Io non so se sto per morire,
perché sento una gran tenerezza
a volte, che cresce da dentro.
E mi sembra che solo alla fine
si possa sentire così.
Che solo alla fine si possa
sentirsi commossi, e intravedere,
da dietro le tende, un altro giardino.
Con tanta gente che vi cammina dentro.
Bernardo De Angelis
Bernardo De Angelis (missionario idente, morto nel 2015) ha scritto poesie meravigliose, capaci di squarciare il velo che ci impedisce di vedere la realtà per quello che veramente è. “L’unico vero realista è il visionario”, ha detto Fellini. Noi siamo incatenati in uno sguardo affamato di visibile, incapace di vedere oltre. Ma questa necessità, questo desiderio acceso d’amore, è da sempre contemplato e cantato. Leopardi sul colle si siede, quando si accorge di non riuscire a scorgere l’orizzonte. Cerca un altro sguardo. Talvolta per andare oltre è necessario sprofondare in sé. L’infinito forse non è altrove.
Bernardo inizia così questa poesia: Io non so se sto per morire, / perché sento una gran tenerezza / a volte, che cresce dentro. E solo su questa terzina potremmo soffermarci una vita intera. La spavalderia della giovinezza, necessaria alla vita, necessaria alla formazione del proprio carattere, della propria fisionomia dell’anima, va via via dissolvendosi, per lasciare il posto a una postura sempre più moderata e lenta, che richiede uno sguardo nuovo ogni giorno. A volte non ci concediamo tenerezza, perché la sospettiamo ridicola. Forse la accettavamo se femminile. Ecco, questo mi appare ridicolo…
La tenerezza è un valore sul quale andrebbe fondata una futura umanità, se avremo il tempo e la possibilità di costruirla. La morte è così benevola che a tutti noi offre tale possibilità: tutto quello che non siamo riusciti a coltivare nel corso della nostra vita, di virtuoso e benefico, potremo quantomeno provare a coltivarlo nel tempo della morte. Ecco perché non è auspicabile morire all’improvviso, senza nemmeno accorgersi, come molti sognano. Questo non vuole assolutamente dire che dobbiamo sperare in una sofferenza lunga e devastante, tutt’altro. Ma solo che possiamo sperare che la morte si faccia prima un pochino conoscere, che ci prenda piano, senza la fretta che sciupa le cose. Che si possa percorrere con lei un pezzo di strada, e andarcene pronti ad affrontare il più importante viaggio della nostra vita. La morte è l’appuntamento più importante, non capisco perché proprio non ci si voglia preparare. Ci prepariamo a tutto, per appuntamenti inutili, per andare a prendere un aperitivo, ci prepariamo per un esame, ci prepariamo ad affrontare l’estate con diete e palestra per superare la prova costume (chi mi conosce di persona sa che di certo non è il mio caso, e il mio corpo lo dimostra abbondantemente) ma non vogliamo prepararci a morire. E lo so che mentre leggete qualcuno di voi fa gli scongiuri, come se appunto la morte si potesse scongiurare. Ma che senso ha ignorare, non voler parlare, non volersi preparare a quella che è l’unica certezza della nostra vita?
Ed ecco che Bernardo De Angelis ci indica una visione, un giardino dietro le tende, un giardino con tanta gente che vi cammina dentro. La morte come luogo abitato, e non la desolazione del nulla, spesso indicata dai cinici.
Quello che certamente più ci spaventa della morte e l’idea dell’annientamento. Svanire, non essere più nulla dopo essere stati qualcosa. Eppure tutto ci indica il contrario: il susseguirsi delle stagioni, l’alba che sempre segue il tramonto, la farfalla che prende il volo dalla carcassa.
Chi ci ha convinto che quello che non vediamo non esiste? Amore, sentimenti, siano essi positivi o negativi, idee, pensieri, noi non possiamo vedere niente di tutto questo. Possiamo casomai vederne gli effetti, o credere di vederli. Eppure forse ne neghiamo l’esistenza?
Proviamo a contemplare un tramonto, da soli, da sole, in silenzio. A farcelo penetrare nelle viscere, nelle ossa. Oppure il cielo notturno stellato. E forse una volta, mentre lo facciamo, ci potremmo scoprire così commossi, teneramente, da intravedere anche noi quel giardino, dove cammineremo, e forse, già abbiamo camminato…

Sono considerazioni belle, e ben dirette. Posso anche testimoniare di aver conosciuto Bernardo De Angelis, di avere ascoltato varie sue belle omelie, edi aver scritto la prefazione di un suo piccolo libro.
Paolo caro! Ciao! Che piacere leggerti! Un caro saluto e un grande abbraccio!
Bellissimo pezzo, che tratta un tema capitale! Fra l’altro, anche alcuni settori della scienza stanno aprendo le porte alla possibilità di una vita oltre la morte.
Grazie a Massimiliano, e a don Fabrizio che lo ha pubblicato.
Sarebbe bello creare dei dibattiti anche dal vivo leggendo poesie e testi come questo, penso che l’ ecologia dell’anima sia più urgente di quella ambientale.
Sono d’accordissimo!!! Un grande abbraccio!
Bellissime parole Massimiliano. E condivido l’idea che la morte è al centro della nostra vita. Anche come stimolo a vivere meglio. Però rimane la sua drammaticità, e rimane inaccettabile per noi, come il male . D’altra parte l’unico appiglio sull’abisso può essere la fede-speranza in qualcosa di oltre. Ma anche l’idea di Dio è mistero insondabile e molto problematica.
Ciao Sergio! Sì, siamo immersi in un mondo che è tutto mistero e noi siamo mistero anche a noi stessi! A me pare, almeno nella mia esperienza, che solo la relazione col Mistero possa portare un senso nelle nostre vite e dare un senso alla drammaticità dell’esistere. E proprio perché di mistero si parla non oso dire di più. Ma ognuno può, nella propria personale relazione, indagare…