Logica pratica a lezione di filosofia

di Antonio Sparzani e Kika Bohr

[La nostra cara amica francese Marie Ange, dopo aver letto il recente post di Kika Bohr e il meno recente post di Antonio Sparzani, ci ha inviato questo testo come una specie di risposta, a.s. e k.b.]

È già passato un mese da quando, grazie a Internet, ho ritrovato Chantal, un’amica della mia adolescenza con cui ho condiviso alcune avventure di quei tempi. Da allora ci scambiamo e-mail, mescolando ricordi, immagini, idee, sensazioni, gusti e colori del passato con quelli di oggi: presente e passato si intrecciano, l’invisibile emerge nel visibile.
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disegno di Kika Bohr


A lezione di filosofia; l’insegnante, la cui espressione scontrosa – qualcuno l’aveva mai visto sorridere? – mi intimoriva enormemente (e addirittura mi terrorizzava), aveva appena iniziato la prima lezione di logica: una porta è aperta o chiusa, non può essere socchiusa, ecc. Per farsi capire meglio, ci ha dettato dei problemini di logica da risolvere al momento, come: una ragazza si sta preparando la sera per andare a ballare; non le resta che indossare un paio di calze per completare il suo abbigliamento; all’improvviso, manca la corrente; nel suo cassetto ci sono nove calze bianche e quindici calze nere, tutte in disordine; è buio, non ci vede nulla, ma deve andarsene subito: quante calze deve mettere in borsa per essere sicura di averne un paio dello stesso colore da indossare più tardi, fuori? I numeri più fantasiosi volavano per la classe, e io fui molto orgogliosa di aver dato la risposta giusta: “Ma solo tre, visto che sicuramente avrà infilato in borsa almeno due calze nere o due bianche!”

Il problema successivo è un calcolo di trasferimento: un contadino chiede al suo figlioletto di portargli un numero x di litri d’acqua dal fiume; il ragazzino parte, munito di due secchi di capacità diverse, y e z; come dovrebbe fare per riportare alla fattoria l’esatto numero di litri d’acqua voluti da suo padre? Sarà stata la confusione tra il quanto e il come (gli insegnanti di matematica dovrebbero stare attenti al loro linguaggio…) o un sotterfugio immaginato per mascherare la mia incapacità di risolvere questo problema? In ogni caso, pensai: questo “ragazzino” è troppo giovane per portare secchi così pesanti, quindi ecco cosa dovrebbe fare: raccogliere un lungo ramo dalla riva del fiume, pulirlo con il coltellino, poi infilare i manici dei due secchi pieni d’acqua alle due estremità del ramo e metterlo in equilibrio sulle spalle: e avanti! Naturalmente, un po’ d’acqua si rovescia lungo il percorso, ma non importa; alla fine, dovrebbe corrispondere approssimativamente alla quantità d’acqua di cui ha bisogno suo padre… Per supportare la mia soluzione, disegnai persino la sagoma di un bambino su un foglio di carta, con i secchi sospesi a ciascuna estremità del bastone: sembrava un piccolo contadino vietnamita!

L’insegnante chiese: “Chi ha trovato la soluzione?”. Esaltata dal mio precedente successo, alzai freneticamente il dito: “Io, prof, io, prof!”. Per fortuna, chiese a un altro studente, più bravo in matematica: alla lavagna, un piccolo calcolo scarabocchiato con il gesso, suspense, congratulazioni dall’insegnante. A bocca aperta, guardando alternativamente il mio foglio e la lavagna, sprofondai nella confusione… Percependo il mio smarrimento, Chantal, la mia vicina di banco si chinò a dare un’occhiata al mio disegno: “Ma cosa hai fatto?!” e scoppiò a ridere. Forse non ricorda nulla di quell’incidente, ma io ne rido ancora di vergogna e di piacere.

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