dei vuoti a perdere
al di là del fetore di guttaperca bruciacchiata
ai crocicchi di rottami

Cresce a dismisura sibila sferraglia e si dirama

E noi amalgamati
senza più padri né figli
– oh, esuli in labirintiche contrade senza ritorno! –
noi vi siamo indirizzi qualunque
via siamo piatti e blandi
siamo bagarre unanime! Noi
molecole ormai di questo enorme gonfiore
siamo più niente
più niente!…

Esplodi, o Signore dell’antica Gomorra,
mostraci il fuoco dell’alba
che nuovi giorni possa finalmente ricostruirci
vivificanti!

(da Com’è lontana Gerusalemme, Ediz. Ripostes, 1996)

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