Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Cinzia Coppola (David Maria Turoldo)

“Il dramma è Dio” di David Maria Turoldo

Io debbo essere un segno mai visto
ipostasi del non visto prima,
goccia consapevole o perla della notte,
il lucente attimo d’Iddio
che per me solamente
così si riveli e comunichi.
Unico male l’abitudine
e la scelta tragica:
discorrere invece che intuire.
E la mente si popola di idoli
e il cuore è un deserto lunare:
solo la Meraviglia ci potrà salvare
aprendo il varco
verso la Sostanza.
Allora il medesimo silenzio dell’origine
nuovamente fascerà le cose,
o eromperà – uguale
evento – il canto.

(da Il Dramma è Dio, Rizzoli 1992)

Questa poesia di Turoldo è particolarmente suggestiva per come evoca la presenza del divino non come un fatto già dato, ma come un evento potenziale, nascosto, da riconoscere, da divenire in ogni individuo. Turoldo parla di “segno mai visto”, di “ipostasi del non visto prima”, formule che suggeriscono l’intimità del mistero, qualcosa che non è solo oltre l’orizzonte ma che aspetta di manifestarsi nel visibile.
Il divino pertanto non è solo trascendente, ma in qualche modo si fa spazio anche nella dimensione umana, nel tempo, nella coscienza; “che per me solamente così si riveli e comunichi” indica che la presenza divina è unica, personale. Non è formula generale né spettro indefinito: c’è un tu, un io, una soglia che la coscienza può attraversare. La relazione è intima, anche quando si convive con il silenzio. Il male principale, secondo l’autore, non è tanto la negazione del divino, ma l’abitudine a non percepirlo, “discorrere invece che intuire”. C’è qui una tensione tra il logos (il parlare, il ragionare, l’astrarre) ? l’intuizione (l’apertura, l’esperienza immediata).
La poesia invita a interrompere la routine che anestetizza il senso del sacro. Il “silenzio dell’origine” è un’immagine potente: prima di ogni linguaggio, ogni culto, ogni religione, c’era un vuoto silenzioso, che forse è condizione necessaria perché la presenza possa sorgere. Turoldo non nega il silenzio; lo considera non come assenza definitiva, ma come tensione creativa, spazio in cui l’evento di divino può accadere – e il canto ne è la forma rotta, l’esplosione possibile. Non siamo in un’estetica pura o in una contemplazione astratta: la poesia sente anche il peso dell’umano, delle ferite, della distanza, della paura, della notte. Tutti questi elementi partecipano al quadro: il divino non è disincarnato, ma vive/dipende dell’umano che lo attende, che cerca, che soffre. Una visione complessiva che sembra quanto mai attuale e condivisibile.

Cinzia Coppola (ottobre 2025)

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