
Il senso (I poeti e i bambini di Gaza 2014)
E siamo sempre qui
ad osservare
sempre attenti da anni
dentro e fuori
ogni parlare ingiusto
superficiale
che crea pregiudizio
facendo male.
A volte sgomenti e stizziti
avviliti e poi ancora barricati
a difenderci da ingiuste sentenze
da giorni trascinati su strade
impervie
in cui cadere è facile
ancora più difficile
è rialzarsi
Crediamo davvero che la poesia
possa servire
a rompere freni e catene
di pensieri imbrigliati dal potere
che da cent’anni si ripete uguale
come una nenia
che ci fa assopire
rendendoci bambini
falsi innocenti
avulsi nel peccato
non possono dormire
sonno del giusto.
E andiamo avanti così
in questo inferno
per inerzia per paura
da non so cosa sospinti
da chi sta dietro e ci costringe
a guardare sempre avanti
pensando che prima o poi
daremo un senso a tutto
a questo nostro sbrogliare
la matassa.
Ma siamo ancora degni d’essere voce
che alta si leva in ogni nostro no?
Nel dire basta puntando il dito,
la certezza di non scrivere col sangue
da dove arriva?
Non siamo forse narratori complici
pur infelici di tanto scempio?
Forse essere ancora qua ci assolve
almeno in parte
agli occhi di innocenti straziati
da morte rapace
a cui la nostra parola
non da conforto
ma rende meno bestia
l’essere uomo.
*
Mi chiamo Aisha nel 1948 ero una bambina araba di 8 anni, li vidi arrivare, un bel regalo fattoci dagli inglesi, loro, i sionisti, arrivarono e per noi 700.000 iniziò la Nakbà. Non ebbi più una casa ma divenni pellegrina da un campo all’altro.
Ma in me viveva la speranza
Mi chiamo Aisha, sono araba, vivo a Gaza, con la morte che costantemente mi gira attorno, nel 1967 ero una giovane donna di 27 anni, già vedova, con due bambine, e loro, i sionisti, erano sempre lì, sempre più numerosi, ladri della nostra terra, della nostra acqua, delle nostre vite.
Ma in me viveva ancora la speranza
Mi chiamo Aisha, sono e resterò per sempre araba, vivo a Jabalya, con la morte che costantemente mi gira attorno, nel 1987, ero una donna adulta di 47, già vedova, nonna, madre di una figlia già vedova anche lei, volli fare qualcosa, perché la speranza era ancora viva in me. E fu Intifada, rivolta. Loro ci sparavano e noi rispondemmo disobbedendo, con lanci di pietre e barricate.
Ma in me viveva ancora la speranza
Mi chiamo Aisha, sono e resterò per sempre araba, nel 2000, ero un’anziana di 60 anni, tornata a Gaza partecipavo con tutte le donne e le bambine della mia famiglia, monca di uomini, alla seconda Intifada, nulla ci faceva più paura, cosa avevamo da perdere? Nulla! Ci restava solo da difendere la nostra identità araba.
Ma in me viveva ancora la speranza
Mi chiamo Aisha, sono e resterò per sempre araba, nel 2014, ero una vecchia di 74 anni, per 14 anni ho resistito con la mia famiglia a tutto il peggio che i sionisti ci potevano e volevano fare: ci siamo nutrite della loro violenza quotidiana. Gaza conserva solo il mare, il resto non c’è più. E noi come fantasmi ci aggiravamo in cerca ancora della nostra identità e dignità.
Ma in me viveva ancora la speranza
Mi chiamo Aisha, sono e resterò per sempre araba, nel 2024, a 84 anni sono morta, a Gaza sotto il crollo di un vecchio edificio dove ci siamo rifugiate, vecchie, adulte, giovani e bambine. Donne sole, ricche di identità e dignità.
Ma anche da morta in me vive la speranza
*
Sardigna violada
Terra fèmina
fèmina mama
fèmina sorre
fèmina fiza
fèmina amantiosa.
Sèmenes amorìviles
de bètiles e menhir
t’ant ingraidada de antiga bellesa
e zenias lìberas e diciosas
Forestas e pàsculos saliòsos
e abbas lìmpias che cristallu
ànimas bias de mama
dende-si semper generosa
mai bìdriga ne belosa
Ohi ohi Sardigna ite dolu!
Bèndida dae giuda locales
pro trinta soddos de làmina
a sos peus comporadores
Bìdrigos meres furadores
bènnidos dae su mare in donzi tempus
cun ojadas de astore armas e òdiu
vìrgine e innotzente t’ant violada
Cun promissas de prendas benidoras
inchijnadores de su benèssere
bases de mertzenàrios e belenu
ant fatu disacatu de sas carres tuas
chi mama fis de unu pòpulu serenu
Reina sa ‘entre tua ingraidada
de belenos chi pudint s’àera
illierat como solu sòrighes mortos
sa tua est corona de ‘ardos
e dae sas ispinas infirchìdas falat sàmbene
chi in ruju tinghet faulas e farsu ‘irde
Chijinas bombitadas dae ‘ucas pudridas
bolant totue comente coriàndolos
immailadende abbas màndigos
corpos
chi chena l’ischire suent malas sustàscias
Tue fèmina mama e terra
grusciàda e violada suportas
e tzedes a copos de metallu che nèrbios
chi isfundant, ispacant e faghent a bìculos
sa ‘entre oramai piena de palas e trivellas…
Sa natura tua istèrile illierat bombas
pro fizos non tuos
chi s’oju non bidet
e su coro non dolet
bastante siant atatas sas matas
Chi at a pòdere truncare custas cadenas?
Chie t’at a liberare dae sos agutzinos?
Forsis sos cantos nostros?
abbòghinos istrangugliados e mudos
de poetas impotentes?
Deo bi proo, ma no est bastante!
Oh Sardigna custa est d’ora
ke ti deppes iskidare
e sos Sardos totu impare
si ki pesent in bon’ora
Sa rikesa sunt furande
in d’una manera indigna
e sas costas de Sardigna
de zimentu cuccuzzande
Oh Sardigna patria nostra
de sa limba t’ant privau
e ‘sistoria ant cubau
pro sikire in custa zostra
Una tanca fatta a muru
fatta a s’afferra afferra
si su kelu fit in terra
si l’aiant serradu puru
A sos meres coloniales
aperrieli trumba e fogu
ca non paret prus su logu
pro su ki nos ant fattu heris
Como a Cuba tandho in Vietnam
Irlandesos kin sos Bascos
moviebos omines sardos
bos deppiene iskidare
Non prus voto, non prus listas
non prus truffas de eletziones
solu bandas comunistas
pro sa sarda rivolutzione
In su monte et in su pianu
un su pianu et in su monte
e kin s’istendardu in manos
ki est’istadu de su sardu in fronte.
(Traduzione dal sardo logudorese)
SARDEGNA STUPRATA
Terra donna
Donna madre
Donna sorella
Donna figlia
Donna amante
ingravidata di antiche bellezze
da menhir e betili
amorevoli falli
i cui semi ti fecondarono
in tempi felici
di donne e uomini liberi.
Foreste e pascoli generosi
e acque di cristallo pure
anime vive di madre
generosa nel darsi
mai matrigna.
Ahi ahi Sardegna che dolore!
Patrigni padroni predatori
venuti dal mare in ogni tempo
con odio armi e sguardi rapaci
ti violarono
vergine venduta da giuda locali
ai peggiori offerenti
per i soliti 30 denari.
Poi furono promesse di gioie future
Ciminiere del benessere
e basi di mercenari
che straziarono in mille brandelli
la tua carne di madre di popolo.
Regina il tuo ventre pregno di veleni
Che ammorbano l’aria
partorisce topolini morti.
La tua è corona di cardi
Le cui spine conficcate
tingono di rosso il finto verde.
Ceneri sputate da bocche mefitiche
ricadono come lugubri coriandoli
ammorbando acque cibo e corpi
che ignari ne assumono l’essenza.
Tu donna madre e terra
piegata e violata subisci ancora
e cedi ai colpi inferti da falli di metallo
che sfondano, spaccano e lacerano
il ventre ormai saturo di pale e trivelle…
il tuo ventre ormai sterile
oggi partorisce solo bombe
per figli non tuoi
che l’occhio non vede
e il cuore non duole
purché la pancia sia sazia.
Chi potrà spezzare queste catene?
Chi renderti libera dagli aguzzini?
Forse la nostra poesia?
Urlo strozzato e muto
di giullari impotenti?
Io ci provo,
ma non è sufficiente!
*
Luana Farina Martinelli è nata a Ozieri nel 1957. Nel 2017 si laurea in filosofia nella Facoltà di Lettere e Filosofia di Sassari, con la tesi “Estetica del brutto in una società edonistica”.
Attivista femminista dal 1975, portavoce di un movimento di donne oncologiche per la rivendicazione del diritto alla salute, militante e portavoce di un movimento per l’autodeterminazione del popolo sardo, attivista nei movimenti pro Palestina, concepisce gramscianamente il suo percorso artistico, perciò strettamente legato alla militanza politica : “arte è militanza”
Nel 2015 ha rappresentato la Sardegna alla finale italiana del Poetry Slam ad Ancona. Ha pubblicato il libro “Uomini, amore, sesso ed altri veleni” (Albatros “Nuove voci”, 2010) e l’audiolibro “In-civile Erotico Eretico” (doppio CD+Book autoprodotto, 2012). Nel 2023 per Catartica edizioni pubblica “Cantos e contos de amore e de luta”, espressione di un percorso artistico maturato nell’ambito dell’attivismo sociale e politico dell’autrice dove Arte è militanza, è rivoluzione attiva, è strumento di lotta all’indifferenza. La poesia per l’autrice è “In-civile”, eretica e anche erotica: in-civile in quanto calata all’interno delle tematiche civili, eretica perché antagonista rispetto a quella poesia che è mero esercizio metrico-stilistico o “terapeutico”, spesso solo banale mascheramento di accarezzamento dell’ego; erotica perché l’eros è sempre trattato come rivendicazione del diritto a una sessualità libera, autodeterminata, fuori da ogni giudizio/pregiudizio, e dai paradigmi patriarcali imposti dalla società capitalista e colonialista.
